Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La strage di Caiazzo. 13 ottobre 1943

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La dolorosa vicenda dei 22 civili assassinati a Montecarmignano il 13 ottobre 1943 è stata recentemente ricostruita dal magistrato Paolo Albano  in collaborazione con Antimo Della Valle nel testo La strage di Caiazzo. 13 ottobre 1943. La caccia ai criminali nazisti nel racconto del Pubblico Ministero (Prefazione di Ferdinando Imposimato, Ed. Mursia, Milano, 2013)  un libro che fornisce non solo un resoconto dei vari momenti che videro il dott. Albano Pubblico Ministero nel processo presso la corte d' Assise di Santa Maria Capua Vetere nel 1994, ma anche riflessioni  che offrono approfondimenti  sia sul piano giuridico che su quello umano.

I responsabili della strage furono il sergente dei granatieri dell’Armata  Wehrmacht, Kurt Schuster, e Wolfgang Lehnigk-Emden, sottotenente della Wehrmacht.  

L'unico imputato, rintracciato dopo quasi 50 anni dalla strage,  Wolfgang Lehnigk-Emden, aveva confermato nel corso del dibattimento di avere agito in reazione a presunti segnali luminosi che alcuni contadini della zona avrebbero indirizzato, a più riprese, verso le truppe alleate, e di non essersi reso conto, a causa del buio, che vi fossero anche civili rimasti in un casolare, aggiungendo altresì che i segni di violenze ulteriori sui cadaveri delle vittime sarebbero stati opera di provocatori partigiani.

Ma tale versione non trovò particolari riscontri dal momento che il  Sud italiano non fu una zona di frequenti azioni partigiane. La ricerca storica si trovò, quindi a doversi confrontare in un dibattito sulle motivazioni della strage, mentre l'iter giudiziario italiano si concluse in corte di Assise con la pena  all'ergastolo del granatiere  Wolfgang Lehnigk-Emden, condanna che divenne definitiva per la mancanza di richiesta di Appello  e con un imputato contumace, che scontò solo un periodo di carcerazione preventiva a causa delle differenze tra i sistemi giudiziari italiano e tedesco.

Il reato attribuito ad Emden era stato suddiviso  in Germania in due differenti imputazioni: in omicidio doloso semplice, relativo ad un primo gruppo di 7 persone prelevate dal casolare, crimine caduto in prescrizione dopo 15 anni, ed omicidio doloso aggravato, relativo al secondo gruppo di 15 persone massacrate nel casolare. La prescrizione per quest’ultimo era avvenuta  dopo trenta anni.

Negli 1975, il nuovo codice penale tedesco non ammise più la prescrizione per reati di omicidio, ma il suo valore non fu retroattivo; le autorità giudiziarie germaniche non considerarono in tal modo "sospesa" la legalità al tempo del Terzo Reich, per cui i 30 anni per calcolare la prescrizione dovettero essere calcolati esattamente dal 13 ottobre 1943, facendo risultare l'atto delittuoso prescritto dal 1973.

Le  autorità giudiziarie italiane, invece, vollero sottolineare il principio morale del perseguire reati di assassinio anche a notevole distanza temporale dagli eventi in questione.

La triste vicenda storica narrata del testo "La strage di Caiazzo” viene esposta  dal magistrato Albano in chiave di contrapposizione tra il bene ed il male, tra giustizia e ingiustizia, senza negare l’interesse che essa rivela sotto il profilo storico, in quanto ci proietta in uno dei periodi più tragici per l’Italia del secondo conflitto mondiale.

Ci si trova ad analizzare la difficile realtà che seguì ’armistizio dell’8 settembre 1943, con le popolazioni civili italiane che furono abbandonate dalla classe dirigente alla furia nazista che infierì su di esse con inaudita ferocia.

Particolarmente commovente nell’eccidio nazista di Caiazzo si rivela l’aspetto umano della vicenda, che ricorda  la fine drammatica di quattro famiglie, sterminate in tutti i suoi componenti. Il magistrato Albano si sofferma commosso sulla ventitreesima vittima , una donna  incinta di un figlio mai nato.

Il testo è dedicato a “quella vita spezzata prima di nascere”.

La strage di Caiazzo, così come gli altri eccidi nazisti che si susseguirono dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, furono troppo presto  dimenticati sull’altare della “Ragion di Stato”, tenuto conto che la situazione della politica internazionale aveva subito un mutamento radicale in un breve spazio di tempo dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Si giunse perfino a seppellire in un armadio – definito “l’armadio della vergogna” – presso la Procura Generale Militare di Roma, 695 fascicoli processuali relativi a crimini commessi da militari tedeschi in Italia in quel tragico periodo.

Tante vittime innocenti non poterono avere giustizia in seguito all'instaurarsi della guerra fredda fra il blocco occidentale e quello sovietico, che impose la decisione da parte della NATO  di riarmare la Germania dell’Ovest e di affidarle un ruolo rilevante nel quadro politico e militare dell’Occidente che si configurava nei confronti dell’Unione Sovietica.

Questo gioco di alleanze fece sì che, dopo gli unici casi di Reder e Kappler, non furono aperte ulteriori inchieste giudiziarie e men che mai processi nei confronti dei militari tedeschi autori di eccidi nei confronti di civili italiani.

Anche l’Italia annoverava  criminali di guerra, autori di uccisioni di civili nel periodo dell’alleanza nazifascista, per cui la loro impunità fu barattata con l’occultamento delle responsabilità dei nazisti in Italia, proprio al fine di evitare che altre nazioni chiedessero l’estradizione di cittadini italiani.

Agli inizia degli anni Novanta la situazione internazionale mutò soprattutto con l’abbattimento del muro di Berlino. In virtù di tale cambiamento, pur tra mille difficoltà, il magistrato Albano riuscì nell’impresa di scovare i responsabili dell’eccidio ed istituire un processo.

Il dibattimento giudiziario fece  giustizia di tante falsità, tra cui la presenza di partigiani nel casolare e un loro presunto attacco nei confronti dei militari tedeschi. Inoltre fu escluso che gli italiani avessero dato ospitalità a soldati americani.

Tale tesi, neppure prospettata dagli imputati, fu smentita anche dalla circostanza che nessun cadavere di soldato americano fu rinvenuto sul luogo della strage.

La logica ed incontrovertibile conclusione giudiziaria della vicenda fece giustizia delle varie illazioni sul movente del crimine che affondava le sue radici unicamente nell’odio  che i militari tedeschi nutrivano nei confronti del popolo italiano, dal quale si erano sentiti traditi nel 1943 dopo il clamoroso annuncio dell’Armistizio.

Anche se la condanna non fu mai applicata, la sentenza dell’ergastolo per Emden restituiva dignità di esseri umani a uomini, donne e bambini massacrati a sangue freddo e restituiva il loro  sacrificio alla storia del popolo italiano, in nome del quale il verdetto  era stato pronunciato.

I difensori degli imputati Emden e Schuster dinanzi alla Corte d’Assise furono tutti italiani e li difesero con grande professionalità. Essi proposero anche l'Appello dopo la condanna all’ergastolo, ma subito dopo entrambi gli imputati revocarono loro l’incarico, in quanto si ritenevano ormai sicuri di non essere estradati, essendo all’epoca vietato dalla Costituzione tedesca, e non vollero affrontare le spese del secondo grado di giudizio, consapevoli  che una sentenza di assoluzione fosse  del tutto improbabile.

 

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