Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

13 giugno 1799 (ac)cadde a Napoli la Repubblica Partenopea

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La Repubblica Partenopea durò poco: dal 21 gennaio al 13 giugno del 1799, ma non fu la durata a sancirne l’importanza reale, quanto le idee che portava e che vennero represse nel sangue.

Per inquadrare i fatti del ‘799 nella giusta cornice storica, occorre rammentare che il Regno di Napoli non se la passava poi così bene: la carestia del 1764 aveva segnato profondamente la capitale del Sud, e una più grave crisi economico-finanziaria impegnava il re, e soprattutto il popolo.

Non meno i baroni che vedevano crescere la pressione da parte della politica monarchica sulla giurisdizione e suoi privilegi goduti. [L"Amaro della feudalità": la devoluzione di Arnone e la questione feudale a Napoli alla fine del ‘700, A.M.Rao, p. 40]

L’avanzata di Napoleone a partire dal 1796 e l’invasione dell’Italia da parte delle truppe francesi, era ormai un dato di fatto; la proclamazione della Repubblica Romana del 1798 aveva costretto il re borbone a tentare una guerra che aveva perduto, ripiegando dapprima a Napoli e poi fuggendo a Palermo e lasciando la capitale del Sud a se stessa.

Il vuoto politico della monarchia fu l’unica risposta difronte al declino e alle idee del secolo dei Lumi.
La Storia del resto, non poteva che avanzare a partire dalle idee: questo dovrebbero semplicemente ammettere i detrattori della Repubblica Partenopea: era inevitabile che accadesse, ed è un vanto che Napoli abbia partecipato al cambiamento europeo di quel periodo percependone la portata.

A rileggere le parole di Vincenzo Cuoco [Saggio Storico sulla Rivoluzione Napoletana, 1801] viene in mente oggi l’attualità di quel momento: “ Quale sarà il destino di Napoli?dell’Italia? dell’Europa?Io non lo so: una notte profonda circonda e ricopre tutto di un’ombra impenetrabile.Sembra che il destino non sia ancora propizio per la libertà italiana...”.

Viene da domandarsi se abbiamo davvero imparato la lezione: non nei fatti banali del torto e della ragione, cui spesso discussioni di basso profilo tendono ad arrivare con la sterile contrapposizione delle parti, quanto nella più ampia meditazione che sta dietro agli avvenimenti che hanno subito, come è il caso del ‘799, il tentativo di oblio e la damnazio memoriae: alle parole della Pimentel Fonseca pronunciate sul patibolo ("Forsan haec olim meminisse juvabit"; forse un giorno gioverà ricordare tutto questo) fanno da contraltare quelle del Cardinal Ruffo : “ (..)comanda la M.S. (..) perchè proponga i mezzi da operarvisi per togliere dai Processi tutte le carte confacenti: la qual norma deve essere ancora seguita per le scritture di simile natura esistenti negli Archivi ed altri luoghi pubblici, ed anche per le scritture dei privati (..)” [“La Penna e La Spada”, Antonella Orefice, p. 38]
La memoria contro l’oblio è in fondo l’eterna lotta dell’uomo.

Col ‘799 napoletano in Italia si inaugura la stagione di quelli che in Francia vennero definiti philosophes, gli intellettuali che con la ragione e le idee si prestarono alla politica.

A Napoli provenivano dalle professioni liberali : avvocati, medici, ma anche la nobiltà cadetta che poteva studiare e dai chierici più giovani, destinati alla carriera ecclesiastica. Non dimentichiamoci inoltre delle donne: donne colte e nobili è vero, ma pur sempre donne che nel caso di Donna Eleonora, rappresentarono l’avanguardia delle successive lotte per la parità.

Questi intellettuali, i nostri pholosophes, che vennero tutti uccisi brutalmente dalla codarda repressione borbonica, furono i primi intellettuali che in Italia iniziarono una lotta politica e la portarono fino in fondo a tragiche conseguenza; un movimento cioè, che dal mondo delle idee condivise, tentò di trasformate la realtà pagandone ingiusto prezzo.

Di questo Napoli dovrebbe farsi vanto e lustro: quella generazione sterminata dalla tendenza del potere a restare ancorata ai privilegi di casta e di casato, dovrebbe essere celebrata per il coraggio della sua lotta, al pari degli eroi risorgimentali e nazionali.

E specialmente oggi, dovrebbe ispirare nuove riflessioni e nuovo coraggio, vista la situazione contemporanea italiana.

Questi “bravi intellettuali e pessimi politici”, come giudica Benedetto Croce i protagonisti del ‘799, furono pessimi perchè furono anche i primi a tentare la trasformazione delle idee al mondo della politica e di qui alla realtà, nella stessa città che aveva visto la lotta di Masaniello -e prima ancora contro l’Inquisizione- a partire da un un movimento inverso, ovvero la scintilla istintiva del popolo.

Nella città che vedrà le Quattro Giornate e la liberazione autonoma di Napoli dai nazisti, sbaglia dunque chi crede che la Storia sia solo costituita da fatti isolati e non da idee che permangono nella coscienza di un popolo e dei suoi intellettuali.

Sbaglia la politica a non occuparsi delle idee, priva come ne è, perchè costituita da elementi mediocri e piuttosto rozzi, per non dire incolti.

Sbagliano i cittadini a non reclamare ed assumersi la responsabilità della trasformazione, ma a cosa serve puntare il dito contro lo sbaglio e lasciarsi sfuggire la proverbiale luna?

Il 13 giugno del 1799 finiva la Repubblica Partenopea; 214 anni fa, imparammo che le idee potevano cambiare il mondo e lo cambiarono davvero: se la monarchia, i baroni e il feudalesimo non esistono più, e le donne hanno diritto di voto e possono scrivere su un giornale, lo dobbiamo a chi ha avuto il coraggio di trasformare.

Ora tocca a noi rammentarci della lezione, e portare anche in occasione di questo anniversario, il confine dei diritti umani e della consapevolezza una spanna più su.

 

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