La nonviolenza evangelica

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Tanti anni fa, agli inizi di gennaio 1987, partecipai a un seminario a Lavinio in provincia di Roma, intitolato “Fede  e nonviolenza”, tenuto  dal francese Jean Goss, che in quel tempo era una delle guide prestigiose della nonviolenza internazionale. Ricordo che egli parlò tra l’altro di nonviolenza umanistica, gandhiana ed evangelica.

Quando penso alla nonviolenza evangelica non può non tornarmi quindi in mente quel convegno al quale partecipò anche il noto teologo padre Bernhard Häring, autore del libro La forza terapeutica della nonviolenza.

Io conoscevo il significato della nonviolenza evangelica, ancor prima del convegno di Lavinio. Quell’incontro, però, fu l’occasione per un’ ulteriore messa a fuoco di questo argomento.

La nonviolenza non è nata con Gandhi. Egli stesso diceva che essa, insieme con la verità,  è antica come le montagne. Duemila anni prima di lui nel Vangelo la nonviolenza infatti appare chiaramente soprattutto nel Discorso della montagna.

Esso inizia con le Beatitudini, che indicano quelli che saranno ammessi al Regno di Dio. Tra essi ci saranno i poveri in spirito, i miti,  gli operatori di pace e i perseguitati per causa della giustizia.

Quindi colore che saranno capaci di vivere in concreto la nonviolenza, cioè l’amore, sarebbero  degni di salvezza.

 

Nel  Discorso della montagna la nonviolenza interiore è chiaramente affermata con la condanna dell’ira, con l’affermazione del digiuno,  con l’invito a non giudicare, con l’obbedienza a norme sessuali e con l’importanza dell’umiltà.

In verità il cristianesimo ha messo sempre in evidenza che bisogna  sentirsi morti spiritualmente al peccato e risorti tramite la trasformazione interiore, la cosiddetta metànoia, per la virtù redentrice del Cristo.

In contrasto con i regni di questo mondo, fondati sull’orgoglio, sulla forza esteriore, sulla volontà di dominio deve ergersi il Regno di Cristo, che si fonda sulla carità, la cosiddetta agàpe, sul sacrificio di se medesimo, di cui Gesù ha dato l’esempio sulla Croce.

Anche il richiamo a una vita sobria, priva di accumuli di ricchezze è presente nel Discorso della montagna così come è fortemente evidenziato il valore della giustizia.

Di questo straordinario discorso di Gesù c’è un punto in cui la nonviolenza è più chiaramente evidente. Infatti egli afferma: ”Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi vuol chiamarti in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due”. Queste parole di Gesù significano che di fronte alla violenza non ci deve essere una risposta violenta, ma è necessario interrompere la violenza con un atteggiamento di comprensione, di tolleranza, di perdono, di sofferenza, di dialogo e di verità. Bisogna quindi  convertire il nemico con atteggiamenti nonviolenti cioè con l’ amore.

Bisogna in poche parole imparare ad amare anche i nemici. Gesù infatti continua ad affermare: ”Avete inteso che fu detto Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del padre vostro celeste che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani. Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”.

In definitiva è necessario amare gli amici ma anche i nemici. Con essi bisogna riconciliarsi. Infatti Gesù sottolinea:  “Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono”. Se il nemico non desidera riconciliarsi bisogna continuarlo ad amare. Anche S. Paolo affermava che al male bisogna rispondere sempre col bene.

Nel Discorso della montagna le affermazioni finali di Gesù sull’aspetto concreto dell’amore sono altamente nonviolente. Dice Gesù:  “Non chiunque mi dice: Signore, Signore entrerà nel Regno dei Cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei Cieli … Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia”.

Quando Gandhi lesse per la prima volta questo discorso di Gesù si commosse profondamente e fu sul punto di convertirsi al Cristianesimo. Anche se poi restò legato alla religione dei suoi padri, considerò sempre Gesù una delle strade che portano alla verità e quindi a Dio.

La nonviolenza evangelica tende a non lasciarsi troppo coinvolgere dalle dispute mondane e invita a tenere lo sguardo fisso alla salvezza ultraterrena. Nella prospettiva cristiana il mondo in cui viviamo è qualcosa di transeunte, mentre fondamentale è diventare in eterno cittadini del Regno dei Cieli.

La nonviolenza gandhiana invece insiste sulla necessità della giustizia terrena, utilizzando le armi dell’amore per far trionfare la verità, al fine del conseguimento della moksha, cioè della liberazione  finale in Dio.

Si può certamente affermare che la nonviolenza evangelica contiene il pensiero dello spiritualista indù,  anche se questi ne ha approfondito gli aspetti sociali e politici.

Le due posizioni si ritrovano nell’amore verso i nemici. Solo che la posizione gandhiana tende più a redimere il potere soprattutto politico, mentre il cristianesimo, pur non essendo contrario a ciò, preferisce essere in dialogo e non  molto in contrasto con esso per dare “a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

L’azione nonviolenta per essere incisiva deve essere un atteggiamento di amore e redenzione nei confronti di colui che sbaglia. Essa non vuole mai distruggere l’avversario. E’un voler colpire il peccato e non il peccatore. E’ un volersi riconciliare col malvagio alla luce della verità e dell’amore. Gandhi in verità cercò - come ha giustamente affermato il suo biografo C. Fusero – di combattere gli errori imperialistici dell’Inghilterra senza mai smettere di amarla.

La nonviolenza - come ho scritto in un mio libro su di essa - non deve essere intesa solo come un metodo amoroso per lottare l’ingiustizia. In questo senso famosa è la definizione data da Lanza del Vasto: la nonviolenza è costituita da “Le armi dell’amore nella lotta per la giustizia”. In verità la nonviolenza, oltre alla ricerca della giustizia, deve avere un volto di amore integrale verso tutta la realtà e quindi tendere in particolar modo alla trasformazione interiore, all’amicizia e alla salvezza.

L’appello del Cristo alla trasformazione interiore, che è la sola a migliorare veramente l’uomo e la società, fa sì che si possa vedere nella nonviolenza evangelica  e nella sua prospettiva di allontanare l’uomo dal peccato una strada sicura per conseguire e vivere il bene.

La nonviolenza quindi intesa come amore in atto, cioè come amore pratico,  teso alla salvezza sia sul piano morale e umano sia  su quello ultraterreno, è considerato  il cuore del messaggio evangelico.

L’uomo è una creatura che ha bisogno di amore, che è possibile conseguire tramite gli amici e Dio. Ma dobbiamo non solo ricevere amore ma imparare anche a darlo. L’amicizia e la preghiera sono un continuo scambio di amore con gli uomini e col Dio. Tramite esse  bisogna diventare  figli della verità.

Infatti anche Gesù, che vede nella carità la sorgente oblativa dell’amore, nel Vangelo di Giovanni sottolinea il valore della fraternità come strada di redenzione: “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri”.

 

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