Vincenzo Russo, l'avvocato rivoluzionario

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Vincenzo Russo, dotto, eloquente, repubblicano ardentissimo era uno di quegli uomini privilegiati che le rare virtù dell’ingegno e del cuore onorano non una azione, ma l’umanità tutta intera.

Giovanissimo ancora era ricco di singolare dottrina; e allo splendore della fantasia e al calore del sentimento univa la profonda ragione; lo uccisero a ventinove anni, sul fiore delle speranze!

Nato il sedici giugno 1770 a Palma Nolana in un piccolo paese a dieci miglia da Napoli,  dopo i primi rudimenti avuti dai genitori in famiglia andò nel seminario di Nola, ove tra gli altri, gli fu maestro quell’Ignazio Falconieri di Lecce, che nel trentuno ottobre  del 1799 finì pure lui sul patibolo con tutti i cittadini più valenti e più generosi.

A Napoli corse con grande ardore i campi delle scienze naturali e morali, e attese all’avvocatura, per la quale ebbe aiuti e conforti da Domenico Cirillo, che rimase preso dalla sua naturale eloquenza e dal suo rapido ingegno.

Il foro di Napoli, scrive Francesco Lomonaco, poteva con ragione andare orgoglioso di un simile uomo. Giudici, avvocati, uomini di lettere, tutti ammiratori della superiorità del suo genio, ammiravano e veneravano il moderno Demostene.

Una volta, mentre egli tuonava in tribunale a difesa di un infelice, un ministro disse al padre che gli stava vicino: “gloriati, gloriati, amico, di avere questo grand’uomo per figlio”.

Un cotal uomo non poteva vivere ove la virtù era portata al patibolo.

Fu tra i primi che cospirarono per la libertà promessa dai Repubblicani francesi: e la regina, che prima di uccidere gli uomini onesti metteva in campo ogni mala arte per avvilirli, fece prova di tirarlo nelle sue reti per mezzo di due zii di Nola, che lo indussero a chieder perdono. Ma poi, vedendosi nuovamente proscritto, e cercato dai soldati a ghermirlo, cercò per vie segrete lo scampo, e con altri, fuggì quel suolo contaminato d’ingiustizia, di prepotenza e di sangue, e cercò luogo più conveniente alla sua anima onesta. Non andò in Francia, perché stimava i francesi infetti di mali costumi.

Noleggiata una barca, andò a Genova e di là per la via di Milano, si riparò nelle montagne dell’Elvezia, ove era d’avviso che il vivere frugale e la lontananza dalle ambizioni e dalle libidini delle aule dei grandi mantenessero, lo onestà e le semplici e severe costumanze per cui vanno celebrati gli antichi.

Lo Svizzero, egli diceva, lo Svizzero solamente è capace di libertà in Europa. Visse a Ginevra e a Berna, nel 1798 rientrò a Roma, egli si sottrasse al dominio dei preti e fu lieto che l’albero della libertà fu piantato sul Campidoglio.

In quel suolo che copre le ceneri dei Bruti, per i conforti di Pasquale Baffi e di Mario Pagano, suoi compagni di esilio, pubblicò i suoi pensieri politici, libro originale e dei più liberi e forti di quella età, scritto con ingegno e cuore accesi dal più puro amore degli uomini, pieno di alte speculazioni, di grandi utopie e di nobilissimi affetti.

Appena la Repubblica, cacciando le tenebre del dispotismo, ebbe rallegrando la terra di Napoli, Vincenzo Russo corse a risalutare la patria rigenerata dalla libertà, e disponendosi a servirla in qualunque maniera, si offrì semplice

soldato. Ma egli non era uomo da fare il soldato: non il braccio, ma il senno e il cuore di lui dovevano sovvenire alla patria. Cessato il Governo Provvisorio a quindici aprile, egli fu chiamato con altri ventiquattro cittadini a comporre la Commissione (Assemblea) legislativa, e assiduamente lavorò ed eloquentemente parlò, e si mostro legislatore severo e sapiente.

Allorché la guerra civile, facendo cessare la prosperità dei commerci, ridusse lo Stato a grandi strettezze, e dai più virtuosi cittadini si proponeva che i rappresentanti del popolo fossero i primi a fare sacrifici alla patria, egli rinunziò a tutto il suo stipendio e condusse una poverissima vita.

Andava vestito in abito di semplice soldato, e tutti i giorni dal suo paese dal suo nativo veniva a Napoli a piedi, portando con se un pezzo si pane, che era il solo suo nutrimento. Nessuno cura aveva di sé, solamente la patria gli stava in cima ai pensieri. In mezzo alla miseria e alla gravi cure di Stato si conservava gaio e sapeva spargere di amenità le più ardue questioni.

Lo avresti detto un filosofo antico ai semplici modi, agli austeri costumi, alla benefica sapienza alla meravigliosa forza dell’animo. Quelli che lo conobbero e che scrissero di lui, ne celebrano a gara l’austera virtù e lo chiamano un nuovo Catone.

A tutti i buoni era caro, e specialmente a Domenico Cirillo, che gli aveva aperto la via a giovare del suo senno la patria. E di forti e generosi consigli egli aiutò la Repubblica, era d’avviso che il regno della libertà non poteva ergersi sul solo rovescio del trono.

Diceva che c’era bisogno di fondare la morale, creare lo spirito nazionale, estirpare gli usi e gli errori con una educazione sapiente, combattere il lusso e la corruzione, far cessare la sproporzione delle fortune, accendere l’ardore di guerra del popolo, custodire il Palladio dell’indipendenza sotto l’egida delle forze nazionali, senza addormentarsi in seno alla protezione dello straniero.

Questo chiamava fare davvero una rivoluzione attiva. Queste cose diceva nell’assemblea dei legislatori, e nei circoli della città ove tuona e fulminava, e trascinava tutti colla prepotente parola, colla impetuosa eloquenza.

Negli ultimi giorni della Repubblica, non potendo più combattere colla parola tribuna, entrò nelle file della guardia nazionale, pronto a tutte le imprese, e fortemente combatté nell’ultimo combattimento del ponte della Maddalena; ferito e straziato cadde in mano ai nemici e fu condotto in prigione ai Granili, ove circa trecento persone ammassate in una fetida stanza patirono la fame, la sete e ogni tipo di martirio. Sopportò con rara imperturbabilità gli strazi; in mezzo ai tormenti non perdé mai il suo lieto umore, ed era la consolazione dei suoi compagni di sventura.

Nelle dispute politiche che si agitavano nella prigione  si mostra il più eloquente di tutti, e coi suoi ardenti discorsi accedeva più che mai l’amore di patria nel cuore dei prigionieri.

Quando gli annunziarono la sentenza di morte non mutò viso né animo, non perdè la sua naturale gaiezza.

Chiesto da bere, bevve alla salute dei patrioti e disse ai compagni: “Domani avrete più posto”: dormivano troppo serrati, detto ciò si addormentò con calma.

Al comandante del Carmine, creatura del Ruffo, il quale nella cappella all’ultima ora si diceva suo amico e gli parlava di religione, rispose, perduta la solita calma: “Tu, assassino, ti dici mio amico? Tu, compagno di Ruffo, mi parli di religione? Ah! conducetemi al supplizio; questo è il solo dei miei voti”.

Andò al patibolo il diciannove novembre con animo quieto e con volto sereno; pareva che non andasse a morte, ma a festa. Egli fu, dice Vincenzo Cuoco, sempre un eroe. Dal patibolo parlò con tono e con un calore di sentimento, che ben dimostrava la morte poterlo distruggere, non avvilire.

Rivolto alle turbe feroci e codarde che lo insultavano, disse:

Questo non è per me luogo di dolore, ma di gloria; qui sorgeranno i marmi ricordevoli dell’uomo giusto e saggio. Pensa o popolo, che la tirannide ti fa ora velo agli occhi e inganno al giudizio: ella ti fa gridar, viva male, muoia il bene: ma il tempo verrà in cui le disgrazie ti renderanno la mente sana; allora conoscerai quali siano i tuoi amici, quali i tuoi nemici. Sappi ancora che il sangue dei Repubblicani è seme di Repubblica, e che la Repubblica risorgerà quando che sia, e forse non è lontana l’ora, come dalle sue proprie ceneri la fenice, più possente e più bella di prima”.

Mentre così parlava, fu messo a tacere e strangolato dal boia.

 

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