Leopoldo Pilla, geologo di fama europea, eroe e martire del Risorgimento

Condividi

Leopoldo PillaL’Europa, l’Italia, il Mezzogiorno, Terra di Lavoro dovrebbero rinnovare la memoria di questo grande intellettuale e docente universitario, che seppe onorare la Scienza e la Patria , fino a dare la vita nella battaglia di Curtatone e Montanara (in provincia di Mantova) il 29 maggio 1848 e che fa capire esemplarmente anche le ragioni profonde della crisi e della fine storica del Mezzogiorno borbonico, le ragioni spirituali e politiche nello stesso tempo del processo risorgimentale.

Venafro (allora nella provincia casertana, oggi comune molisano in provincia di Isernia) ha onorato costantemente, occorre riconoscerlo, questo suo figlio nobile, con le lapidi sulla sua casa natale, di cui una del noto poeta catanese Mario Rapisardi del 1905 (vedi appendice), il busto e la lapide con frase di Guerrazzi nell’aula consiliare, partecipa ogni anno con sindaco e delegazione comunale ad una commemorazione a Curtatone, ha intestato la biblioteca comunale e la scuola media a Pilla, ha patrocinato convegni e pubblicazioni, come la bella biografia di Antonio Sorbo, Leopoldo Pilla. Un intellettuale nel Risorgimento, Cosmo Iannone Editore, Isernia, 2003,  dalla quale sono riprese le citazioni.

Nacque il 20 ottobre 1805 da Nicola, medico, ma anche studioso e scrittore di geologia e mineralogia, patriota repubblicano nel 1799 e anche a capo della municipalità venafrana, poi partecipe del memorabile decennio murattiano (1806-1815), che segnò la fine del Mezzogiorno feudale e l’inizio dell’età moderna, e fu carbonaro nel 1820.

Egli incise profondamente sulla direzione della ricerca scientifica e sugli orientamenti liberali del figlio.

La madre, Anna Macchia, era la seconda moglie di Nicola, e Leopoldo sopravvisse ad una dolorosa serie di fratellini e sorelline morti prematuramente, come era frequente nell’epoca.

Nicola Pilla ha lasciato una numerosa serie di scritti, dal ‘Saggio litologico sui vulcani estinti di Roccamonfina, Sessa e Tiano’ del 1795 a quelli del 1842 e 1851 sull’insegnamento medico.

Dopo gli studi inevitabilmente limitati nella piccola cittadina natale, avendo il padre soprattutto come principale educatore, si trasferì a Napoli nel 1819, all’età di 14 anni, con la rendita paterna di 12 ducati al mese.

“Il padre lo affidò al professore Nicola Covelli, illustre scienziato e suo carissimo amico, il quale non solo fu il primo maestro di Leopoldo, ma lo ospitò nella propria abitazione fino al 1821, fino a quando, cioè, il giovane venafrano entrò nel Collegio di Medicina Veterinaria, grazie proprio al suo intervento.”(p.24.)

Il Covelli, oltre che amico, era conterraneo del padre e di Leopoldo, essendo nato a Caiazzo (che lo onora con piazza e l’intestazione del Liceo Scientifico) nel 1790, ed a Napoli era docente di chimica e botanica nella Regia Scuola di Veterinaria, dopo essere stato nel 1812 per perfezionamento anche a Parigi.

Proprio attraverso il rapporto quotidiano col Covelli, Leopoldo, dopo l’influsso del padre, rafforzò la sua predilezione verso la chimica, la botanica, la geologia, la matematica, l’anatomia, abbandonando l’idea di seguire gli studi giuridici.

Pur giovanissimo, ebbe esperienza della rivoluzione a Napoli e nel Mezzogiorno del 1820-21, che fece balenare per poco tempo la possibilità di far vivere nel Sud un esperimento di monarchia liberale, costituzionale, parlamentare (che avrebbe potuto aprire un futuro storico al regno borbonico, ad un autonomo stato meridionale moderno), subito delusa dal fedifrago Ferdinando IV nel Congresso di Lubiana, che fu uno dei tanti episodi storici che nel profondo distaccarono la dinastia borbonica dal paese e la resero superata storicamente.

Di quella vicenda liberale e costituzionale fu parte anche Nicola Covelli, che proprio per questo fu esonerato poi dall’incarico e dovette aprire una farmacia per vivere, morendo nel 1929, sepolto nel Duomo di Napoli.

Proprio per onorare il suo caro, grande maestro e benefattore, Leopoldo Pilla stese il suo primo scritto ’Cenno biografico di Niccola Covelli’, letto all’Accademia Pontaniana, nel 1830.

Fu allievo esemplare e si laureò in Medicina Veterinaria nel 1825.

Iniziò l’attività di veterinario, ma era attratto più dagli studi, per cui si iscrisse nel 1825 a Medicina e Chirurgia e cominciò a seguire anche le lezioni di mineralogia e geologia di Matteo Tondi, di cui fu discepolo prediletto per dieci anni, fino alla sua morte nel 1835.

Faceva pratica medica presso gli Incurabili, collaborava ai giornali ’L’Osservatore Medico’ e ‘L’Esculapio Napoletano’, frequentava la scuola del linguista Basilio Puoti e l’Accademia Pontaniana.

Fondamentale si dispone nella biografia umana e intellettuale l’incontro con il marchese Basilio Buoti, che aveva aperto una famosa scuola privata di lingua e letteratura italiana, dove si formarono personalità come Francesco De Sanctis e Luigi Settembrini ed ebbe la visita di Giacomo Leopardi.

Leopoldo Pilla la frequentò per anni, e Puoti lo ebbe come allievo diligente e caro, accompagnandolo alla partenza da Napoli per la Toscana, inviandogli lettere e Pilla scrisse alla sua morte nel 1847 uno dei ricordi più intensi e precisi sulla personalità e sul lavoro pedagogico e soprattutto civile della scuola di Puoti.

Pilla trasse da quell’esperienza l’orizzonte allargato della sua cultura, che non fu solo scientifica, ma profondamente umanistica, congiungendo lettere e scienze (che hanno in comune il linguaggio), che furono l’alimento spirituale della sua esistenza, il conforto spesso delle sue amarezze e tra gli autori più cari vi furono Orazio, Seneca, Ariosto e soprattutto i Trecenteschi toscani, Petrarca, Boccaccio e soprattutto Dante, di cui Pilla divenne un raro conoscitore, fino a scrivere saggi specifici, che ne fanno un singolare interprete del sommo poeta fiorentino.

Alla scuola del Puoti Pilla deve quella consapevolezza linguistica, che si riflette nella sua prosa scientifica mai arida, fredda, tecnica, ma precisa, personale e calda, dove tralucono anche il momento autobiografico ed estetico, la riflessione sociale, civile e morale.

Basilio Puoti, di fronte alla frantumazione dialettale italiana e all’inondazione di influssi linguistici stranieri, in particolare francesi, con la nascita di un italiano barbaro, pose l’esigenza di difendere e di additare la lingua italiana, quale era stata raggiunta ed espressa soprattutto nel toscano dei grandi trecenteschi, con l’aggiunta di altri grandi (Ariosto, Tasso, Machiavelli e tra i moderni Manzoni), che hanno incarnato la struttura profonda della lingua italiana, la sua sintassi, il suo lessico fondamentale, che mai vanno smarriti, altrimenti si perde il senso profondo della propria identità nazionale.

Questo non significa che, specialmente nel campo del sapere scientifico, sempre aperto a nuove scoperte, non possa esservi afflusso lessicale nuovo, come avviene per tutte le lingue, che quindi devono e possono far posto ad esso, a meno che il patrimonio lessicale di una lingua non abbia già vocaboli già adeguati a garantire significato ed espressività.

La scuola del Puoti fu quindi scuola non solo di umanità, ma di profonda italianità e di capacità di aderenza sincera nella espressione dei moti intellettuali e sentimentali della propria esistenza.

Leopoldo Pilla ricorda, con chiaro riferimento anche autobiografico: “il magnanimo napoletano obbligava i suoi allievi a forti studi grammaticali, a lunghi esercizi sopra il valore de’ vocaboli, sopra il giro delle frasi, delle quali nessuna ei voleva riconoscere italiana se non fosse di finissima lega, e usata ne’ secoli migliori della nostra favella…il Puoti voleva custodire gelosamente e conservare immacolate queste due parti della nostra favella, cioè la sintassi e la proprietà de’ vocaboli generali.”(p. 89)

Così Puoti scrisse a Pilla, in occasione della sua partenza per la Toscana (patria ideale quindi non solo intellettuale, ma linguistica per Pilla e anche per Puoti):

“La vostra partita mi riesce amarissima e dolcissima al tempo stesso…Voi avete grandi obblighi con voi stesso, colla Patria, colla scienza e coll’egregio Principe che vi ha eletto a professore: fate di adempiere tutti bene…Come saremo lieti con la Giuseppina (Guacci in Nobile, singolare poetessa napoletana di sentimenti e di impegni risorgimentali, anche dantista e mazziniana, coetanea di Pilla, nata nel 1807 e morta per strano destino come Pilla nel 1848, che frequentò la scuola del Puoti, dopo l’esperienza di autodidatta) e col Gasparini, quando udiremo giungere infino qui a noi il dolcissimo suono delle meritate vostre lodi. Questa dolce speranza mitiga ora il nostro dolore, e ci renderà meno grave la vostra lontananza. Non ci è dolce senza amaro, e la gloria si acquista solo con fatighe e con pene. Andate dunque animosamente, mio carissimo Leopoldo, e vi stia sempre a cuore la probità e l’avanzamento della vostra scienza, e stando da noi lontano col corpo non dilungate mai da noi la mente e il cuore.”(pp.91-92)

E Pilla non si staccherà mai nel profondo del suo animo da queste memorie, da questi richiami, da questi esempi del Mezzogiorno nobile, che saranno per lui sprone per bene fare e ben farsi apprezzare.

La speranza di una svolta liberale col nuovo sovrano Ferdinando II, salito al trono nel 1830, dopo la morte del padre Francesco I, che aveva regnato dispoticamente dal 1825, quando era succeduto al lungo regno di Ferdinando IV, fu presto delusa e il povero Regno meridionale restò con la sua impalcatura formale e sostanziale assolutista, poliziesca, in mano a cortigiani provinciali e a gesuiti onnipresenti.

Aveva incominciato a scrivere un diario (“Giornale della mia vita”, disse), che registrava eventi e riflessioni, strumento prezioso per una conoscenza profonda della sua vita intellettuale, della sua visione politica, delle vicende anche private di salute e di rapporti familiari, che si ricollega alle simili esperienze autobiografiche di Settembrini (le ‘Ricordanze della mia vita’) e di De Sanctis (‘Ricordi’, editi postumi come ‘La giovinezza’).

Essa è una autobiografia singolare per impostazione, nel calcolo quasi statistico-matematico sia nel campo fisico che in morale dei giorni positivi e negativi della propria vicenda quotidiana (con la scala di valutazione del proprio giorno: pessimo, male, mediocre, bene, ottimo).

Rimasta manoscritta fino a pochi anni fa, come tanti scritti di Pilla conservati nella Biblioteca Universitaria di Pisa, è stata utilizzata criticamente dal prof. Giuseppe Monsagrati in un suo saggio del 1992 ”Vita, passioni e morte di Leopoldo Pilla venafrano” e poi pubblicata finalmente nel 1996 a Venafro presso Vitmar, col titolo “Notizie storiche della mia vita quotidiana a cominciare dal primo gennaio 1830 in poi” con prefazione dello stesso Monsagrati “Leopoldo Pilla: scienziato per vocazione, eroe per scelta”.

La bibliografia di Pilla in vita comprende 125 titoli (di cui diversi in francese e alcuni in tedesco, che partono dal ricordo citato di Covelli del 1830 al “Trattato di geologia. Diretto specialmente a fare un confronto fra la struttura fisica del settentrione e del mezzogiorno d’Europa”. Parte prima, del 1847, uscito a Pisa), poi vi sono state edizioni postume (tra le quali “Uno scritto inedito di Leopoldo Pilla sul malgoverno borbonico con prefazione e note di Esilio Michel, Livorno, 1912, ristampato nel libro di Sorbo alle pp.165-199) e restano i manoscritti, come si è detto.

Così scrive nel 1830 sulla condizioni degli studi a Napoli:

”La persecuzione spietata che nel nostro paese si dichiara al merito e la profusione di favori all’intrigo…la morale detestabile dei nostri pseudo-scienziati, nelle mani dei quali esistono le chiavi del potere…lo stato di rozzezza e di barbarie a cui per opera di questi presuntuosi ignorantoni sono ridotte le scienze tra noi…la mancanza di opportune biblioteche, di giornali, di gabinetti ed ove questi esistono la loro inaccessibilità…la ignoranza crassa che qualifica la nostra boriosa nobiltà.” (pp.28-29)

Allargò l’orizzonte dei suoi rapporti scientifici proprio nel 1830 con l’anatomista e antropologo svedese Anders Adolf Retzius, e nello stesso anno fece la prima escursione mineralogica del Vesuvio, di cui divenne a poco a poco il più importante e noto studioso italiano, riferimento obbligato per tutti quelli che, studiosi o turisti, venivano a Napoli da ogni parte d’Italia e d’Europa per osservare quel portento naturale, che era il più attivo allora, se si tiene contro che nel 1822 vi era stata un’eruzione, attentamente studiata dal suo maestro Covelli.

Il Vesuvio era per Pilla non solo oggetto di studio, ma anche fonte di emozione quasi lirica, come per il Leopardi di ‘La Ginestra’, che si trovò a vivere a Napoli negli stessi anni (1833-1837).

Nel 1831 fece parte di una commissione medica, che fu inviata a Vienna dal governo per studiare il colera che aveva toccato l’Europa centrale e minacciava di estendersi in Italia, stendendo due lunghi rapporti, che non furono tenuti in alcuna considerazione. Per l’occasione, con grandi emozioni intellettuali, visitò Roma, Firenze (Santa Croce in particolare, pantheon italiano), Ferrara (i cimeli e la tomba di Ariosto).

Verso di lui, pur così noto, vi era un ostracismo degli ambienti baronali universitari e del potere.

Sperava giustamente nella carriera universitaria, che pensava di meritare, ma fu costretto per vivere più dignitosamente di partecipare al concorso per chirurgo militare, risultando il secondo su 52 concorrenti e nel 1832 prese servizio presso l’Ospedale della Trinità di Napoli, anche se si sentiva umiliato e fuori del suo mondo e dei suoi studi prediletti.

Nel 1833 vi fu una nuova eruzione del Vesuvio, che attirò la ricca nobiltà a Napoli per assistere all’evento spettacolare e Pilla fu la guida ad es. del giovane esponente, Carl, della grande famiglia di banchieri Rotschild, di cui fu anche ospite, del barone Dupuytren, medico francese, uno dei più noti chirurghi, il conte francese De Beaumont, geologo, il giovane naturalista svizzero, di Ginevra, Pierre Edmond Boissier (poi autore della memorabile opera ’Flora orientalis’ in cinque volumi tra il 1867 e il 1885, il cui erbario è custodito nella città natale), il consigliere dell’imperatore russo, Rauch, della cui figlia il Pilla si innamorò (ma la famiglia poi partì da Napoli).

Nel 1833 su indicazione del prof.Tondi, di cui, come si è detto, era l’allievo prediletto e il possibile naturale erede, fece parte di una commissione scientifica incaricata di verificare la consistenza di una miniera di carbon fossile nell’area di Teramo, ai fini di una sfruttamento industriale, da parte della società ‘Sebetia’ ed egli approfittò del viaggio per conoscere sia il famoso Melchiorre Delfico, noto giurista, filosofo, politico liberale, storico, allievo di Genovesi, repubblicano, del 1799, membro del consiglio di stato sotto Gioacchino Murat, deputato del parlamento napoletano del 1820, che si era poi ritirato a Teramo, dove morì due anni poi nel 1835, sia lo scienziato Antonio Orsini, che aveva un ricco gabinetto di storia naturale e che viveva ad Ascoli Piceno, col quale strinse amicizia duratura.

Nel 1835 morì il professore Tondi, lasciando libera la cattedra di Mineralogia e di Geologia, alla quale Pilla sperava di poter giustamente pervenire. Gli fu negata, quasi sicuramente per motivi politici, nella memoria poliziesca e di potere del padre Nicola già repubblicano, murattiano, carbonaro.

Pilla scrisse nel suo diario in relazione alla cattedra e alla direzione del museo ”Vi gettò gli occhi sopra chi nel paese è conosciuto per non avere né scritto né parlato mai, uno che è professore dell’Università e non ha mai seduto giammai nella cattedra, il capo di dipartimento, il quale non durava difficoltà a farsi proporre alle cariche di Tondi per la sua posizione nel ministero.”(p.34).

Sconfortato nel profondo, ebbe una crisi di nervi terribile, che lo costrinse a ritornare anche a Venafro, per distendersi e riprendersi, nel conforto del padre, della filosofia di Seneca, della stessa religione cristiana, nelle sue dimensioni di sopportazione delle sventure, per non cadere nell’esaurimento o nei pensieri di suicidio.

Anche per uscire da quello stato depressivo, fece viaggi di studio a Montecassino, ai vulcani estinti di Roccamonfina e del Vulture, ai Campi Flegrei, alle isole di Ponza e Ventotene.

In questi anni, come emerge dalla copiosa bibliografia scientifica, fece viaggi in tutto il Mezzogiorno fino in Calabria, in Sicilia, nelle isole Eolie, imparando a conoscere il Mezzogiorno interno da tutti i punti di vista, non solo geologico: dalle infrastrutture stradali carenti all’alimentazione inimmaginabile, allo stato morale delle popolazioni, come emergerà dalla sua denunzia della corruzione intellettuale e morale del Regno delle Due Sicilie del 1848, nello scritto mandato ad un periodico di Parigi, che è degno di stare accanto alla denuncia dell’amico Settembrini “Protesta del Popolo delle Due Sicilie” e che fa di Pilla uno dei grandi ‘meridionalisti’ nella storia intellettuale italiana.

L’arretratezza, la corruzione morale, legate soprattutto alla mancanza di una vera e seria istruzione pubblica a tutti i livelli (togliendola di mano ai preti, in particolare ai gesuiti, che erano da espellere, secondo Pilla, come era avvenuto in diversi stati europei nella seconda metà del Settecento), emergono più chiaramente nello straordinario scritto di Leopoldo Pilla, specialmente nel paragone che egli fa tra Mezzogiorno e Toscana, di cui aveva fatto conoscenza interna e particolareggiata negli anni 1841-1848.

Dice “Allorquando il germe preziosissimo della buona istruzione e della sana educazione è introdotto nella grande arteria dello Stato, esso si propaga a mano a mano nelle divisioni di questa, si feconda nel suo corso, ed arriva fino ai vasi capillari, e sparge la vita, la sanità, il vigore in tutte le membra del gran corpo sociale. Allora si vedrà cessare l’istinto del ladroneccio, l’ipocrisia, la delazione, la frode, la vile

adulazione; e, invece di queste turpitudini, si vedrà sorgere il sentimento della morale, onde l’uomo sente e conosce la dignità di se stesso e degli altri, dirige le sue azioni secondo virtù, promuove tutte quelle che volgono a nobile fine, adempie ai suoi doveri, rispetta le leggi e non tollera le soverchierie e il dispotismo. A questo modo si crea un popolo morale, il quale cammina come una gran macchina, di cui ciascuna ruota adempie bene il suo ufficio. A questo modo il principe vive tranquillo e lieto del bene del suo popolo, e questo è felice, e non si agita e non si ribella. Egli è vero che il rimedio politico di cui si parla opera con molta lentezza. Ma questa è la sorte di tutti i grandi mali di natura, che non possono essere corretti se non a forza di lunghezza di tempo.” (p. 198)

Nel 1838 Pilla aprì una propria scuola privata di geologia. “La sua fama di scienziato, nonostante le vessazioni subite dal mondo accademico napoletano, andavano man mano emergendo ed affermandosi soprattutto presso quella nobiltà straniera, che viveva, per varie ragioni, a Napoli. Il 10 aprile 1939 fu invitato ad un ricevimento, dove conobbe l’Arciduca Carlo d’Austria.”(p.37).

Lesse all’Accademia Pontaniana un discorso sui principali progressi della geologia e sullo stato presente di essa davanti al fior fiore dei letterati e degli scienziati italiani e stranieri presenti in quel momento a Napoli.

Il 14 luglio 1839 conobbe Gioacchino Rossini, da lui definito ”alto lume della musica”, già noto in tutta Europa, e ne divenne amico, passeggiando con lui per la riviera di Chiaia.

Ebbe la soddisfazione di sapere il 24 ottobre sempre del 1839 che un suo lavoro scientifico inviato al primo congresso degli scienziati italiani, che si era tenuto a Pisa, era stato accolto con “grandissimo plauso”.

Dopo un altro anno oscuro, ma laborioso di ricerche, il 1841 fu l’anno della svolta nella vita e nella carriera scientifica e universitaria di Leopoldo Pilla.

Inviò al Congresso degli scienziati Italiani svoltosi a Firenze due suoi lavori, uno dei quali per estratto fu pubblicato dal professore tedesco Leonhard, mineralogista e geologo, professore all’Università di Heidelberg, nel periodico che dirigeva ”Giornale di mineralogia e geologia”.

Allora il governo fu quasi costretto a dargli un primo minimo riconoscimento con l’incarico interino della cattedra di mineralogia, ma senza decreto e senza indicazione di stipendio.

Due grandi fisici di fama europea, Humboldt ed Arago, scrissero separatamente al ministro dell’interno borbonico Santangelo per raccomandare caldamente la persona e gli studi di Pilla, ma produssero un effetto contrario, perché, avendo fama di liberali, suscitarono maggiori diffidenze nelle grette autorità borboniche.

Tenne il 12 dicembre la prima lezione.

Il 4 dicembre fu presentato al Granduca di Toscana Leopoldo “dal quale sono stato ricevuto co’ segni della più nobile cortesia che si possa immaginare”.

La sera del 27 dicembre gli giunge una lettera del professore Paolo Savi di Pisa ed egli così scrive nel diario con un sentimento finalmente di gioia, di liberazione lungamente attese:

“Con questa lettera il Savi mi fa sapere essere vacante la cattedra di Mineralogia e Geologia dell'Università di Pisa, e se mi piacesse volentieri il suo Sovrano la conferirebbe a me. Mi ricorda in tale occasione la protezione che il Gran Duca Leopoldo accorda alle scienze ed a' buoni studi, e come la Università di Pisa per tale ragione va a divenire la prima d'Italia. Oh disposizioni della Provvidenza! In questi giorni passati, a me tanto amari, io meditava di scrivere una lettera al Gran Duca di Toscana per dimandargli asilo, fuggir volendo da questa terra impestata, lieto nido soltanto dei goffi, degli sciocchi e dei perfidi; e mentre che ciò meditavo ecco mi giunge un invito così conforme ai desideri miei. Perciocché la lettera è scritta in guisa che si conosce apertamente l'invito venire dalla parte del Gran Duca, ed essere conseguenza dell'abboccamento ch'ebbi l'onore di avere con lui nell'ultima sua dimora a Napoli. Benedetto questo giorno! Benedetto il mese di Dicembre! Benedetto l'anno 1841!”(p.41)

Decise allora di lasciare Napoli con l’ipocrita amarezza delle autorità, che lo avevano lasciato marcire nella miseria e nella depressione.

Egli lo fece anche perché ”il fatto mio servisse loro di lezione, ed imparassero ad avere altri riguardi che non sogliono alle persone di scienze.” (p.42)

Pilla era legatissimo alla terra meridionale e al suo paese e lo strappo, pur sentito come necessario, fu doloroso:

“Cinsi il petto di quella corda di fortezza che seppi e potei. Nondimeno non basto ad esprimere il dolore che mi cagionò la separazione da tante care persone, da quel dolce sorriso di natura, da infinite memorie della gioventù mia. E se qualche conforto mi giugnea infra cotali amarezze, questo era l'amore cordialissimo che mi dimostravano i migliori del mio paese, i quali a coro vennero ad accompagnarmi sul piroscafo che mi conduceva in Toscana. Quanto è amaro il momento che si dà un addio alla patria col pensiero di non averci più stanza! Ed io la salutai coll’amore di un figlio che l'abbandona col cuore spezzato, e sdegnoso non già contra lei, ma sì contra pochi e potenti malvagi che la rendono ostello di sozzure. Così lasciai Napoli il 1° di Giugno, e giungevo due giorni dopo in Toscana coll’animo tristo, ma rassegnato al destino.”(p.43)

Con la riforma universitaria in atto a Pisa, che aveva portato a sei le facoltà e a 46 le cattedre, erano stati chiamati anche noti professori esterni, che fecero della città toscana una capitale culturale di valenza europea e a questo ruolo Pilla diede un contributo fondamentale. Fu designato dall’Università a rappresentarla al Congresso degli Scienziati Italiani, che si tenne nell’autunno dello stesso 1842 a Padova, fermandosi a Bologna per rivedere Rossini.

Il 15 novembre 1842 tenne la sua prima solenne lezione.

Frequentò a Firenze anche il Gabinetto di Giampietro Vieusseux, uno dei centri del rinnovamento culturale e civile d’Italia tra gli anni Trenta e Quaranta che egli già conosceva, dove si riunivano gli spiriti più aperti e liberali e Pilla ricorda nel suo diario “quei memorabili convegni di palazzo Buondelmonti, dove si parlava liberamente dell’Italia e della sua indipendenza dallo straniero.”(p.44)

Nel 1843 il Granduca Leopoldo, definito da Pilla “modello di sovrano”, acquistò per il Museo Mineralogico dell’Università di Pisa la grande collezione di prodotti vulcanici di Pilla, accordandogli una pensione vitalizia di 280 ducati, che, aggiunti allo stipendio, gli permisero finalmente di avere una vita dignitosa come uomo e come scienziato e lo confermarono nella visione politica da preferire, quella di una monarchia illuminata, liberale, garante di ordine e giustizia, dove valgono il merito e il rispetto delle leggi.

Potè far venire da Venafro a Pisa il fratello e la sorella, anche per avere assistenza.

Pur non essendo il clima di Pisa troppo adatto alla sua salute e al suo umore, abituati a quello meridionale, egli si sentiva profondamente bene nella città e l’amava.

”L’amo per la sua bella posizione, per l'aspetto gentile che presenta, e sopratutto per la dolce serenità che vi si respira: l’amo per gli agi che mi porge alla vita, allo studio, alla contemplazione, per la gentilezza de’ suoi abitanti, e perché è il luogo che più rende fede de’ vantaggi inapprezzabili che si trovano nella felice e pacifica Toscana. (...) Perciò ella è stata molte volte eletta a soggiorno da anime alte e generose. Qui l’Alfieri, qui Byron, qui madama de Stael, qui una schiera di altri eletti ingegni sono venuti a passare parte della loro vita fra le dolcezze della contemplazione e de’ loro studi favoriti. E qui ancora, se piace alla Provvidenza, io intendo di passare il resto de’ giorni miei, e di dar pace quando che sia alla carne travagliata e stanca.” (pp.46-47)

E scrisse una delle più liriche pagine sull’incanto notturno della cara città toscana.

"Questa sera poi una Luna con cielo purissimo spargeva sul Lungarno di Pisa tale una bellezza e soavità che parea un Paradiso.La tranquillità del paese, la vaga forma del Lungarno Pisano, l’argenteo lume che lo abbelliva, il placidissimo corso dell’Arno, e la disposizione del corpo a gustare tanta bellezza, mi hanno inondato l’anima di soave contento, ed avrei voluto essere un Petrarca per esprimere gl’interni sentimenti del cuore. Per che alla fine mutando il verso del Divino Poeta ho esclamato ”Ahi Pisa refrigerio delle genti". (p.159)

In Toscana si sviluppò una linea di collaborazione tra nobili illuminati, banchieri, imprenditori ed ambienti accademici pisani, onde affrontare praticamente problemi mineralogici, agronomici, di sistemazione idraulica e di arricchimento dei terreni.

I docenti divenivano fondamentali consulenti scientifici e Pilla fu inserito dal marchese Cosimo Ridolfi tra i promotori della “Società Mineralogica”, costituita a Pisa il 28 aprile 1847 con la struttura giuridica di società per azioni, concepita per sfruttare alcuni terreni ramiferi a Castellina Marittima (un piccolo paese collinare della provincia di Pisa).

Leopoldo Pilla non era, non è stato un intellettuale, uno scienziato chiuso nei suoi studi, indifferente al mondo esterno, egoisticamente concentrato nei suoi comodi, nel suo ‘particulare’, ma ha sempre volto il suo sguardo acuto e profondo alla società che lo circondava, all’andamento della vita politica non solo meridionale, ma italiana ed europea.

Sapeva che dietro, sotto la tranquillità esterna dell’età della Restaurazione erano in ebollizione processi sotterranei di cambiamento, di rivolta, come quelli che egli toccava con mano nei processi vulcanici.

Diceva profeticamente nel suo diario nel 1845, presagendo il 1848:

“Quantunque nessuno grande avvenimento sia venuto a turbare la pace generale che da tre lustri gode l'Europa, non però di meno una mente accorta può prevedere che si prepara un lento incendio, il quale o presto o tardi dovrà scoppiare. E questa è cosa ben naturale, perché lo spirito umano è per sua natura irrequieto, e non può lungamente durare in una pacifica condizione sociale. Ora in una parte ora in un altra si va spegnendo il fuoco che si manifesta; ma arriverà un momento in cui non potrà essere più represso, e alla fine, superato ogni ostacolo, divamperà in un fuoco generale.” (p.49)

Egli era un liberale per fede profonda, ma gradualista “Io dunque amo i progressi sociali, ma gli amo accompagnati dalla moderazione, dall’ordine, a quel modo che avvengono i mutamenti fisici graduali…La perfezione non è attributo dell’umanità.” disse nel 1848, quindi poco prima di morire. (p.177)

Era contro la demagogia popolare e gli schiamazzi delle piazze, amava un regime di mezzo tra l’assolutismo e l’anarchia popolare "lo stato dell’ordine e della giustizi".

Diceva: “Non bisogna illudersi. I popoli sono come le famiglie. Se un padre di famiglia si dimostra troppo largo e condiscendente verso i suoi figlioli, questi ne abusano e diventano tristi e disordinati nei costumi. Lo stesso accade se un Governo è buono, ma debole. Perché un’amministrazione si possa dire savia è necessario che unisca alla bontà la forza, la prima per reggere con amor e con equità i popoli, la seconda per mantenergli in freno e per conservare l’ordine, elemento primo di ogni società”. (p.53)

“Io dunque, esaminando i miei rapporti con la Società, e nel tempo stesso geloso della dignità della mia persona, conosco che la concentrazione della suprema autorità nelle mani di un solo individuo è il mezzo più efficace per mettere un argine all’ambizione di ogni uomo, che per natura è smodata e incoercibile: ma nel tempo stesso voglio che i miei diritti ed i miei bisogni sieno rappresentati presso il Sovrano, che le leggi non procedano dalla sua autorità assoluta, perché tutti gli uomini sono soggetti ad errare, ma dalla proposizione e dietro la discussione di quelli che mi rappresentano, autorizzata dalla sanzione sovrana, voglio che queste leggi una volta fissate sieno religiosamente ed inesorabilmente rispettate nella esecuzione: voglio essere libero padrone de’ miei pensieri e delle mie azioni, e col dettame delle leggi, e quando lo fossero mi sottometto ben volentieri al castigo che mi spetta.” (p.157)

Essendo un realista, pensava che fosse già un grande progresso che i principali stati italiani (il Regno delle Due Sicilie, lo Stato pontificio, il Granducato di Toscana, Il Regno di Sardegna) divenissero stati liberali, costituzionali, parlamentari e avviassero processi di modernità e di sviluppo economico, civile, culturale, scientifico nei loro Stati e si unissero in Lega Italiana, perché costituiscono una unica Nazione, per discacciare l’Austria e rendere l’Italia indipendente, ingrandendo con la Lombardia e il Veneto il Regno di Sardegna, baluardo forte al Nord, al capo della penisola.

Non lo sperava, ma quando vide nello straordinario, imprevisto 1848 che si realizzava gran parte delle sue speranze con la trasformazione degli stati italiani in regimi costituzionali con lo stesso Ferdinando II, Carlo Alberto, quando seppe dello scoppio di rivolte a Vienna, Berlino, Ungheria, a Milano e che Carlo Alberto aveva dichiarato la guerra all’Austria, avvertì l’accelerazione della storia e sentì giungere l’ora delle supreme responsabilità, come deve un grande, vero, responsabile, umanissimo intellettuale.

Si costituì il Battaglione della Guardia Civica Universitaria e Pilla fu capitano in seconda della prima Compagnia.

Era formato da 400 persone: studenti, professori, comuni cittadini, che si mossero da Pisa per andare a dare soccorso ai fratelli italiani che combattevano sui campi di Lombardia.

Partirono il 19 maggio. I piemontesi avevano attaccato la fortezza di Peschiera, ma gli austriaci di Radetzky passarono alla controffensiva e cercarono di prendere l’esercito di Carlo Alberto alle spalle. La manovra fu impedita dall’eroica resistenza dei volontari toscani a Curtatone e Montanara. La battaglia iniziò alle 9 del mattino e terminò con successo nel pomeriggio.

Vi furono molti morti, tra cui Leopoldo Pilla. Un testimone disse che era stato colpito dalle schegge di un colpo di cannone e che prima di morire disse “Troppo presto. Viva l’Italia.”.

Il suo corpo non fu trovato, ma Egli vive e vivrà nella memoria nobile di Venafro, di Terra di Lavoro, dell’Italia, dell’Europa.

 

Riferimento bibliografico

Antonio Sorbo, Leopoldo Pilla. Un intellettuale nel Risorgimento, Cosmo Iannone Editore, Isernia, 2003

Appendice

Testo della lapide dettata dal poeta catanese Mario Rapisardi in occasione del centenario della nascita

“1805-1848/ /Viva immortale/ nella mente e nel cuore dei cittadini/ l’eminente geologo/ LEOPOLDO PILLA/ che sagacemente illustrando/ la storia della Terra/ nel pisano Ateneo/ e immolandosi/ all’indipendenza d’Italia/ nell’epica giornata di Curtatone/ rammentava agli Accademici del bel Paese//che istruire i giovani/ è dovere/ educarli a opere generose/ è virtù/ morire e combattere con essi/ per la Libertà della Patria/ è sacrificio sublime/ 1905”

 

 

Cerca

Condividi su FaceBook



Statistiche

Utenti registrati
117
Articoli
2054
Web Links
6
Visite agli articoli
7338723

(La registrazione degli utenti è riservata solo ai redattori) Visitatori on line

Abbiamo 145 visitatori e nessun utente online