Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

1794, Tommaso Amato, condannato a morte dal borbone per una bestemmia

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Una decapitazione di cadavere: Caravaggio, David con la testa di GoliaNel 1794, negli ambienti di corte il terrore dei giacobini fu  tale che ogni episodio, anche il più insignificante, suscitò eccessive preoccupazioni ed ingiustificati allarmi, per cui non fu possibile tollerare neppure il gesto di un folle, quale in effetti  fu  il messinese Tommaso Amato.

In una innocua manifestazione di singola intemperanza si ravvisò un grave delitto di lesa maestà.

Tommaso Amato fu giustiziato il 17  maggio 1794  in piazza Mercato solo per aver  inveito verbalmente contro la monarchia durante una funzione religiosa nella chiesa del Carmine Maggiore.

Arrestato con l’accusa di lesa maestà divina ed umana,  non solo gli furono recise  mani  e  testa, ma prima subì lo “strascino” e l’estirpazione della lingua, di poi il cadavere fu bruciato e le ceneri sparse al vento.

(In esclusiva per i lettori del Nuovo Monitore Napoletano, si allega alla fine al presente articolo il documento originale sulle modalità di esecuzione della sentenza di morte, tratto dai Registri della Congregazione dei Bianchi della Giustizia)

Il processo di sviluppo sociale ed economico nel regno delle due Sicilie ebbe un’inversione di tendenza a partire dal 1759, quando Carlo di Borbone, dopo la morte del fratello Ferdinando IV, si trasferì sul tono di Spagna col titolo di Carlo III ed affidò il Regno di Napoli al suo terzo figlio, Ferdinando IV che, per la sua giovanissima età venne affiancato da un Consiglio di Reggenza in cui spiccava la figura del ministro Bernardo Tanucci.

La parte di Ferdinando IV nel risveglio intellettuale di Napoli fu del tutto  insignificante: per quanto egli avesse il buon senso di rendersi conto della sua nullità e di rendere omaggio alla scienza, in fatto di cultura dovette lasciare campo libero alle fantasie intellettuali della consorte Maria Carolina d’Austria, così come approvò più tardi costei quando consacrò l’intelligenza al sacrificio.

Maria Carolina, più matura negli anni rispetto a Ferdinando, di carattere forte, autoritario e molto ambiziosa, riuscì ad avere un rapporto di collaborazione costante con gli intellettuali napoletani, a differenza del marito che non aveva ricevuto una formazione culturale adeguata al suo rango.

Mentre Ferdinando IV continuava a coltivare i suoi interessi per la caccia e le feste di corte, così come era abitudine della gran parte della aristocrazia napoletana, ben presto la direzione amministrativa del Regno passò alla moglie.

 

Nuovo impulso fu dato all’istruzione, dopo la cacciata dei Gesuiti e la confisca dei loro beni nel 1767, con l’istituzione di scuole in ogni comunità, di convitti per nobili in ogni provincia e nuove cattedre universitarie.

L’arrivo di Maria Carolina favorì anche la rinascita della Massoneria napoletana, messa al bando da Carlo di Borbone con un editto nel 1751, e la stessa Carolina vi aderì come adepta.

Ciò acuì i contrasti con il ministro Tanucci, ma la regina riuscì, con accorta diplomazia, ad allontanare quel ministro troppo vecchio, pretendendo di partecipare a pieno titolo al Consiglio di Stato, circondandosi di esperti stranieri vicini alla Corte Austriaca, tra cui Giovanni Acton.

Il rapporto tra monarchia e riformatori raggiunse l’apice nel 1789 con l’inaugurazione della Colonia di San Leucio: la parte iniziale di un progetto ben più ambizioso e mai completamente realizzato, che doveva concretizzarsi nella costruzione della nuova città di Ferdinando, concepita con criteri urbanistici innovativi ed una moderna organizzazione sociale, frutto delle elaborazioni teoriche propagandate nel circoli riformatori.

Il connubio tra monarchia e riformatori iniziò a vacillare dal luglio del 1789, quando giunsero dalla Francia notizie relative alla presa della Bastiglia e la decapitazione della regina Maria Antonietta, sorella di Maria Carolina.

Le idee di Libertà Uguaglianza e Fratellanza divenute irrefrenabili, echeggiavano nei neo club repubblicani napoletani formatisi in seno alla Massoneria.

Iniziò così il decennio delle congiure e delle persecuzioni: la rivoluzione e la Repubblica Napoletana del 1799.

Introdotta come legge dello Stato con rescritto del 21 luglio del 1771, la Lex Julia majestatis prevedeva pene severissime per chiunque partecipava ad una congiura, escludendo ogni beneficio o diminuzione della pena e contro i rei si procedeva ad modum belli.

Era questo  un rito eccezionale in cui il termine a difesa era brevissimo: conclusa rapidamente l’istruttoria senza osservarne i normali termini, comunicata la sentenza, venivano concesse poche ore al difensore per prendere visione degli atti e preparare la memoria difensiva.

Difensore celebre per gli accusati di Lesa Maestà  del 1794 fu Mario Pagano. Contro la dottrina e la consolidata giurisprudenza napoletana, il Pagano sostenne l’insussistenza dell’illecito nel tentativo di cospirazione, in altre parole, sostenne il principio che non si poteva ritenere reo colui che non veniva raggiunto da prove che dimostrassero l’accusa.

Tentò inoltre di richiamare l’attenzione di chi doveva giudicare sullo stato di tensione in cui si trovavano  coloro che avevano finito per ammettere tutto ciò che avevano voluto gli inquirenti, sotto tortura.

Stimata regina tormentorum per l’intenso dolore che essa procurava, era la tortura acre con funicelle. Si allacciavano dapprima i polsi rivolti dietro la schiena del  reo con una cordella rotonda e la si stringeva fino a lacerarne le carni. Poi se ne allacciava un’altra alle braccia e lo si sollevava.

Difensore impavido di una causa perduta, Mario Pagano tentò di demolire l’accusa ponendo in evidenza contraddizioni che soltanto la passione del difensore riusciva a vedere in un processo che invece dimostrò la sussistenza di un fatto che le leggi del tempo ritenevano un grave delitto di lesa maestà punibile con le pene più severe. I giudici si attennero alla legge ed alle prove raccolte e la sentenza fu quella più temuta: tre condannati a morte, Emmanuele De Deo, VincenzoVitaliano e Vincenzo Galiani e molti condannati a vita o a lunghe pene detentive.

Emmanuele De Deo, Vitaliano e Galiani, sono stati considerati i primi martiri della rivoluzione napoletana e si omette di ricordare che il primo martire fu, invece, Tommaso Amato.

 

Sentenza di morte per Tommaso Amato. Archivio Storico Diocesano di Napoli.

Registri della Congregazione dei Bianchi della Giustizia.

Anno 1794, Vol.371, p. 27v.

 

 

Nel giorno di domani, Sabato 17 dell’andante mese, devesi eseguire la sentenza di morte nella Piazza del Mercato, precedente trascino in persona di Tommaso Amato messinese, con l’espiazione di pena di strapparvi la di lui lingua, recidere la testa e mani ed indi bruggiarvisi tutto, con di pio spargersi per aria la cenere giusta la sentenza proferita dalla Suprema Giunta di Stato per il suo reato di Lesa Maestà Divina ed Umana, che perciò prego V.S. Ill.ma…  di mandare Codesta Regia Compagnia de’ Padri in Vicaria, alle ore diciassette in punto, acciocchè li fanno la Carità di esortarlo a ben morire. Condona V.S. Ill.ma…  di tal incomodo, sempre fidato alla sua Carità, teggo umilmente baciante le sacre mani. Di VS. Ill.ma…


Bibliografia

A. Orefice, G. V. Pigliacelli, Avvocato tra Massoneria e Rivoluzione, Ministro e Martire della Repubblica Napoletana del 1799, Guida, Napoli 2010

B. Croce, Storia del Regno  di Napoli, ristampa a cura di G. Galasso, Milano, 1992

T. Pedio, La congiura giacobina del 1794  nel Regno di Napoli, Bari, 1986

M. Pagano, Progetto di costituzione della Repubblica napoletana presentato al Governo Provvisorio dal Comitato di Legislazione. Introduz. A. Maria Rao, Gorizia, 2008

 

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