Il teatro tragico illuminista e repubblicano di Francesco Mario Pagano

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Francesco Mario PaganoNell’interesse per il mondo antico Francesco Mario Pagano trovò una ragione per comprendere la natura umana e le motivazioni del suo agire.

L’illuminismo del Settecento offriva  l’opportunità di far emergere i lumi della classicità, in relazione soprattutto all’area mediterranea dell’antico territorio italico. Inoltre l’ideale repubblicano, che si andò progressivamente imponendo nel suo pensiero, traeva ispirazione anche dalle Repubbliche dell’antichità in cui ritrovava l’enunciazione di alcuni principi repubblicani ben delineati.

In tale contesto Mario Pagano trovò ispirazione nella storia dell’antichità classica per i suoi drammi patriottici e repubblicani. Il grande filosofo illuminista Gaetano Filangieri aveva additato ai suoi discepoli la funzione politica e pedagogica del teatro repubblicano, scrivendo che il teatro doveva tornare ad essere ciò che “era stato alla sua origine, la scuola della virtù e il pascolo della gloria”, ravvisando la necessità che esso doveva andare oltre i pur lodevoli tentativi di Corneille, Racine e Voltaire.

Tra coloro che seguirono il pensiero del maestro Filangieri, fu Francesco Mario Pagano che si propose di dar vita ad un teatro moderno e patriottico. Mario Pagano si pose, anche con i suoi drammi (Esulti tebani, Gerbino, Agamennone, Corradino ), l’ obiettivo ambizioso di contribuire ad edificare una società repubblicana e democratica. Lo chiarì bene nel suo  Saggio del gusto e delle belle arti del 1785 da cui si evince  la natura politica e sociale del linguaggio letterario e poetico e la ben definita differenza tra il teatro in un regime monarchico e le peculiarità del teatro repubblicano.

“Nelle repubbliche - scrive Pagano - il teatro deve capire il popolo intero; nelle monarchie la sola gente colta e polita. In quelle il teatro ed il foro sono la scuola di un popolo il qual convien che sia erudito e colto siccome quello che ha da governare se stesso; ma nelle monarchie il volgo può essere ignorante e rozzo, come lo è: i lumi e la coltura non gli fanno di mestieri”.

Pagano dedicò al suo maestro Gaetano Filangieri la sua prima tragedia, Gli esuli tebani del 1782. Gli esuli tebani che ritornavano nella loro città natale per liberarla dal tiranno Leontida costituivano il tema adatto per dimostrare la differenza tra i diritti naturali delle leggi di natura e le leggi arbitrarie ed ingiuste imposte da un despota.

Nella tragedia al tiranno che esclamava, prima di essere ucciso  - “Su i prìncipi poter non han le leggi/ che se di quelle sono esse gli autori” -  Pagano faceva rispondere ai tebani : “Pur sono soggetti a quell’eterna legge/ che scrisse di sua mano l’alma natura”.

Emergono  quelle che sono state già le idealità costituzionali della Rivoluzione americana con l’amor di Patria, inteso come amore per la Libertà, la Repubblica e le sue leggi.

“Il recupero della drammaturgia della congiura con gli Esuli Tebani di Pagano - scrive Beatrice Alfonzetti  - sembra inaugurare in effetti, a livello mitico, la funzione speculare e performativo del tragico” in cui, rispetto alla tradizione della tragedia settecentesca, si evidenzia una “strutturazione sul giuramento che consacra la vita del singolo al patto e alla patria”.

Trattasi di una drammatizzazione allegorica di esaltazione di un agire politico affidato all’aristocrazia della mente e del cuore, come è stato più volte scritto nei Saggi Politici.

Un’ altra tragedia, scritta in endecasillabi sciolti, è stata Agamennone nella quale Mario Pagano ha messo  in evidenza l’importanza delle fondamentali leggi di natura nel momento in cui veniva  rappresentata nella sua crudeltà la condizione di un padre, Agamennone, che doveva  piegarsi al sacrificio della figlia, Ifigenia per volere degli dei.

Tale obbligo religioso veniva  espresso   in tutta la sua disumanità ingiusta, anche se Ifigenia alla fine fu  salva.

Mario Pagano si mostrò orgoglioso di tale tragedia scrivendo: nella prefazione all’opera Agamennone :

“Non si potrà per certo negare il pregio di essere stato in Italia il primo a tentare questo nuovo genere drammatico, ad eccitare gl’Italiani ingegni a coltivarlo con quella felicità medesima cin cui finora han prodotto i capi d’opera in ogni parte della letteratura”.

Nel dramma  Corradino del 1789 Mario Pagano intrecciò gli avvenimenti storici italiani all’intreccio di amori per rilevare come la Chiesa, “ l’esecrabile Vaticano” ostacoli la causa nazionale privilegiando l’alleanza con un re straniero contro un principe italiano.

Nel Gerbino  venivano denunciati i cortigiani, le passioni funeste dei sovrani, l’uso della tortura per esaltare le idee nuove basate sul diritto naturale di cui uomini valorosi si erano resi  interpreti per contrastare il potere del principe.

Il grande filosofo lucano, legislatore e martire della Repubblica Napoletana del 1799, anche tramite il teatro tragico, si pose il duplice obiettivo di educare il popolo ai valori repubblicani e di istruirlo sui concetti basilari della filosofia dei Lumi, come Libertà, Uguaglianza, Costituzione.

 

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