Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Gaetano Vardarelli, storia di vergogna e tradimento borbonico

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Lo storico Enzo Ciconte definisce l’assassinio del brigante Gaetano Vardarelli da parte dell‘esercito borbonico nel 1818 “un omicidio di Stato, criminale, a sangue freddo”.

Tornato nel 1815 sul trono, il re Borbone si era ritrovato già nel 1816, con una lista di “ fuorbandi, scorridori armati” in Calabria, Basilicata, Molise e Capitanta, i cui principali esponenti erano i briganti Vito Caligiuri, Carlo Cironti, Paolo Negro detto Pecora, Emanuele Greco e i fratelli Vardarelli.

La banda dei Vardarelli era così chiamata perché la famiglia dei capi esercitava l’arte del “ vardaro “ che in dialetto indica gli artigiani che producono o riparano basti  e selle .

Il vero cognome dei Vardarelli era Meomartino, e nell’ atto di nascita in Celenza Valfortore, Gaetano è iscritto infatti come nato il 13 gennaio 1780 da Pietro Meomartino e Donata Iannantoni.

Della banda facevano parte anche i suoi due fratelli Geremia di anni 29 e Giovanni di anni 25, due donne, di cui una era sua sorella. Complessivamente erano 50 elementi. La compagnia aveva disciplina militare, vestiva una divisa, ognuno era armato di sciabola, fucile, baionetta.

La banda aveva sempre la meglio contro l’esercito borbonico, tanto che contro di essa era stato mandato in Puglia Filippo Cancellier , ispettore della gendarmeria reale con poteri eccezionali.

Intanto si era fatta strada la convinzione che la distruzione di essa  per via militare sarebbe stata impossibile e, per suggerimento degli stessi alti ufficiali che avevano comandato le truppe, il governo borbonico, confessando la propria incapacità di sconfiggere la masnada, approvò il 6 luglio 1817 un patto col quale si concordava che tutti i membri  godessero di uno stipendio con il compito di agire contro i malviventi del Regno.

L’accordo, accettato dai Vadarelli , previa una Santa Messa e discorso d’occasione alla presenza delle autorità militari, fu giurato l’11 luglio 1817 nella Chiesa della Masseria Carignani.

Tuttavia il fatto che il Valdarelli “sia diventato da brigante in sbirro al soldo dei Borbone, poneva più problemi di quanti ne risolvesse “ scrive Enzo Ciconte , facendo riferimento ad una somma ingente pagata dal governo borbonico.

Il partito contrario ai Vardarelli faceva capo al generale Amato, acerrimo loro nemico e influente presso il Governo e la Corte reale.

Così a Gaetano Vardarelli fu riservato un tranello ben congegnato su ordine del generale Amato, avente tra gli esecutori il tenente Campofreda e Paolo Antonio Grimaldi , un ricco signorotto del luogo che lo riteneva responsabile dello strupro di una sua sorella.

Il Gen. Amato, ordinò al Vardarelli di recarsi in Larino, particolarmente infestato dal brigantaggio.

Il 2 aprile 1918 i Vardarelli furono a S. Martino in Pensilis e qui il capo Gaetano, la compagna Annamaria Durante e il segretario particolare, furono ospiti del sindaco Antonio Sassi.

La mattina dell’ 8 aprile la Durante con 12 armati si trasferì in Ururi ove prese alloggio nella casa del compare Emanuele Occhionero.

D’accordo col sindaco Giovanni Musacchio si provvide agli alloggi per la notte. Vardarelli ordinò ai suoi di trovarsi pronti all’appello alle ore 8 del mattino successivo in Piazza della Porta ed egli stesso cenò e pernottò in casa degli Occhionero.

La mattina di domenica 9 aprile, Gaetano Vardarelli stava passando in rassegna i suoi tra una calca di popolo riunitosi per assistere. Terminato l’appello, il trombettista aveva dato il segnale di partenza, quando dalle finestre della casa Grimaldi e dal palazzo Vescovile tutti gli appostati, al segnale fatto con un panno bianco da una delle finestre dei Grimaldi, scaricarono contemporaneamente i fucili sui fratelli Vardarelli che caddero insieme con altri tre loro fedeli.

Grande fu lo scompiglio tra la popolazione, ma  nel trambusto la banda riuscì a fuggire.

Si è scritto che ad uccidere Gaetano Vardarelli fosse stato lo stesso signorotto Paolo Antonio Grimaldi il quale, scese in piazza e sì lavò le mani e il volto col sangue della vittima agonizzante gridando a gran voce “l’ho lavata “ con evidente allusione ad una offesa patita dalla sorella..

Nei libri parrocchiali di Ururi si legge in data 9 aprile 1818: ”Gaetano De Martino figlio di Pietro e Donata Annantoni del Comune di Celenza, domiciliato in Castelnuovo, è morto ammazzato a colpi di schioppettate, in età di 40 anni circa, senza ricevere alcun sacramento, verso le ore 15 di detto giorno. Il suo cadavere è stato seppellito nella Congregazione dei morti di questo suddetto Comune.

In tal modo si attuò ciò che lo storico Enzo Ciconte definisce “ vergogna e tradimento borbonico”

 

Convegni

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