La sacralità del paesaggio di Subiaco

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Credo che coloro che abitano a Subiaco e nell’area sublacense non si rendano sempre dovutamente conto in quale straordinario scenario naturale essi vivono.

Il paesaggio di Subiaco,  e in particolare laddove si trovano i monasteri di S. Benedetto (Sacro Speco) e di S. Scolastica, è tra quelli ove, per la loro intensa bellezza,  ha folgorato Dio.

La valle dell’Aniene presso Subiaco è un luogo di un valore ambientale, che ben si può dire che costituisca un “unicum” nell’Italia centrale. Basti pensare, per avvalorare questa tesi,  che un grande della letteratura italiana, Francesco Petrarca, quando agli inizi del Trecento si trovò davanti al paesaggio sublacense, rimase così colpito che lo definì "limen Paradisi"(soglia del Paradiso).

Se nella valle dell’alto Aniene non ci fosse stata una particolare bellezza, né Nerone avrebbe creato la sua villa, né Benedetto si sarebbe fermato per più di due decenni a fondarvi l’ordine benedettino. E’ difficilmente sarebbe anche sorto Subiaco, il pittoresco borgo medievale con la sua Rocca Abbaziale, costruito a scalinata su una rupe rocciosa.

Quindi la vera protagonista dell’area è la bellezza della natura. Essa si manifesta inserita tra le alte e ripide sponde del movimentato e selvaggio corso del fiume Aniene, che più precisamente, in questo suo primo tratto, scorre tra strette gole, agli inizi dei monti Simbruini.  Certamente la bellezza del luogo appare in tutta la sua interezza quando ci si reca nel Sacro Speco.

Prima ancora di gettare lo sguardo nella sottostante incantevole valle, rimaniamo colpiti  dalla posizione di questo monastero.

Nel XV secolo rimase particolarmente impressionato nell’osservarlo il colto Pio II (Enea Silvio Piccolomini), che disse:  “Come vediamo nelle alte vette i nidi delle rondini in parapetti di pietre, così questo monastero  lo si scorge affisso in un elevato masso”.

 

In verità il Sacro Speco, così come è incastonato nella roccia,  pare che sia lì quasi per potersi mettere a contatto con il  Cielo e per poter vivere in esso.  Ma se i nostri occhi osservano, oltre all’infinità della volta celeste,  la sottostante vallata del fiume Aniene, contemplano incantati come anche la terra ha qui una dignità di raro splendore.  E’ difficile che  si incontri uno sposalizio così ben riuscito tra terra e Cielo.

Si dice che “la bellezza salverà il mondo”: certamente essa ha un valore salvifico, perché ciò che è bello rallegra e dà gioia. Vivere nella bellezza, cioè – per dirla con Benedetto  Croce - nella dolce e preziosa sollecitazione del prelogico dell’essere, significa far acquisire all’uomo la vera nobiltà.

Coloro che abitano a  Subiaco e nell’area sublacense devono anche rendersi conto dell’importanza delle opere dell’uomo che fanno parte di questo paesaggio.  In esso infatti vi sono testimonianze umane  che ci raccontano l’importante storia che qui si è svolta. In verità la bellezza del  paesaggio  ha costituito una forte e perenne attrazione, che ha determinato l’insediamento umano. 

Il paesaggio attrasse il giovane Nerone che pensò di far erigere vari padiglioni di una sua ampia villa sulle sponde di tre laghi degradanti, fatti costruire lungo il corso dell’Aniene. In quel tempo (54-59 d.C.) il giovane principe, guidato sapientemente da Seneca, volle – a quanto pare – creare in quel tratto dell’Aniene l’allegoria di un piccolo Nilo.

Come in Egitto il grande fiume, con le sue inondazioni, fertilizzava di limo le terre, assicurando cibo e prosperità ai suoi abitanti, così a Subiaco l’Aniene, come piccolo Nilo, scorrendo lungo i padiglioni della villa neroniana, avrebbe dovuto simboleggiare l’inizio di una nuova età di prosperità per l’Impero Romano.

Gli architetti di Nerone ebbero la capacità, con la costruzione di tre laghi, di aggiungere il fascino dell’acqua in un ambiente selvaggio già incantevole.

Oggi che i laghi non ci sono più, anche se restiamo colpiti dalla valle sublacense, dobbiamo pensare che la sua bellezza era molto più grande con la presenza dell’acqua dei laghi.

Che dire poi di un paesaggio che era anche arricchito di padiglioni dalle artistiche colonne di influsso egizio, distribuiti lungo le rive dei “simbruina stagna”?

Tutto doveva indurre al sogno che le acque del piccolo Nilo, costituito dall’ Aniene, fossero apportatrici di un nuovo salvifico limo, che iniziasse allegoricamente a fecondare una nuova epoca di benessere.

Il paesaggio, ulteriormente abbellito, dall’intervento neroniano, colpì particolarmente la sensibilità contemplativa di Benedetto da Norcia, quando era alla ricerca di un luogo isolato e bello, ove perfezionarsi spiritualmente.

E fu nel Sacro Speco, al di sopra del più alto dei laghi neroniani, che Benedetto si isolò in eremitaggio per tre anni, dedito alla rinuncia,  al sacrificio, alla santa trasformazione interiore. Infatti potè concentrarsi nella contemplazione della divina  bellezza, di cui la valle dell’Aniene gli dava un primo sentore, e nella preghiera in cui si abbandonava totalmente, sia nei risplendenti momenti di gioia estetica sia negli oscuri momenti di sofferenza, per ritrovare così la strada della salvezza.

Pur sentendosi in questa grotta nelle mani di Dio, si racconta, però, che una volta, non riuscendo a respingere dovutamente i richiami sessuali, preferì gettarsi tra le spine non solo perché il dolore l’avrebbe distratto dal peccato e indotto a un maggior autocontrollo, ma anche perché  era giusto che le sue sofferenze diventassero la dovuta penitenza per le sue tentazioni.

Se è vero che la valle dell’alto Aniene ha attirato Nerone e Benedetto, che ne  sono certamente  i suoi più grandi protagonisti, è altrettanto vero che essa, durante il suo percorso storico, ha esercitato forte attrazione su numerose altre persone. Anche su noi contemporanei questa valle esercita il suo fascino.

La verità è che il paesaggio di Subiaco apre il cuore al divino. La visione che si ha soprattutto dal Sacro Speco ci fa  provare certamente quello che della bellezza ha scritto Papa Ratzinger: “La bellezza ci trascina fuori di noi stessi, ci trascina verso l’alto, risveglia in noi il ricordo dell’eterno; essa ci fa crescere le ali, con le quali possiamo  trascendere noi stessi cercando Dio e andandogli incontro”.

E’ un paesaggio quello sublacense che per il suo incanto, è carico di spiritualità. Si può parlare certamente di una sacralità di questo paesaggio, anche perché Benedetto ha lasciato in esso il meglio di se stesso, cioè un ideale di santità indelebile, che poi si è propagato in tutto il mondo.

La natura di Subiaco, per la sua sacralità, deve essere rispettata. Violarla significa commettere peccato. L’intervento umano non deve tendere ad abbruttirla.

E’ inconcepibile alzare, come è accaduto negli ultimi tempi, un alto traliccio sul Sacro Speco. E’ ovvio che in questo stupendo sito bisogna rimuovere e impedire che nasca qualsiasi costruzione dissacrante.

Il paesaggio sublacense quindi non deve essere violentato ma difeso. A proteggerlo devono essere gli interessati, o per meglio dire coloro che devono sentirsi difensori della sacralità del luogo

La sua difesa sarà possibile se impariamo a rispettare la natura, soprattutto laddove  è sacra, perché più intensa ne è la bellezza. Infatti è noto che la “via pulchritudinis” porta alla santità e a Dio.

 

 

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