Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Gli Internati Militari Italiani

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E' una storia poco nota e che merita di essere ulteriormente approfondita. Ci stiamo riferendo ad un sacrificio duro, e per molti estremo, di Resistenza che riguardò ben 650 mila internati Militari italiani, uno status giuridico inesistente, escogitato dai nazisti dopo l’8 settembre 1943, una vicenda dolorosissima che è stata portata alla luce da Mario Avagliano e Marco Palmieri nel libro “ Gli internati militari italiani, diari e lettere dai lager nazisti- 1943- 1945”, facendo riferimento ad una documentazione ampia, rigorosa e corposa.

Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, centinaia di migliaia di militari italiani furono disarmati dai tedeschi e posti di fronte ad una drammatica scelta di continuare la guerra sotto le insegne nazifasciste o essere deportati nei campi di concentramento.

La gran parte di loro – circa 650 mila, tra cui 30 mila ufficiali e 200 generali – rifiutarono di continuare a combattere al fianco dei tedeschi e scelsero di non aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Tale rifiuto, il primo in massa contro il nazifascismo, li portò a subire la deportazione e ad essere internati nei lager nazisti.

Gli autori fanno riferimento a centinaia di lettere e diari scritti nei lager in quei drammatici giorni, rimasti inediti reperiti in archivi pubblici, privati e di famiglia.

I nove capitoli del testo raccontano la tragedia della vita e della  morte nei campi di concentramento nazisti di coloro che furono i protagonisti di “un’altra resistenza”.

Ammassati in lunghe tradotte di carri bestiame, furono deportati con lo status di Internati Militari Italiani non solo per sottrarli alle garanzie della Convenzione di Ginevra, ma anche e soprattutto per privarli dell’assistenza della Croce Rossa Internazionale.

Le tradotte, partite dall’Italia, seguirono la via del Brennero o di Tarvisio per fare tappa ad Innsbruck, mentre quelli provenienti dalla Grecia e dall’Albania sostarono a Belgrado, dove si univano ai treni che partivano dalla Jugoslavia.

Ben 30000 vennero inizialmente concentrati a Meppen, al confine con l’Olanda e successivamente in Polonia. I sottufficiali furono portati nei campi di lavoro nei vari lager nazisti disseminati in tutto il Reich.

Le durissime condizioni di vita, che erano accompagnate dall’umiliazione della spersonalizzazione tramite il numero di matricola, dopo essere stati spogliati di tutto, portarono alla morte decine di migliaia di militari italiani.

Il numero non è possibile accertarlo “La loro vicenda di volontari del lager - sostengono gli autori - protagonisti di una resistenza senza armi al nazismo e al fascismo, è stata a lungo e ingiustamente dimenticata”.

L’esperienza dei lager riguardò anche alcuni tra i più importanti esponenti della cultura, dell’arte, della politica e delle professioni del dopoguerra, tra cui l’attore Gianrico Tedeschi, i senatori Paolo Desana e Carmelo Santalco, lo storico Vittorio Emanuele Giuntella, il manager d’industria Silvio Golzio, l’intellettuale cattolico Giuseppe Lazzati, il pittore Antonio Martinetti, il pittore e caricaturista Giuseppe Novello, il filosofo Enzo Paci, il musicista Mario Pozzi, il poeta Roberto Rebora, gli scrittori Mario Rigoni Stern e Giovannino Guareschi.

Un lavoro importante su una realtà riguardo alla quale ci sarebbe tanto ancora da “scoprire” e riportare alla luce, una scelta coraggiosa di tanti che preferirono il lager al nazifascismo, ed a cui i due autori stanno lavorando ancora al fine poter offrire alla memoria storica un quadro ancora più completo di una tragedia che segnò tanti uomini e tante famiglie.

Al tema degli Internati Militari Italiani Mario Avagliano (che è anche nostro collaboratore), e Marco Palmieri stanno dedicando una collana storica che raccoglierà ulteriori testi inediti.

 

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