Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Pietro Giannone filosofo ed illuminista napoletano

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Pietro GiannoneLa fama europea di Giannone fu legata all’Istoria civile del Regno di Napoli, ma esisteva un altro Giannone, quello del Triregno, opera intercettata dall’Inquisizione e sottratta alla circolazione del suo tempo, dove sarebbe stata uno dei libri più significativi del freethinking europeo. Privilegiare l’Istoria civile come opera europea farebbe prevalere ancora una volta la scelta della curia romana, leggendo Triregno e le opere del carcere come residui archeologici di una possibilità etica e civile che è stata espulsa dalla storia che conta. Restituire a un tempo anche le possibilità non percorse per calcolata repressione fa parte del mestiere dello storico: un autore resta una sfida nella misura in cui l’opera inedita suggerisce una possibilità di futuro.

Nato a Ischitella, nel Gargano, il 7 maggio 1676, da famiglia non agiata, Pietro Giannone fu sottratto a un incombente destino ecclesiastico grazie all’aiuto economico di uno zio arciprete che gli consentì di recarsi a Napoli a studiare giurisprudenza.

Alla facoltà di Legge, accanto a un’altissima jurisprudentia culta, di cui era stato esponente Francesco d’Andrea, era presente una tradizione giuridica priva di respiro culturale. Fu Domenico Aulisio, insegnante di diritto civile, «profondo in tutte le scienze» e soprattutto «a fondo inteso non pur delle leggi, ma dell’istoria romana, senza la quale non poteano perfettamente capirsi ed intendersi», a indicargli un metodo e la bibliografia essenziale, mentre il poeta Filippo De Angelis lo iniziò allo studio delle lettere.

Conseguita la laurea in utroque jure nel 1698, si avviò nella pratica professionale con Gaetano Argento, che gli aprì la ricchissima biblioteca e lo ammise nell’accademia di giovani forensi che sarebbe stata all’origine dell’Istoria civile.

Conobbe i maggiori letterati e accademici della città, alcuni dei quali gli rimasero amici per la vita, come Nicola Capasso, professore di diritto canonico, e soprattutto Nicola Cirillo, professore di medicina, che contribuì alla sua conversione al cartesianesimo. Intanto, Napoli era passata sotto il nuovo regime della corona spagnola.

A partire dal 1707 Giannone fu tra quelli che sostituirono l’Argento, diventato alto magistrato, guadagnandosi la stima dei contemporanei anche per le cause in difesa dei contadini vessati dal potere ecclesiastico.

Nel 1723 fu completata la stampa dell’Istoria civile con la sola licenza del Consiglio Collaterale. Le reazioni positive e negative furono immediate. Emerse precoce il sospetto che l’opera fosse frutto o di Aulisio, o di Argento o di altri amici, come il Capasso. Giannone aveva previsto l’opposizione della Chiesa, ma non la campagna spietata con cui fu accusato non solo di negare l’ordinazione dei vescovi, il purgatorio, i miracoli, l’intercessione dei santi, ma anche singole e specifiche devozioni, come il miracolo di san Gennaro, caro al popolino.

Condannato dalla curia per non aver chiesto il permesso ecclesiastico e temendo soprattutto la violenza popolare, si rifugiò a Vienna, dove fu accolto nel circolo di corte legato alla Hofbibliothek e dal principe Eugenio di Savoia, che gli aprì la sua biblioteca.

Mentre la sua fama cominciava a diventare europea, si dedicò alla difesa dell’Istoria civile e alla stesura di una nuova opera, rimasta incompiuta: il Triregno.

Nel 1734, in seguito alla guerra di successione polacca, la perdita della pensione imperiale e la speranza di ritornare in patria, ormai regno nazionale, lo indussero a partire passando per Venezia, dove aveva progetti editoriali. Il soggiorno veneziano fu allietato da frequentazioni mondane, conversazioni aristocratiche, incontri con gli ambasciatori europei, e dall’amicizia con l’abate Antonio Conti e con il patrizio milanese Alessandro Teodoro Trivulzio. Ma il permesso di tornare a Napoli gli fu sempre più risolutamente negato dal nuovo sovrano, sotto le pressioni della curia e dei gesuiti.

Dall’altra parte, l’inquisizione di Stato veneziana scoprì che un gruppo di patrizi era riunito in conventicola per negare apertamente miracoli, immortalità dell’anima, inferno, paradiso e purgatorio, verginità della Madonna.

Per evitare un nuovo contenzioso con la curia romana, dato che il Conti godeva di protezioni patrizie, Giannone era il più sacrificabile: arrestato dal bargello, fu bandito perpetuamente dal territorio veneziano, mentre le inquisizioni ecclesiastiche, avvertite, aprirono la caccia al fuggiasco.

Riuscì a rifugiarsi in territorio modenese, dove la rete imperiale coordinata dal Trivulzio gli fece avere aiuti attraverso Ludovico Antonio Muratori. Non gli restava altro luogo possibile che Ginevra, in cui si preparava la traduzione dell’Istoria civile presso Marc Michel Bousquet, editore della Bibliothèque italique.

Protetto dalla rete imperiale si spostò a Milano, allora occupata dai piemontesi, di lì a Torino e quindi alla volta di Ginevra, scampando per poco all’arresto, voluto da Carlo Vincenzo Ferrero di Roasio, marchese di Ormea, che intendeva consegnarlo a Clemente XII in cambio del rinnovo del concordato benedettino.

La permanenza a Ginevra fu breve, brutalmente interrotta dall’arresto, avvenuto a Vesenaz, in territorio sabaudo, dove era stato attirato. Si apre così l’ultimo doloroso tratto della sua esperienza: prima a Chambéry, poi al castello di Miolans, sempre in Savoia, in cui rimase fino al settembre 1737, componendo la Vita scritta da lui medesimo, e infine nelle carceri di Porta Po, a Torino, dove fu costretto all’abiura, fra il 24 marzo e il 4 aprile del 1738.

In carcere, nel castello di Ceva, nel Cuneese, fino al 1744, e poi a Torino, trasferitovi per l’incalzare delle truppe franco-spagnole impegnate nella guerra di successione austriaca, si dedicò a un convulso lavoro di revisione di opere già avviate e di composizione di nuove: i Discorsi sugli Annali di Tito Livio, l’Apologia de’ teologi scolastici, l’Istoria del pontificato di Gregorio Magno, l’Ape ingegnosa.

Morì a Torino il 17 marzo 1748.

Nel 1953, al congresso degli storici del Risorgimento, Franco Venturi tenne una relazione destinata a rivelarsi un manifesto negli studi sull’Illuminismo. In tale intervento, dal titolo giustamente famoso, La circolazione delle idee, Venturi auspicava un Giannone ‘europeo’. L’edizione a cura di Alfredo Parente del Triregno di Giannone e la notevole recensione di Adolfo Omodeo su «La critica» nel 1941, di poco successiva a quella dedicata alla Jeunesse de Diderot, letta come ritorno a una nuova ‘storia civile’, si collocavano in un contesto di rivalutazione del giurista meridionale, voluto da Benedetto Croce, che per un momento aveva pensato di curare direttamente il Triregno.

La biografia intellettuale dedicata ad Alberto Radicati (1698-1737) faceva sì che Venturi fosse spinto a considerare l’avventura europea di Giannone, già segnalata da Piero Gobetti. Tale discorso non era privo di nodi da sciogliere.

Il principale era che la fama europea di Giannone era legata all’Istoria civile del regno di Napoli del 1723, tradotta fra il 1729 e il 1732 in inglese e più tardi, nel 1742, in francese e successivamente in tedesco.

Giannone morì nella fase conclusiva della guerra di successione austriaca, che apriva gli spazi italiani ed europei a un tratto di pace, di riforma e di utopia, che non avrebbe mancato di confrontarsi anche con Giannone e la sua eredità, come rivelano gli scritti di Montesquieu, Voltaire, Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri, Francesco Mario Pagano, Edward Gibbon. Ma a lungo sarebbe stato un incontro parziale legato alla Istoria e a poco altro, compresa la dolorosa persecuzione.

È quanto ci riporta al problema posto da Omodeo nel 1941, secondo il quale alla Chiesa sarebbe convenuto affrontare l’aspra ma sincera polemica del Giannone, piuttosto che l’inevitabile e sprezzante ironia dissacrante di Voltaire. Restano infatti fuori della conoscenza del suo tempo, se non per frammenti, spesso legati a circoli latomici, testi significativi come il Triregno riassunti nella bella biografia (1766) di Leonardo Panzini.

Anche le opere del carcere, compresa la Vita, non furono lette dai suoi contemporanei e da quanti dell’Illuminismo volevano fondare la città degli uomini. L’analisi delle principali opere di Giannone ci fa tornare al tratto napoletano della vita in cui ebbe luogo la sua prima, vera formazione, distante da quel modello educativo ‘scolastico-scotista’ impartitogli in convento dai 15 ai 18 anni e che, a distanza di diversi decenni, criticava perché gli aveva impedito di imparare discipline più utili come lingue, geografia e cosmografia.

Il primo a cogliere l’insolita vocazione del giovane studente fu Aulisio, a cui lo aveva saggiamente indirizzato il sacerdote Giovanni Spinelli. Alla scuola dell’Aulisio lesse le opere di Arnold Vinnen sulle Istituzioni di Giustiniano; Tito Livio – su cui avrebbe scritto in carcere –, ma anche gli autori latini e greci che avevano ricostruito i tempi dell’impero, i due Plinii, Svetonio, Tacito, Dione Cassio Cocceiano; la giurisprudenza da Costantino a Teodosio e a Giustiniano, fino alla caduta dell’impero, anche attraverso il grande lavoro di Jacques Godefroy (1587-1652) sul codice teodosiano e sulle sue fonti storiche; ma il suggerimento si estendeva alla geografia antica, da Claudio Tolomeo a Giovanni Antonio Magini.

Per lo studio del diritto canonico, scartato il manuale classico, le Istituzioni di Giovan Paolo Lancellotti, Aulisio gli consigliò di rivolgere la sua attenzione alla storia ecclesiastica, da Eusebio di Cesarea, a Sozomeno, Teodoreto di Cirro, Giovanni Zonara accanto al Decreto di Graziano e alle decretali.

Un altro incontro significativo fu con il poeta Filippo De Angelis, che lo iniziò al gassendismo, spingendolo a leggere non soltanto il filosofo di Digne, ma anche Lucrezio.

A De Angelis Giannone dovette anche una notevole formazione letteraria: Dante Alighieri, che avrebbe compreso più tardi, come divino poeta, ma soprattutto Francesco Petrarca e poi ancora Giovanni Boccaccio e Giovanni Villani; Omero, senza tuttavia la formazione storica necessaria, che si sarebbe data solo in età più matura; Pietro Bembo e il trattato sullo stile del gesuita Pietro Sforza Pallavicino; infine Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini che divennero, soprattutto il primo, i suoi veri maestri di stile.

Dopo le prime esperienze di pratica forense, drammaticamente lontane da quanto aveva appreso alla scuola dell’Aulisio, Giannone si rivolse ancora una volta al saggio Spinelli, che gli suggerì Gaetano Argento. Egli commentò questo nuovo approdo come «inestimabile acquisto». Argento era stato allievo di Serafino Biscardi e aveva respirato la lezione di D’Andrea.

La sua biblioteca rispecchiava esattamente quella cultura giuridica cui Giannone aspirava: non solo le grandi opere del mondo greco e romano, per approfondire il diritto romano, ma anche quelle sul diritto feudale e municipale, i classici del diritto moderno europeo, fino a Zeger-Bernard van Espen.

Era inoltre, in primo luogo, una biblioteca aperta alle diverse culture, dalla storia all’oratoria, alla filosofia, compreso il suo amato Pierre Gassendi.

Argento non solo lo seguì nella prima pratica professionale, ma lo ammise, come già si è accennato, in un’accademia di giovani forensi che si teneva a casa sua e che sarebbe stata all’origine dell’Istoria civile.

Non mancarono altri incontri che allargarono la sua formazione. Ebbe occasione di conoscere i maggiori letterati napoletani al ciclo di lezioni promosse dal viceré, Luis Francisco de la Cerda duca di Medinaceli, per legare la nobiltà civile e i colti della città al periclitante potere spagnolo, in previsione di un’imminente transizione, che puntualmente avvenne.

Non a caso a prevalere, nell’accademia Medinaceli, furono non tanto le scienze, quanto la storia, la filosofia, la riflessione sul governo degli Stati e degli imperi. L’amico Nicola Cirillo lo costrinse a leggere René Descartes, proponendogli un cartesianesimo attento soprattutto a temi connessi con la medicina e l’anatomia, che Giannone avrebbe poi utilizzato nel Triregno.

È sullo sfondo di questa formazione, delle vicende politiche e della rete di amicizie che viene elaborata, attraverso lunghi anni di studio, strappati alla professione, l’Istoria civile del regno di Napoli.

Alle voci, circolate a Napoli e a Vienna, secondo cui sarebbe stata opera di un gruppo, Giannone replicherà con un’orgogliosa assunzione di responsabilità fatta in un momento successivo e difficile, cosa che la rende plausibile: nella sua ricostruzione, solo una parte strettissima dei suoi amici, in modo particolare il Capasso, prezioso per la consulenza nel diritto canonico, e Francesco Mela, che intervenne sullo stile, conoscevano l’opera nel suo farsi, mentre Aulisio ne aveva letto i primi tre libri e l’Argento nessuno.

Nell’Istoria civile prendono corpo alcune grandi eredità europee e modelli storiografici e politici a partire dal Rinascimento, con Machiavelli, Guicciardini, Paolo Sarpi, Carlo Sigonio. Ma altri riferimenti portano verso la Francia politique e gallicana, da Jean Bodin, a Pierre de Marca, a Jacques-Auguste de Thou, mentre la definizione di «storia civile» era presente non solo nella Methodus bodiniana, ma anche nella successiva lezione inglese di Francesco Bacone.

Altri autori, storici e giuristi, vanno da Arthur Duck, che aveva studiato l’eredità romana nello spazio inglese, a Jean Doujat, giurista e storico francese, al protestante di origine ugonotta, ma poi luterano, Charles Dumoulin, a François Hotman, consigliere di Enrico di Navarra, senza evitare il confronto con Ugo Grozio (Huig van Groot).

Crogiuolo di lezioni convergenti, l’Istoria civile tendeva a ridurre il ruolo degli eventi clamorosi, come le imprese militari e le battaglie, per percorrere e ricostruire invece i grandi meccanismi istituzionali, il loro cristallizzarsi in progetti giuridici, a loro volta profondamente immersi nelle radici del loro tempo.

Napoli era una città di origine greca, entrata nella sfera di potere romano. Fin dalla prima opera, il riordinamento dei territori dettato dall’imperatore Augusto era tenuto presente non solo per gli spazi italiani, anche se l’interesse del Giannone si animava nella fase successiva, quando cioè i barbari e il cristianesimo segnavano la fine dell’Impero romano d’Occidente.

Sulle tracce di Machiavelli, ma con maggiore sensibilità agli aspetti giuridici e istituzionali, Giannone presentava un’immagine in parte inedita e positiva del contributo degli Ostrogoti e poi dei Longobardi, destinati a diventare cristiani e a cercare un accordo anche culturale con i popoli sottomessi e con la loro civiltà più articolata. Si delineava un tema che sarebbe stato ripreso da Gibbon e che affiorava nella storiografia gallicana (da Pierre de Marca a Louis Ellies Dupin) di una geografia ecclesiastica che assorbiva quella imperiale, come segno di una sostituzione di potere e di occupazione di un vuoto.

Giannone avrebbe sviluppato questo tema nel Triregno, utilizzando, ma anche piegandola al proprio progetto, la lezione anglicana di Joseph Bingham, letto nella lezione latina circolata nel mondo tedesco, che avrebbe arricchito il substrato gallicano.

In ogni caso, a dominare gran parte dei quaranta libri dell’Istoria civile è un’ipotesi machiavelliana. Il papato non solo sostituisce l’impero romano, ma impedisce, nello spazio meridionale, dove, grazie ai Normanni e poi agli Svevi, si era delineata una precoce statualità, ogni progetto secolare in tale direzione.

I Franchi vengono utilizzati per combattere il tentativo di controllo territoriale longobardo, dopo che l’impero di Giustiniano aveva sconfitto i Goti e creato l’esarcato, ma subendo la successiva invasione longobarda, che il papato aveva cercato di convertire dall’arianesimo al cristianesimo, rivelando la volontà di creare uno Stato unitario e anche una notevole capacità giuridica.

Più tardi gli Angioini sarebbero stati chiamati a combattere gli eredi imperiali del modello normanno. Innocenzo III, dopo aver invano sollecitato l’imperatore Federico II di Svevia a fare una crociata, ne aveva ostinatamente combattuto la pretesa di controllare e di unificare in una grande civiltà e in una nuova cultura non solo Mezzogiorno e Sicilia, ma anche il residuo saraceno.

Quello che non era riuscito immediatamente con Federico II, sarebbe stato realizzato con i suoi più fragili successori, cui il papato avrebbe contrapposto Carlo I d’Angiò, destinato a perdere la Sicilia e a creare una dipendenza rispetto al papato. 

Anche l’altro grande momento della storia meridionale, quello aragonese, che Giannone rivive come un grande prototipo ‘nazionale’, nonostante il suo splendore che coinvolgeva Napoli e Palermo, facendo della prima una delle grandi sedi dell’Umanesimo italiano, sarebbe stato logorato dall’opposizione baronale, parallela all’ostilità ecclesiastica.

Ed era quanto avrebbe portato Napoli, ma anche tutto il territorio meridionale senza statualità propria, nel gigantesco duello che vedeva contrapposte Francia e Spagna, con la rottura degli equilibri garantiti da Lorenzo il Magnifico, da Venezia, dalla Milano dei Visconti e degli Sforza e dalla Napoli aragonese, finendo per oltre due secoli nell’orbita della penisola iberica dopo che le armate di Carlo V avevano spezzato le ambizioni francesi. 

Machiavelli, ma anche Guicciardini, Jacques-Auguste de Thou, e ancora la puntuale storiografia veneziana, dal grande e congeniale Sarpi, ultimo storico del Rinascimento, a Giovan Battista Nani, gli consentono di ripercorrere la storia non solo di una città significativa, ma anche di un territorio degradato ormai a «viceregno».

Non mancano tratti di vigore nel controllo spagnolo, legati a viceré ambiziosi ed energici. Se Pedro di Toledo gioca a fondo la carta della regalità indiretta, portando la propria figlia a diventare granduchessa di Toscana e moglie di Cosimo I, la successiva rivolta di Masaniello nel cuore del Seicento e della crisi del secolo di ferro non avrebbe condotto solo a brutali repressioni, come quelle della effimera Repubblica napoletana, o più tardi delle rivolte di Palermo e di Messina, ma anche a una politica di rinnovamento e di controllo territoriale rispetto alle forze centrifughe, dai baroni che favorivano il banditismo, alla Chiesa che, confinando con Napoli, consentiva agli stessi di rifugiarsi in terre dove non potevano essere inseguiti.

Di tale politica era stato protagonista il viceré, Gaspar de Haro marchese del Carpio, che rappresenta la più significativa risposta alla crisi aperta dalla rivolta seicentesca, non a caso tesa, non tanto direttamente, quanto indirettamente, ai due poteri disgregativi, Chiesa e baronaggio. 

Nel complesso, malgrado momenti importanti, come quelli rappresentati dalla resistenza di Filippo II ai decreti del Concilio di Trento, la politica ecclesiastica spagnola, di fronte alle pretese della Chiesa che difendeva immunità e benefici, imponenti prelievi a danno delle ricchezze locali, offriva una resistenza morbida e poco persuasiva.

Anche i tentativi di imporre la temutissima Inquisizione spagnola o quella romana erano stati respinti dalla concorde opposizione dei ceti urbani, a partire dalla nobiltà, al mondo dei forensi e dei professionisti e della stessa plebe.

Su questa politica di blando rinnovamento aveva agito anche la cultura locale, non tanto dell’università, quanto delle grandi accademie, dagli Investiganti a quella di Medinaceli, che avevano aperto un dialogo di notevole vivacità con l’Europa in tutte le discipline, comprese quelle filosofiche, dischiudendo il mondo che aveva conosciuto le lezioni di Bernardino Telesio, Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Giovan Battista Della Porta, Galileo Galilei, Giovanni Alfonso Borelli.

Ora si confrontava con Gassendi, Cartesio e Baruch Spinoza. L’Istoria civile si chiudeva sottolineando i motivi di speranza nel riformismo austriaco e sul suo possibile incontro con la parte più aperta e colta non solo dei forensi, ma anche di un più largo e colto ceto civile, anche se Giannone non aveva mancato di sottolineare – nel corso dell’opera – il danno provocato dalla perdita di uno Stato ‘nazionale’, delineato dai Normanni agli Svevi e confermato dai momenti più ricchi della storia degli Aragonesi.

L’Istoria civile uscì con la sola licenza del Collaterale in quanto, a parere del Giannone, opera storico-politica. L’autobiografia offre pagine preziose sulle copie stampate nel 1723, mille in carta ordinaria e altre cento in carta reale, con ritratto dell’imperatore Carlo VI, cui era dedicata l’opera.

Di quest’ultime la prima fu offerta al viceré. Ne ebbero copia a Napoli tutti i membri del Collaterale, gli Eletti della città, mentre, accanto all’esemplare per l’imperatore, ne furono inviati a Vienna altri al presidente del Supremo consiglio di Spagna, ai reggenti, agli altri consiglieri, segretari e ministri. Giannone ne offrì ancora alcune in omaggio ai suoi amici, e mise in vendita presso due librai della città le copie ordinarie, per quello che egli stesso considerava «discreto prezzo».

Nel giro di pochi mesi, mentre l’autore si trovò a dover fronteggiare la condanna della curia per non aver chiesto il permesso ecclesiastico, l’opera veniva venduta con successo e ormai circolava a prezzi assai superiori nelle province.

Quando Giannone era a Vienna, la fama dell’Istoria civile cominciò a diventare europea e a richiamare l’attenzione dei protestanti più aperti, dalla Svizzera, dove era maturata l’idea di una traduzione francese con Bousquet, editore della Bibliothèque italique, all’Inghilterra anglicana, che avrebbe tradotto la sua opera fra il 1729 e il 1732, al mondo legato agli «Acta eruditorum» di Lipsia.

Lo stesso soggiorno a Venezia fu legato anche al progetto delineatosi di un’edizione veneziana accresciuta di un tomo dell’Istoria civile che, soprattutto, era ormai esaurita.

L’opera offriva al nascente secolo dei lumi un eloquente esempio dei mali che potevano derivare da un logoramento dello spazio pubblico e delle sue istituzioni. È quanto vi lessero, in forme diverse, i protagonisti dell’Illuminismo, daMontesquieu, a Voltaire, sino a Gibbon. Del febbrile lavoro che impegnò il Giannone a Vienna in difesa dell’Istoria civile, merita almeno un cenno la Professione di fede che, fra le tante risposte agli attacchi curiali, era quella che più anticipava temi del Triregno, delineando spietatamente – come era riuscito solo al Pascal delle Lettres provinciales – i limiti della morale gesuitica, facendo emergere, per contrasto, una coraggiosa e originale religio laici.

A Vienna Giannone attese anche alla stesura di una nuova opera, che non avrebbe mai potuto terminare, il cui titolo avrebbe dovuto essere Del regno terreno e celeste, seguito dal Regno papale.

Egli stesso nella Vita scritta da lui medesimo colloca tale opera negli anni 1731-34, quando ormai cominciavano a delinearsi i funesti esiti del malgoverno legato alla presenza degli spagnoli che, malgrado il trattato del 1725, Carlo VI aveva mantenuto a corte con incarichi onerosi, come aveva esaminato spietatamente in una Breve relazione dei Consigli e Dicasteri della città di Vienna pubblicata nel mondo tedesco nel 1730.

Il nuovo progetto era una vasta e originale meditazione sul potere religioso, che partiva dall’analisi del documento più antico e ampio in grado di raccontare la storia dell’umanità, la Bibbia, letta tenendo presente anche un altro grande monumento dell’antichità, i poemi omerici.

La nascita di quest’opera può essere senz’altro collegata alla presenza a Vienna delle biblioteche del barone Georg Wilhelm von Hohendorf e del principe Eugenio di Savoia.

Anche quest’ultima biblioteca, mentre Giannone era in carcere, avrebbe a sua volta raggiunto la Hofbibliothek. Si trattava di una massiccia presenza di cultura libertina, freethinker e radicale, che andava da Spinoza a John Toland, non senza un confronto con il mondo islamico, con l’universalismo religioso degli «Acta eruditorum» e con il mondo olandese di Pierre Bayle, di Jean Leclerc e dei loro periodici.

È difficile non percepire la trasformazione del registro complessivo in un’opera come il Triregno. Storia universale del potere religioso, o per lo meno storia occidentale di esso, nasceva da confronti che avevano le loro radici nel mondo meridionale, ma si dilatavano e assumevano un colore nuovo nel crogiolo di Vienna.

Giannone aveva dei bersagli impliciti, primo fra tutti il Discours sur l’histoire universelle di Jacques-Bénigne Bossuet e il suo implacabile agostinismo, ma anche il comparatismo ad maiorem Dei gloriam di Pierre-Daniel Huet.

A suo modo era una secolarizzazione precoce di entrambi, attraverso due confronti alternativi e temuti: da una parte Spinoza e dall’altra Toland. Spinoza, già presente al suo maestro Aulisio, qui si trasformava in un’esemplare ricerca nel più profondo passato dell’uomo, dove non esistevano né immortalità dell’anima, né luoghi di punizione o di premio, ma solo un patto carnale per assicurare a un popolo esemplare la felicità dei beni materiali.

In questo senso il lamento di Giobbe, studiato come il documento più antico attraverso la lezione di Friedrich Spanheim, fra l’altro maestro di Toland, rispecchiava pienamente la tesi del carattere non divino, ma composito e stratificato del testo sacro, dove lo stesso Pentateuco non era opera di Mosè. Era questo il significato del «regno terreno».

Il «regno celeste», annunciato dal Nazareno in margine alla crisi del mondo ebraico, ormai entrato nell’orbita imperiale romana e diviso in sette laceranti, delineava una religione della speranza, cogliendo nel messaggio di Gesù gli aspetti più intensi e umani di una religione naturale: non riti, ma fede riconoscente verso il creatore, carità verso un prossimo ormai universale, speranza nella realizzazione di un regno celeste, universalismo contrapposto al patto con il popolo eletto, attesa della resurrezione integrale.

Era in questa parte dell’opera che Giannone rivelava il suo intenso rapporto con Toland e la sua lettura, parziale ma intensa, delle Letters to Serena, attraverso una versione francese, che riguardava proprio l’anima e l’invenzione della sua immortalità.

Ma a Giannone non erano ignote né le Origines judaicae, dove si parlava di un Mosè panteista, né il Nazarenus (che fra le religioni monoteistiche privilegiava l’islamismo), nato dalla collaborazione fra la Vienna di Hohendorf e di Eugenio e il freethinker inglese.

Il testo di Toland era costruito sul Vangelo di Barnaba, segnalato dal gruppo libertino della capitale asburgica un quindicennio prima dell’arrivo di Giannone. Vienna non aveva una cultura originale ed era stata spesso oggetto di feroci e irrisorie critiche da parte del colto ambiente italiano, di cui facevano parte Alessandro Riccardi, Pio Niccolò Garelli, Giannone e più tardi Bernardo Andrea Lama.

Sotto attacco era la stessa erudizione religiosa locale che aveva messo in circolo la cronaca di una santa ossessionata dal prepuzio di Cristo. Ma era anche un crogiolo di esperienze internazionali, dalla Francia, all’Olanda, all’Inghilterra, al mondo tedesco, per non parlare delle presenze orientali e islamiche, come documentano, nello stesso mondo della diplomazia irregolare di Eugenio, le avventure di Hohendorf e di Claude-Alexandre conte di Bonneval, disinvoltamente convertiti all’islamismo. Esisteva quindi un’élite – destinata a coinvolgere il Giannone – che condivideva quel tipo di secolarizzazione che avrebbe portato l’editore Jean Frédéric Bernard e l’incisore Bernard Picart, entrambi figli della crisi della coscienza europea, il primo ugonotto e il secondo di matrice giansenista, a un calvinismo ufficiale dietro il quale poteva maturare il confronto delle religioni per ritualità, un universalismo secolare senza gerarchie, ma così avanzato da far parlare gli ultimi interpreti della loro opera.

In un modo meno descrittivo, ma anche meno compilativo e con profonda responsabilità autoriale, Giannone aveva cercato di percorrere la stessa strada. L’opera non appare citata, ma ne esistevano almeno tre copie nelle biblioteche frequentate da Giannone.

Il «regno celeste», che opponeva alla legge carnale quella spirituale del Nazareno, era una grande speranza, ma si era protratto nel tempo, dopo aver avuto forma paolina, assorbendo eredità farisaiche ed ellenistiche.

La sua mancata realizzazione aveva fatalmente contribuito alla sua trasformazione. Si era perciò trasformato in regno papale, perdendo tutte quelle caratteristiche di essenzialità presenti nel messaggio profondo, ma orale del Nazareno.

Collocandosi a sua volta nella crisi dell’impero romano diviso fra Oriente e Occidente, non solo ne aveva assorbito la geografia, ma, dopo aver organizzato una minuziosa gerarchia, che separava il clero dai credenti, aveva preteso di ereditare lo spazio occidentale, senza rinunciare alla pretesa di controllare lo stesso Oriente religioso attraverso il primato di Roma.

Il nuovo potere, che voleva vincolare non solo i territori, ma anche i loro sovrani, per legare non solo i corpi, ma anche le anime, aveva ripreso vistose tracce della cultura pagana, a partire dal culto rivolto a martiri e santi, oltre che a Maria, ma soprattutto assimilandone le cerimonie. In tale contesto era compresa anche l’invenzione ‘per assorbimento’ di luoghi come paradiso, purgatorio, inferno e limbo.

La crisi dell’Impero romano d’Occidente, sgretolato dai barbari, avrebbe spinto il papato a volerlo sostituire con un potere che era insieme territoriale, politico e sacro. Giannone non mancava di offrire forti esempi di questa trasformazione e dell’uso miracolistico del potere del sacro da parte di Costantino.

Quanto noi abbiamo nei manoscritti che servirono alle edizioni di Augusto Pierantoni e poi a quella più corretta di Alfredo Parente, non ci dice come Giannone avrebbe affrontato l’emergere di un terzo monoteismo, quello di Maometto. Chi aveva trascritto il codice veneziano, che risale agli anni Sessanta del Settecento, si era fermato al secondo periodo, quello che descrive la conversione politica di Costantino.

Ma la minuta autografa presente nell’Archivio dell’Inquisizione rivela che se Giannone aveva saltato il terzo periodo, ridotto a pochi appunti, aveva tracciato, invece, sulla base della più accorta orientalistica inglese, e in particolare di Edward Pocock, la storia dell’islamismo e del suo impatto guerriero dall’Arabia, all’Asia, al Medio Oriente, all’Africa, all’Europa iberica. Erano stati i Carolingi a fermare gli arabi e già il Giannone coglieva il confronto, destinato a diventare uno stereotipo, fra Maometto e Carlo Magno.

Questa parte inedita era stata concepita a Vienna e riprendeva le connessioni fra ebraismo, cristianesimo e islamismo non solo sulla base del Nazarenus, ma anche delle pagine di Pocock, che connetteva gli arabi alla tredicesima tribù, quella fondata dal figlio esiliato di Abramo e di Agar.

L’originale mescolanza di origini ebraiche, influenze nestoriane e cristiane si collocava in quella nuova visione del maomettanesimo che connetteva uomini libertini come Henri di Boulainvilliers, freethinker come Toland e studiosi dilettanti come George Sale, che completava con l’orientalismo la traduzione inglese del dizionario di Bayle, traduceva in inglese il Corano e si contrapponeva all’immagine anglicana ufficiale di un Maometto impostore diffusa dall’orientalista ortodosso Humphrey Prideaux.

Era anche un modo per assorbire e disinnescare una cultura anonima che attraverso centoni aveva costruito il Trattato dei tre impostori: se tale era Maometto, allora bisognava considerare, oltre a lui, quelli che lo avevano preceduto, da Mosè a Cristo.

L’opera, di cui conosciamo gran parte del testo, nel Regno papale avrebbe dovuto comprendere altri sei periodi destinati a superare il Medioevo e a descrivere la rottura della res publica christiana attraverso la Riforma, le risposte della Chiesa e quelle degli Stati ormai decisi a riprendere il controllo di gran parte degli spazi pretesi dalla Chiesa, riallacciandosi così idealmente al nocciolo essenziale dell’Istoria civile

A questo punto sorge inevitabile una domanda: cosa aggiungono o mutano nel creativo e coerente itinerario del Giannone le opere del carcere?

Orgogliosa e analitica conferma del proprio percorso è la Vita scritta da lui medesimo, non a caso in gran parte composta fra Miolans e Torino, come consegna di verità ostinatamente confermata di fronte a un’abiura incombente e inevitabile.

Contemporaneamente Giannone, che ha a disposizione fin da Miolans l’opera di Tito Livio – definita «divina» nella Vita che stava elaborando, giudizio però riferito al periodo napoletano –, analizzando per la prima volta in modo esclusivo nei Discorsi sugli Annali di Tito Livio il mondo politeistico esemplare scopre due temi fondamentali: la tolleranza del politeismo e la sua possibilità di essere una religione civile, idonea per l’Europa romana, il Medio Oriente e l’Africa mediterranea.

Religione civile qui significa uno strumento aperto, che riadatta la virtù repubblicana al modello imperiale.

Paul van Heck, che ha studiato quest’opera in vista di un’edizione critica, ha colto come la bella copia consegnata nel 1739 al sovrano sia soltanto una parte della continua rielaborazione sulla minuta, che dura fino alla soglia della morte.

Sia in questo testo, sia nell’Apologia de’ teologi scolastici, elaborata a Ceva a partire dal 1739, emerge la consapevolezza che il cristianesimo dei Padri era responsabile dell’inadattabilità fondamentale di esso al mondo civile, insieme alla constatazione che nella storiografia dei moderni , nonostante gli enormi progressi, mancava ancora quella che Giannone continuava a chiamare una storia ecclesiastica compiuta, ma che era di fatto una storia secolare delle religioni. L’Apologia è l’impietosa ricostruzione di un modello antitetico alla religione civile romana, un progetto che si oppone al mondo.

Gli errori della Scolastica, come le deviazioni in senso rigoristico o mistico, dal giansenismo al quietismo, hanno origine nel pensiero dei Padri, da Lattanzio ad Agostino, su cui si accaniscono almeno quattro dei sette libri dell’opera.

Qui Giannone scopriva un tema che stava emergendo nella cultura protestante, in particolare olandese, in margine al lavoro di riedizione di Grozio, Samuel Pufendorf e Richard Cumberland a opera di Jean de Barbeyrac, che, ripercorrendo il giusnaturalismo e il suo linguaggio per offrirlo al suo secolo, aveva scoperto i grandi limiti della morale dei Padri della Chiesa.

Giannone vi era arrivato da solo, attraverso un’accanita disamina dei testi, ma poi a Torino aveva conosciuto la notevole opera del Barbeyrac e aveva cercato di assorbirla nella propria prospettiva, dovendo perciò leggere non solo Cumberland, ma anche il suo bersaglio, Thomas Hobbes. Non mancano naturalmente le differenze: Barbeyrac secolarizza il calvinismo, mentre Giannone resta legato a Spinoza e a Toland. 

L’Istoria del pontificato di Gregorio Magno nasce nella sua prima stesura come parte finale dell’Apologia. Entrambe traggono origine infatti da un grande progetto critico, iniziato come unitario e poi spezzatosi in due.

Nella recente edizione delle due opere, rispettivamente a cura di Liliana Cecchetto e di Chiara Peyrani, emerge sia il lavoro di intarsio rispetto al testo di Barbeyrac nella prima, sia il processo di distacco che ha luogo nella seconda.

In realtà Gregorio Magno è presenza costante dell’opera di Giannone a partire dall’Istoria civile: gli è dedicata una complessa riflessione nel Regno celeste, per il suo ruolo nell’invenzione del purgatorio, e ha un ruolo importante anche nella parte inedita del Regno papale, dove la riorganizzazione del papato con Gregorio precede i tempi di Maometto e Carlo Magno.

Ma Giannone, rispetto alla storiografia gallicana e protestante, forse sulle tracce di un’appendice all’edizione maurina che aveva potuto vedere a Napoli o a Vienna, scopre in carcere che il regesto del grande papa poteva essere uno strumento per riprendere un fondamentale tema del Triregno, quello dell’affermarsi del regno papale nella christianitas non solo italiana, ma anche protoeuropea occidentale e dell’Oriente.

Non a caso l’opera si chiude con la riflessione sulla necessità di una storia ecclesiastica compiuta che comprenda non solo i tre grandi monoteismi, ma anche il politeismo – quest’ultimo considerato, sia per il passato, sia per il presente, la più grande religione del mondo, come la letteratura dei viaggi e la sempre maggiore conoscenza e conquista degli spazi veniva rivelando.

Questa riflessione si completava nell’ultima opera, l’Ape ingegnosa, dove emerge un approccio antropologico rispetto a quello storico, oltre a un’ostinata conferma della memoria autobiografica e a un rassegnato ripiegamento verso un cristianesimo ragionevole, che si confronta con Isaac Newton, ma soprattutto con il Bayle dei Pensieri sulla cometa.

Se la prima opera aveva reso il Giannone un riferimento europeo, esilio e carcere trasformavano la sua visione del mondo facendone un nodo di meditata secolarizzazione per molti tratti avanti ai suoi tempi e che in ogni caso va restituita nella sua integrità anche filologica: altrimenti vincono fatalmente non solo i meccanismi di nascondimento, ma anche i tribunali della coscienza.

Restituire al presente e al futuro un passato occultato non è solo un completamento erudito: è un modo corretto di concepire la storia come proposta di una possibile utopia e insieme saggia profezia del passato.

 

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