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I marziani siamo noi

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Steven BennerSe è lecito fare dello spirito su un tema molto importante come l’origine della vita, direi che una notizia recente si presta bene allo scopo.

Nei giorni scorsi l’americano Steven Benner, il primo scienziato ad aver creato - nel 1984 - un gene in laboratorio, ha affermato che la vita è in realtà nata su Marte ed è poi giunta sulla Terra trasportata da un meteorite.

Naturalmente Benner si è ben guardato dal presentare la sua teoria come una verità assodata.

Ha ammesso che si tratta di un’ipotesi o, per usare il linguaggio popperiano, una congettura che attende possibili confutazioni.

Né l’idea è del tutto nuova. Da tempo si parla della possibilità che la vita sia stata trasmessa da un pianeta all’altro mediante spore: la teoria della “panspermia” sostiene proprio questo.

Si dà il caso che Marte sia il componente del sistema solare che più degli altri solletica la curiosità non solo degli scienziati, ma anche degli scrittori di fantascienza e del grande pubblico.

Sembra una Terra “desertificata”, o ancor meglio prefigura il futuro remoto del pianeta sul quale vive il genere umano.

Perché proprio Marte? Secondo Benner tre miliardi di anni fa la Terra era ricoperta dall’acqua, mentre tale elemento risultava molto più raro sul pianeta rosso. Non solo.

All’epoca su Marte erano presenti molibdeno, ossigeno e boro, quest’ultimo necessario per la formazione delle molecole organiche.

D’altra parte l’eccessiva presenza di acqua sulla Terra avrebbe impedito la nascita in loco di una vita autonoma.

A un meteorite marziano con boro e la forma ossidata di molibdeno sarebbe dunque toccato l’onore di trasportarla da noi, con tutto ciò che ne seguì.

Scontata la reazione. “I veri marziani siamo noi”, ha subito commentato qualcuno, aggiungendo un ulteriore tocco di mistero al corpo celeste che da sempre colpisce la nostra fantasia.

Basta dunque con gli omini verdi, con l’incidente di Roswell nel New Mexico dove, nel 1947, si sarebbe schiantato un disco volante con creature aliene.

Secondo alcuni i corpi furono recuperati e le autorità americane rifiutano tuttora di mostrarli. La storia come tutti sappiamo va avanti, nonostante le smentite ufficiali e un filmato dichiarato falso anche se molti ufologi continuano a sostenere la sua autenticità.

La spiegazione di Benner è piuttosto semplice ed elegante pur restando, come si diceva prima, in attesa di conferma.

Ovviamente i dischi volanti – autentici o meno – eccitano di più, e gli UFO continueranno a essere oggetto della curiosità collettiva.

E’ anche facile supporre che l’ipotesi del meteorite marziano fornirà altri spunti a scrittori e registi di fantascienza come Arthur Clarke e Stanley Kubrick, l’uno autore del famoso “2001: Odissea nello spazio” e l’altro regista dell’ancor più celebre film.

Si deve tuttavia notare, anche se non sembra che finora qualcuno l’abbia fatto, un problema cruciale.

Ammettiamo che Benner abbia ragione e che il fatidico meteorite marziano tanto tempo fa sia precipitato sul nostro pianeta portandovi la vita.

La questione, a questo punto, è solo spostata.

La domanda è: perché su Marte si verificarono quelle condizioni? Si deve concludere che la vita sia nata spontaneamente in un certo luogo dell’universo?

Si rammenti, tra l’altro, che stiamo parlando solo del sistema solare, parte infinitesimale del cosmo che ci circonda.

Mi pare che la domanda fondamentale sull’origine della vita, alla quale nessuna teoria scientifica è riuscita a dare una risposta definitiva, sia ancora lì – inevasa – ad attenderci.

Possiamo anche dire, sorridendo, che siamo tutti marziani, ma la bellezza della scienza risiede proprio nella ricerca continua e nell’incapacità per esseri limitati come noi di fornire risposte finali.

 

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