Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Napoli 1799: Rivoluzione, Repubblica ed ecatombe

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Saverio Della Gatta, 1800, “La ‎distruzione dell'albero della libertà a Largo di Palazzo” (Piazza del Plebiscito).‎Tra Dicembre del 1798 e Gennaio del 1799 Napoli fu sconvolta da omicidi e saccheggi.

La plebe scatenata prese d’assalto i granai,  i palazzi, gli ospedali e qualsiasi luogo in cui si potesse rubare. Ferdinando aveva lasciato il suo regno nelle mani dei lazzari, decretando una guerra civile tra chi sperava nell’arrivo dei Francesi portatori di liberté ed egalité, e chi li considerava un nemico da combattere. Migliaia i morti.

I Francesi arrivarono alla fine digennaio, dopo che il 23 dello stesso mese  da Castel Sant’Elmo, un gruppo di intellettuali, nobili e giuristi, avevano proclamato la Repubblica Napoletana, nel tentativo di formare un governo democratico e sedare la rivoluzione.

Fu un tentativo nobilissimo che precorreva i tempi di almeno duecento anni, una sorta di “miracolo” politico, ma nella sua lungimiranzala Repubblica del 1799 trovò anche il suo più grande limite. Come avrebbe potuto comprenderenel giro di poche settimane i principi di una Res Pubblica, di una libertà costituita da responsabilità, un popolo che per secoli era stato passivamente dominato dalle monarchie?

Ventotto le fucilazioni dei realisti avversi. I monaci dei Bianchi riuscirono a malapena ad annotarne i nomi.Ostili ed incapaci di uniformarsi alle nuove leggi, i fedeli sudditi di Ferdinando non parteciparono alla gioia per la neonata forma di governo, non furono felici nel veder innalzatigli alberi della libertà nelle piazze, non provarono simpatia per i Francesi.

Nonostante l’opera di educazione atta a trasformare la plebe in popolo ed il suddito in cittadino, i repubblicani furono osteggiati ovunque, specie nelle province, alcune delle quali vissero lotte cruenti e devastazioni.

D’altra parte, al di là del nobile intento, bisogna riconoscere che tra molti sedicenti repubblicani il senso della nuova  politica si ridusse a mera esaltazione e scarsa concretezza.

Furono davvero pochi quelli che ne compresero il senso e si adoperarono per il bene comune. Troppo pochi per consolidare un esercito ed uno Stato autonomo capace non solo di governare e sostenere il cambiamento, ma di difendersi dallo scontato ritorno del Borbone.

I Francesi, i portatori di liberté ed egalité, richiamati da Napoleone conquistatore, fecero presto armi e bagagli, e lasciarono i repubblicani Napoletani al loro destino.

Ferdinando IV con l’aiuto delle flotta inglese e delle truppe mercenarie reclutate in Calabria dal cardinale Ruffo, non perse tempo a tornare a Napoli. Il sogno di una Napoli repubblicana durò solo sei mesi. Il 13 giugno fu l’inizio della fine.

Ottomila prigionieri, centinaia di condannati all’ergastolo ed all’esilio, centinaia a morte.

Solo a Napoli dai Registri dei Bianchi se ne contano 99. Ma è noto che a questa macabra lista mancano i primi condannati al patibolo sull’isola di Procida, manca l’ammiraglio Francesco Caracciolo che fu impiccato all’albero maestro della Minerva, e tanti, tantissimi altri che furono giustiziati nelle province.

I Padri dei Bianchi non ebbero nemmeno il tempo di trascriverne gli Stati dei rei, i biglietti che annunciavano le esecuzioni arrivavano a raffiche. Non ci fu tempo nemmeno per la pietà.

Ascesero al patibolo i noti più noti dell’intellighenzia e della nobiltà napoletana: Mario Pagano, Domenico Cirillo, Eleonora de Fonseca Pimentel, Ettore Carafa di Ruvo, Gennaro Serra di Cassano, Mario e Ferdinando Pignatelli, Ferdinando ed Antonio Ruggi d’Aragona, il vescovo di Vico Equense Mons. Michele Natale e con lui tanti altri sacerdoti, giuristi, avvocati, letterati. Insomma, un’ecatombe.

La controrivoluzione di Ferdinando IV fu spietata; non tenne  conto delle capitolazioni promesse ai repubblicani dal cardinale Ruffo per ottenerne la resa, non tenne conto dell’anarchia in cui aveva lasciato il suo popolo e della miseria che lo aveva abbrutito, non tenne conto di nulla e nulla ordinò che sopravvivesse alla storia di quei sei della Repubblica della schifezza.

I repubblicani del 1799 non solo vennero privati della vita, ma anche della memoria. Tutti i processi furono dati alle fiamme e con essi i documenti redatti durante il semestre repubblicano. Per anni le famiglie dei condannati vennero perseguitate dall’odio borbonico con la confisca dei beni ed il divieto di tenere vivo il ricordo del parente reo di Stato.

La censura durò per tutto il tempo che i Borbone rimasero nella signoria di Napoli, alimentando nei superstiti odi e malcontenti che sarebbero poi riesplosi nei moti insurrezionali del 1820 e nel ’48.

Ferdinando IV si riprese il suo regno spargendo sangue innocente in un orgia lazzaronesca che nel furore della controrivoluzione non risparmiò nemmeno i cadaveri dei repubblicani. Fu uno scempio senza precedenti.

 

[Tratto da:  Antonella Orefice, "Delitti e Condannati nel Regno di Napoli (1734-1862) nella documentazione dei Bianchi della Giustizia" Prefazione di Antonio Illibato. Con il patrocinio dell'Archivio Storico Diocesano di Napoli. Arte Tipografica Editrice, Napoli 2014]

 

 

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