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Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Maddalena Mazzaccara, l’eroina di Lucera

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dal sito repubblicanapoletana.itAlla fine del '700 la Capitanata era una provincia povera ed emarginata del regno di Napoli.

Il feudalesimo, le varie carestie, la malaria, l'ignoranza dovuta alla miseria, l'antico e secolare sistema fiscale della Dogana della mena delle pecore erano i suoi mali storici e, nel complesso, vanificavano ogni iniziativa tesa al miglioramento delle condizioni sociali e allo sviluppo.Le società segrete del Mezzogiorno cospiravano contro il dispotismo borbonico ed anche a Lucera vi erano accesi e convinti liberali, di cui fa cenno Gemma Caso nel suo volume La Carboneria in Capitanata, Napoli, 1913.

Le fonti storiografiche disponibili per la descrizione dei fatti del 1799 a Lucera non sono molte, ma le vicende hanno certamente interessato la città che, all'epoca e fino al 1806, era la capitale della Capitanata e del Contado del Molise.

La ricostruzione dei fatti si riferisce, soprattutto, all'episodio legato al ricordo di un'eroina: Maddalena Candida Mazzaccara.

Nacque nel palazzo avito a San Domenico, in Napoli, nel 1757, terzogenita di Pietro, duca di Ripacandida e di Castel Garagnone e della contessa Anna Marchant d'Ansebourg dei duchi della Rouvendière.

Nel 1782 andò sposa a don Vincenzo Candida, patrizio lucerino. Il matrimonio fu celebrato a Napoli, nella parrocchia di Santa Maria Ogni Bene (libro XIII dei matrimoni).

Rappresentò lo sposo don Gennaro Sanges con procura del 4 maggio 1782 per notar Giuseppe De Palma di Lucera. Ebbe in dote 8000 ducati.

Donna di grande cultura e di idee liberali, fu ottima sposa e madre. Riuniva nel suo salotto quei pochi lucerini che, come lei, speravano nella libertà opponendosi alla tirannia borbonica.

Durante le tristi vicende del '99 "fu prescelta dal popolo tutto a tutelare i destini della Città minacciata gravemente da un corpo d'armata francese". Morì nel 1803 a Napoli, dove si era recata per ragioni di salute.

A Lucera venne piantato l'albero della libertà l'8 febbraio 1799.

Vincenzo Setaro, preside della Provincia di Capitanata, era a capo del partito realista e incitò il popolino alla controrivoluzione, tanto che un gruppo di facinorosi, comandato da un tal Andrea Guerriero, tre giorni dopo distrusse l'albero della libertà che era nella piazza Duomo e piantò, al suo posto, il vessillo borbonico, irridendo alle istanze dei patrioti locali.

Si registrano nette, seppure isolate, chiusure verso il nuovo regime, come quella espressa dal vescovo Freda il quale si rifiutò di benedire l'albero della libertà e di cantare il Te Deum in Cattedrale.

Si avvertiva qui, come dovunque, un fermento.

Il 19 febbraio un corpo di circa seimila uomini, comandato dal generale Duhesme, partiva da Napoli. L'armata, rafforzata anche da una legione di Ettore Carafa, si accampava tra Lucera e Troia, in contrada detta "le Pirazzelle", in attesa di entrare in città.

A Lucera, presso l'abitazione del sindaco, D.Matteo Cavalli, alloggiava un ufficiale della flotta francese, un capitano tenente, il quartiermastro Eugenio Petitti.

Era stato mandato dal generale Duhesme verso gli ultimi giorni di febbraio per ottenere, con l'aiuto della parte liberale della città, che venissero aperte le porte alle truppe francesi senza opporre resistenza.

Il giovane parlamentare fu bene accolto dai più autorevoli cittadini e un giorno, durante la sua permanenza in città, una folla di popolani si radunò, ad arte, sotto le finestre del palazzo Cavalli, fingendo di voler acclamare il giovane ospite.

Il Petitti si affacciò ad una delle finestre per ringraziare quella gente che egli credeva plaudente e fu freddato da un colpo di fucile.

Lo sgomento e la paura cominciarono a serpeggiare tra i cittadini e la municipalità, mentre la notizia dall'attentato arrivava al campo francese e al Comando Generale di Napoli.

Il generale Duhesme ordinò di mettere a ferro e fuoco la città nel giro di ventiquattro ore poiché quell'uccisione a tradimento rappresentava un'offesa alla bandiera francese.

Anche la notizia di tale risoluzione arrivò subito a Lucera.

La popolazione, in preda alla disperazione e al panico, si riversò per le strade piangendo e pregando, riunendosi, poi, davanti al simulacro dell'Augusta Patrona.

I più abbienti cercavano di mettere al sicuro qualche bene prendendo poi la via della campagna. I dirigenti e gli eletti si riunirono nel palazzo comunale per cercare una soluzione che evitasse il massacro.

Pensarono che fosse opportuno inviare una delegazione al fine di convincere il generale Duhesme a desistere dalla sua terribile decisione: ma chi si sarebbe esposto a tale rischio, dato che gli ordini erano di uccidere chiunque si fosse recato da lui per chiedere la salvezza di Lucera?

Una donna di grande intuito ed insolito coraggio, Maddalena Mazzaccara, comprese subito che la salvezza di Lucera dipendeva non solo dal comando delle truppe francesi che era in zona, ma anche dal Comando Generale di Napoli, presso il quale ella avrebbe potuto interessare suo cugino, il generale Federici.

Questi era tenuto in grande considerazione dal comandante supremo Championnet, in quanto esponente, tra i più in vista, del partito liberale.

Per fare questo c'era bisogno di tempo. Come fare? Era necessario incontrare il generale Duhesme.

Donna Maddalena propose di compiere lei stessa questa missione insieme ai pochi dirigenti non ancora avviliti dal panico generale.

Raggiunse, così, il campo francese accompagnata dal marito, D.Vincenzo Candida, dal cognato, D.Giovanni Candida (che fungeva da capo del popolo, dato che, a detta di un contemporaneo, "non esisteva ordine amministrativo in quel frangente"), dal fratello, D. Tommaso Mazzaccara, duca di Ripacandida, e dal sindaco, D.Matteo Cavalli.

Chiese d'incontrare il generale Duhesme per avere con lui un colloquio. La delegazione fu ricevuta soltanto perché a capo di essa vi era una donna.

In segno di sottomissione della città di Lucera, la dama consegnò al generale Duhesme le chiavi di Santa Maria, le storiche chiavi donata dal decurionato lucerino nel '700 al simulacro dell'Augusta Patrona, recanti la scritta:"Civitas Sanctae Mariae".

Spiegò che i liberali, i nobili e tanta altra brava gente erano ben disposti ad accogliere i Francesi, tanto che il giovane borgomastro ucciso era ospite del sindaco da diversi giorni.

Fece intendere che l'attentato era stato commesso da qualche scellerato, e che non era giusto che pagassero degli innocenti, come, d'altra parte, era innocente il giovane Petitti.

Chiese una tregua per interessare il generale Federici e si offrì, nel frattempo, come ostaggio insieme ai gentiluomini che l'accompagnavano.

Il generale Duhesme, al sentire il nome del generale Federici "a cui nulla egli poteva negare", concesse una tregua di tre giorni a condizione, però, che fossero scoperti gli attentatori e che alle truppe francesi fossero aperte le porte della città.

E così a Lucera, fuori dalla "Porta Croce", furono impiccati due popolani ritenuti gli autori del misfatto: un tal Raffaele Barbaro, soprannominato "Borza di Niglio"- poiché si era vantato, nell'ubriachezza, di essere l'autore dell'attentato- e un altro soprannominato "Occhio di Nibbio",ritenuto suo complice.

Al terzo giorno, così come stabilito, le truppe francesi entrarono nella città al suono di tamburi, accolte festosamente da una processione col vescovo (Alfonso Maria Freda), il real capitolo, la magistratura, il foro, la nobiltà, il popolo e, a capo, il simulacro di Santa Maria Patrona.

Suonavano a festa le campane di tutte le chiese. L'avanguardia francese pensò che si trattasse di un segnale per mettere in atto un altro tradimento, ma la dama e gli altri gentiluomini che erano con lei rassicurarono i soldati.

Il corteo sfilò per le vie della città acclamato dalla folla e il generale Duhesme fu ospitato nel palazzo della famiglia Candida Mazzaccara.

Lucera era salva!

 

Dal sito (www.repubblicanapoletana.it)

 

 

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