L’albero della libertà dei sacerdotes novi del 1799

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La diffusione degli ideali della Rivoluzione Francese aveva trovato nell’Albero della Libertà l’espressione collettiva di una simbologia dei tempi nuovi in cui si affermarono i principi di libertà , uguaglianza e fraternità.

Esso fu considerato il simbolo per eccellenza di una nuova visione del mondo che si stava imponendo anche in Italia e fu solennemente innalzato a Torino, Genova, Venezia, Milano, Bergamo, Vicenza, Bologna e Napoli come anche nei centri minori dell’Italia in cui tanti uomini generosi avevano fatti propri tali irrinunciabili principi.

Non solo in Francia, ma anche in Italia era giunto il momento di fondare una nuova civiltà la cui alba era rappresentata da un albero - l’Albero della Libertà - il cui scopo era di animare le virtù civili ed etiche di democrazia politica tante osteggiate dai difensori legittimisti e realisti dell’alleanza trono-altare i quali opposero all’albero della libertà la Croce, con un oscurantismo tale da far credere al popolo che gli ideali di libertà, uguaglianza e di democrazia repubblicana fossero antitetici al cristianesimo, quando invece le idee democratiche costituivano l’essenza del vangelo e per tal motivo saranno accolte con fede sincera, autentico spirito di carità da parte di quei tanti generosi sacerdotes novi.

Alla Repubblica Napoletana del 1799, infatti, parteciparono non solo gli homines novi, ma tanti sacerdotes novi impegnati nel costruire una nuova visione del mondo in cui la libertà, l’uguaglianza, la democrazia repubblicana rappresentassero il progresso, la felicità di tutti gli uomini, di tutti i cittadini.

I più illustri rappresentanti di tale vasto elenco di sacerdotes noves, che segnarono l’alba della Repubblica Napoletana del 1799, ma subirono la sofferenza dell’esilio, la prigionia e il martirio, furono tanti, tra cui Antonio Scialoja, Marcello Eusebio Scotti, Domenico Forges Davanzati, Francesco Conforti, Antonio Jerocades, Andrea Serrao, Michele Natale.

Se ne potrebbe fare un elenco infinito di menti illustri illuminate che in tale momento storico hanno vestito l’abito talare e nel contempo hanno benedetto l’Albero della Libertà. Solo nei pur brevi mesi della Repubblicana Napoletana furono 851 gli ecclesiasti che vi aderirono, che meriterebbero anche nel presente scritto di essere onorati con i lori nominativi, la città o il sito geografico di provenienza, di residenza e di morte.

Le loro idee sono compendiate nella la pastorale ritenuta la più nobile dell’intera storia della diocesi napoletana, quella sulla Libertà e l’Uguaglianza del Cardinale Capece Zurlo, datata 18 marzo 1799.

Nel leggerla si comprende appieno la valenza di un nuova religiosità, collegata alla simbologia dell’Albero della Libertà, che oggi fa parte del nostro vissuto cristiano vivo, in cui i concetti di libertà ed uguaglianza sono patrimonio indiscusso ed indiscutibile, sacri come lo era allora l’Albero della Libertà.

 Infatti, pur nella brevità dell’esperienza repubblicana a Napoli nel 1799, l’Albero della Libertà fu coltivato, amato, sospirato e, alla sua ombra, si infiammarono di una Napoli repubblicana tanti sacerdotes noves che, in nome dell’albero della libertà, abbracciarono la coerente croce del martirio per l’uguaglianza civile e la libertà politica che quell’albero della libertà rappresentava.

Pietro Giannone, Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri furono i maestri di pensiero di tali sacerdotes novi che abbracciarono Albero e Croce in quanto ritenevano anacronistica e contraria allo stesso puro messaggio evangelico l’alleanza Trono-Altare.

Come non ricordare l’opuscolo di Thomas Paine “ Common sense” pubblicato nel 1776, letto da quasi tutti gli Americani come “ squillo di tromba “ che incoraggiò ad insorgere contro i tiranni e qualsiasi forma di dispotismo?

I rivoluzionari americani – scrisse Thomas Paine- immemori di nomi e distinzioni, perché gli uomini liberi vanno d’accordo come fratelli, dotati di un solo spirito, perseguirono una sola amicizia e il loro “ tempio “ fu l’albero della libertà.

Nella stessa Francia era stato un uomo di Chiesa, l’abate Henri – Baptiste Grègoire ad essere il teorico dell’albero della libertà nella simbologia ufficiale della rivoluzione francese.

L’albero, per l’abate Grégoire, doveva trasmettere alle nuove generazioni “ l’amore per la libertà senza la quale non c’è popolo, e l’amore della virtù senza la quale non c’è la libertà”.

A Napoli fu Carlo Lauberg a rivolgere il 25 gennaio un caloroso appello all’albero della libertà, ed il primo albero venne innalzato in maniera solenne il 29 gennaio 1799 a Piazza Nazionale, l’attuale Piazza Plebiscito.

La cerimonia si concluse con banchetti, musiche, canti e danze, ed, evento non raro, con la presenza del clero aderente alle idealità repubblicane che vi era intervenuto “ vestito di abiti sacri” e con “ l’apparato il più imponente “ per benedire l’albero ed implorare la benedizione del Cielo”.

 

Tanti cittadini con spirito poetico si dedicarono ad omaggiare in versi l’Albero della Libertà, dei quali meritano una menzione completa quelli del cittadino Eugenio Romeo, che divenne una sorta di inno nazionale della Repubblica Napoletana del 1799:

 

Viva l’albero innalzato

Della nostra libertà;

Sorgi , o pianta avventurosa ;

Ergi il tronco , e i rami in alto,

E disprezza il vano assalto

Di nemica crudeltà

Tu raccogli all’ombra amena

Questo popolo rinato,

Che ha già l’albore innalzato

Della propria libertà

 

Inoltre in diversi proclami, suppliche e comunicazioni ufficiali della Repubblica Napoletana troviamo tanti riferimenti all’albero della libertà, alla sua valenza, come ebbe a scrivere mons. Domenico Forges  Davanzati:

“ Voi rinascete a nuova vita dal momento che sulle ruine del dispotismo innalzate il mistico albero della libertà”.

Nel corso della reazione dei cosiddetti “sanfedisti” si oppose addirittura un Santo ad un altro; anche il povero San Gennaro fu dichiarato “colpevole” per aver espresso il suo consenso, tramite lo scioglimento del sangue, ai valori simboleggiati dall’Albero della Libertà, ma le basi per il giusto, evangelico trionfo  della “religione cattolica amica della democrazia“ erano state edificate.

Era appunto “La religione cattolica amica della democrazia” il titolo di un opuscolo anonimo di 42 pagine pubblicato a Perugia nel 1798 e stampato nella tipografia di Francesco Baduel.

Alle pagine 39-40 vi si legge:

“A voi, dunque, Venerandi Pastori del Gregge eletto, espositori della Santa Legge, a voi, dico, si aspetta di imprimere negli animi dei cittadini le semplici verità dell’evangelica morale, facendo loro conoscere quanto i principi di questi siano ad un Governo Repubblicano perfettamente conformi”.

I sacerdotes novi della Repubblica Napoletana del 1799 avevano fatto tesoro di tali nobili parole con i vari Catechismi repubblicani e i Catechismi nazionali pel cittadino , abbracciando l’Albero della Libertà e la Croce fino al martirio.

 

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