“I Pittagorici” di Vincenzo Monti e Giovanni Paisiello: l’omaggio drammaturgico ai martiri della Repubblica del 1799

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Giovanni PaisielloLa maggior parte dei critici ritiene che nel dramma I Pittagorici, con musica di Giovanni Paisiello e poesia di Vincenzo Monti, la poesia sovrasti la musica ed è in fondo lo stesso giudizio dell’anonimo cronista de “Il Monitore Napoletano (1) che dà notizia dell’esecuzione dell’opera, avvenuta al San Carlo il 19 marzo 1808.

Il cronista scrive testualmente: Diremo adunque primariamente che la musica di questo dramma è stata in tutto sottomessa alla poesia, e che ciò si dee all’intelligenza del sig. Cav. Paisiello, il quale ha rinnovato in essa l’esempio dei primi e più venerandi maestri dell’arte sua”.

Il poeta Vincenzo Monti fu a Napoli dal 4 settembre 1807 al 2 maggio 1808 per scrivere il testo de I Pittagorici, opera in un atto con musica di Giovanni Paisiello.

Nel 1799 Paisiello riuscì diversamente da Domenico Cimarosa, a non compromettersi più di tanto con la Repubblica Partenopea, ottenendo la riabilitazione al ritorno dei Borbone. Sposò, invece,  l’ideologia napoleonica  nel 1808, quando,  tornati i francesi a Napoli e regnante Giuseppe Bonaparte, musicò I Pittagorici, «dramma di un atto solo» di Vincenzo Monti, mirato a rievocare in forma allegorica la feroce repressione borbonica nei confronti dei  protagonisti della Repubblica nel 1799.

Fu tale il contenuto dello spettacolo messo in programma per l’onomastico di, Giuseppe Bonaparte, in data 19 marzo 1808. D’altronde la breve stagione della Repubblica Napoletana, la sua tragica fine, il ritorno dei Borbone e il successivo insediamento dei francesi con Giuseppe Bonaparte e poi Gioacchino Murat, recarono nel giro di pochi anni cambiamenti rilevanti nello stesso assetto politico ed amministrativo del Regno di Napoli, che gli intellettuali, e tra essi i musicisti, vissero tra coerenza e cambiamenti repentini.

 

Domenico CimarosaIl Paisiello, soprattutto, divenne nell’immaginario collettivo il tipico voltagabbana. Infatti, se Domenico Cimarosa subì duramente la rappresaglia dei cosiddetti sanfedisti, pagando con il carcere la colpa di aver musicato l’inno Patriottico della Repubblica del 1799, Paisiello ebbe sempre un atteggiamento di asservimento furbesco al regime. Tutto si svolse nello stesso luogo, “un bosco consacrato alle romite adunanze dei Pitagorici”, in Crotone nel celebre Liceo Pitagorico e le diciassette scene statiche furono intercalate dalla narrazione dei fatti avvenuti, tra cui il sacrificio dei Martiri della Repubblica Napoletana del 1799 e da visioni fantastiche.

Dietro il conflitto tra i Pittagorici e il tiranno Dionigi si leggeva quello tra i martiri della rivoluzione napoletana del 1799 e Ferdinando IV di Borbone “re stolto e barbaro”.

Nel racconto del «pontefice» Leofrano venivano  ricordate le condanne a morte del 1799, le violenze delle bande sanfediste e alcune delle vittime, come Domenico Cirillo, Mario Pagano e soprattutto l’ammiraglio Caracciolo a cui veniva attribuito il nome di Agesarco.

Più precisamente nel dramma Dorillo era Domenico Cirillo e Gipzio, Mario Pagano.

La scena terza del dramma presentava un’aria di Leofrano che evocava in maniera evidentissima il martirio dell’ammiraglio Caracciolo:

La generosa vita/ Tronca da laccio infame/ All’onda inorridita/ Dié senso di pietà/ E a te, Re stolto e barbaro/ Fu quell’illustre vittima cagion di gioja, e stimolo/ Di nuova crudeltà”.

Vincenzo Monti intendeva comunicare con i suoi versi ad un vasto uditorio tutta la commozione di chi non aveva ancora terminato di piangere i suoi martiri”. Lo esplicitò chiaramente nell’opera  Notizie Storiche allorché scrive:

“Ai lacrimevoli avvenimenti, che colla perdita di molti illustri uomini della Nazione funestarono il Regno di Napoli nell’infelice epoca del 1799. E nella liberazione dei Pitagorici ognuno, io spero, ravviserà i fortunati politici cambiamenti che posteriormente accaduti con esultanza di tutti i buoni, ha posto fine alle dolorose vicende di questo Regno.”

Vincenzo MontiDopo la sconfitta del tiranno “stolto e barbaro” ad opera dell’esercito di una ‘Confederazione Italiana’, Leofrano ebbe la profetica visione di una nuova Italia posta sotto l’illuminata sovranità di Archita-Napoleone. Nel dramma prevalevano le grandi scene rituali (inno al Sole, giuramento di guerra ed altro ), mentre i pochi eventi non venivano direttamente rappresentati, bensì raccontati e commentati.

 Le stesse le figure-chiave del tiranno e del liberatore non erano presenti direttamente in scena.

Se la rievocazione delle vittime del 1799 assumeva  nella veste musicale accenti commossi, gli inviti alla lotta erano trattati da Palsiello con una grandiosità marziale, in tutto rispondente alle istanze della propaganda napoleonica.

La partitura de I Pittagorici fu a lungo considerata perduta, ipotizzando anche la sua distruzione per ordine dei Borbone, dopo il loro ritorno nel 1815.

Solo pochi anni fa sono state rintracciate due copie manoscritte che hanno permesso, oltre a una moderna ricognizione critica, anche un paio di esecuzioni, a Catania nel 1990 e a Taranto nel 1993.

Nel dramma prevalgono le grandi scene d’assieme, impostate su giuramenti e rituali.

Si contano solo tre arie. Paisiello, di fronte a tale impostazione del libretto, attuò una partitura che riflette e risente della struttura poetica, scrivendo un melodramma d’ascendenza francese, sulla scia della Tragedie-lyrique.

La partitura si articola in forma "aperte", dove arie e cori si compenetrano e sono collegate da recitativi accompagnati che sfociano direttamente nei brani puramente lirici.

 

 

Bibliografia

 1) Il Monitore Napoletano dopo il 1799 fu ripreso nel 1808 da Vincenzo Cuoco -  «Il Monitore  napoletano», Martedì 5 aprile 1808, n.220, rubrica "Varietà", p. 7., in I-Nn-Coll. Sez. Nap. Per. 67.

Marina Mayrhofer, Drammaturgie della Rivoluzione, in Napoli 1799 fra Storia e Storiografia- Napoli 2002

 

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