Sulla didattica della Storia e della Geografia

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L’articolo si propone di chiarire alcuni elementi del dibattito in corso nella Scuola italiana  sulle innovazioni introdotte nell’insegnamento-apprendimento della Storia e della Geografia, spaziando dalla teoria della complessità e della cosmoplitizzazione  al costruttivismo.

Contemporaneamente si intende inquadrare tale dibattito all’interno delle trasformazioni economiche e politiche imposte dalla globalizzazione e dall’irruenza dei Giganti Asiatici, Cina e India.

Da più parti, anche da fonti ufficiali  e legittimate ad esprimersi, sembra che si avverta l’esigenza di riaprire in qualche modo il dibattito sull’approccio educativo, e non solo educativo alla Storia nelle nostre Scuole.

L’accento posto sull’accorpamento dell’insegnamento-apprendimento di Storia e Geografia a non pochi docenti sembra un notevole progresso rispetto al passato. Può darsi.

Ma il processo di interdipendenza e di concretizzazione reciproca delle due discipline, Storia e Geografia, a nostro parere, può nascondere una trappola, un fraintendimento foriero di ulteriori passi regressivi in un panorama educativo già profondamente segnato e dilacerato da ritorni non solo neo-nazionalistici al passato.

Innanzitutto non vorremmo che il bipolarismo storico - geografico, che sembra anche assomigliare un po’ al nostro imperfetto e claustrofobico bipolarismo politico, preluda ad un neo-determinismo diarchico concluso e recluso in se stesso.

 

Non solo. Ma a chi scrive sembra che tale caratterizzazione iperscientifica  del redivivo dibattito ora non più solo storico, ma anche geografico, possa contribuire ad eludere invece la necessità, tutta ed esclusivamente nazionale, di fare i conti con la formazione di modelli epistemologici, antropologici, psicologici e contraddittoriamente educativi della non-linearità apprenditiva e del patrimonio immaginativo delle nuove generazioni  e con l’irruenza dei modelli cosmopolitizzanti e interdisciplinari della globalizzazione  travolgente imposta anche dall’emergere dirompente dei Giganti dell’Asia, il Dragone Cinese e l’Elefante Indiano.

Il tentativo di recintare  i confini del dinamismo storico-geografico, al contrario molto mobili e sfuggenti, entro la ruvida fortezza di  un dibattito prevalentemente “scientifico” e probabilmente volto anche ad un “riaggiornamento” e “riqualificazione” epistemologica in senso deterministico del duopolio storico-geografico, può ingenerare e ingenera la sensazione che ancora una volta non solo la storia, ma anche la geografia, siano riproposte come “discipline” asettiche e non molto propense a fare i conti e ad ibridarsi non solo col resto del mondo “scientifico”, ma anche e soprattutto col mondo globalizzato della realtà extrascolastica ed extrauniversitaria.

Insomma ci troveremmo di fronte ad una ulteriore sterilizzazione e sclerotizzazione  prolungata ed aggravata non solo della storia, ma anche della geografia.

Ancora una volta il senso del disciplinarismo e del disciplinamento delle nostrane istituzioni formative prenderebbe il sopravvento sul concetto e sulla pratica di ciò che potremmo e dovremmo definire, anche se tale terminologia abbia ancora un senso, “forme di vita”.

Perché sia la storia che la geografia non sono categorie eterne ed immutabili, sostanze ed essenze imperiture, omogenee e compatte e soprattutto autosufficienti e incontaminabili, insomma scienze dell’eternità incommensurabili con le bassezze della realtà molteplice, cangiante, mutevole, diasporica e metamorfica.

Gli “oggetti” della storia e della geografia, se ancora esistono da qualche parte, e se è ancora corretta e giusta tale denominazione  nelle scuole e non solo in esse, non possono essere determinati e decisi dagli specialisti rinchiusi nei loro ghetti dorati delle Accademie e dei Palazzi, ammesso e non concesso che nel passato sia sempre stato così, cosa di cui oggi è più che lecito dubitare alla luce della più recente rivoluzione della globalizzazione e non solo di essa.

Forme di vita come la storia e la geografia vivono e si espandono in funzione delle esigenze e delle domande di adolescenti e giovani coinvolti ed implicati direttamente e personalmente nei problemi dell’implosione ed esplosione di confini non solo geografici, di crisi economiche, non localizzate, ma mondiali, di “invasioni” demografiche, di rimescolamenti planetari, di imminenti ed inevitabili ibridazioni culturali ed antropologiche.

I soggetti planetari nascenti, anzi gli allievi planetari ormai già formati molto più di docenti planetari che stentano a nascere e a formarsi, sono coloro che, non si sa fino a che punto consapevoli, come probabilmente molti storici e non solo essi, stanno per plasmare e plasmeranno sempre di più le forme di vita della Storia e della Geografia:  nella direzione di un antideterminismo globale a favore di una riconfigurazione storica e geografica  aperta all’indeterminismo degli esseri viventi nel contesto di una natura e di un naturalismo anch’essi non statici, ma dinamici  e  nella prospettiva di una denazionalizzazione della storia, della geografia e di tutte quelle teorie civistico-nazionalistiche e neoidentitaristiche ad esse implicitamente associate.

Da questa epocale metamorfosi prenderà corpo una cosmopolitizzazione (che non è internazionalizzazione e cioè riproposizione su larga scala degli interessi e delle ideologie nazionali) come logica conseguenza, ulteriore e suprema dell’interdisciplinarità.

Volendo ridurre, perdendo comunque molto del processo epistemologico, a uno slogan la nostra impostazione, potremmo dire che storia e geografia, per ristrutturarsi e ritornare all’avanguardia  del discorso non solo educativo,  dovrebbero riconfigurarsi e rielaborarsi in un difficile, tortuoso e complesso percorso di totalità realistica e di “digitalizzazione” metodologica ed epistemologica oltre che tecnologica.

Pare che adolescenti e giovani del Bel Paese abbiano sempre meno interesse, stimoli e attenzione non solo verso la storia, ma anche verso la geografia e l’economia.

Non credo di possedere ricette taumaturgiche e miracolose, tantomeno consigli mirabolanti per riportare i nostri rampolli ad improvvise e repentine passioni geografiche o per  vederli improvvisamente trasformati in  protagonistici atleti  tutti  protesi ad una corsa ad ostacoli per acquistare e poi studiare immensi volumi di economia.

Ma qualche modestissimo contributo di esperienza acquisita sul campo come docente, studente e viaggiatore incallito per le infinite vie del mondo, credo di poterlo fornire senza alcuna pretesa di esaustività.

Il primo errore da evitare è l’ipostatizzazione  della Geografia come disciplina a sè stante, autosufficiente e chiusa in se stessa, anche se questo discorso può valere per qualunque altra disciplina.

Forse proprio il caso della geografia potrebbe aiutarci nel tentativo di destrutturare il concetto e la pratica di disciplina.

La geografia non è la scienza degli spazi terrestri avulsi da qualsiasi contestualizzazione storica, antropica , economica ed ecologica.

Anche se queste affermazioni possono sembrare oggi scontate e acquisite, esse continuano a possedere una valenza epistemologica e metodologica di grande impatto rivoluzionario quanto meno in ambito didattico, educativo e formativo.

L’apprendimento laboratoriale della geografia può assumere e assume un’immensa valenza strategica e cognitiva  oltre che educativa e formativa, solo se essa viene contestualizzata, interdisciplinarizzata, ecolgizzata e personalizzata (nel senso di un laboratorio transazionale e interattivo che si configura e si sviluppa in rapporto alle esigenze della comunità e degli allievi).

In un mondo sempre più globalizzato non può esistere una geografia locale o dell’ambiente locale che non sia anche contemporaneamente una geografia globale e dell’ambiente globalizzato.

Essa non può che diventare sempre più una geografia interdisciplinare e transazionale della complessità umana, mondiale e globale, al servizio del cittadino locale, nazionale e soprattutto cosmopolita.

La Rivoluzione informatica, elettronica, telematica e l’iperaccelerazione dei processi di globalizzazione capitalistica hanno sconvolto il teatro delle azioni quotidiane dell’allievo e del cittadino.

L’allievo di oggi ha per realtà geografica il suo ambiente locale che non può essere compreso e affrontato se non a partire dalla geografia globale. La realtà che lo circonda e lo attraversa è quella del pianeta e i confini del suo mondo geografico non sono più i confini nazionali, ma quelli del pianeta.

La geografia non è più un elenco o una lista, di fiumi, mari, monti e città che, come poveri e freddi cadaveri, giacciono inerti  sul suo manuale.

Mari, monti e città del globo oggi lo raggiungono, lo sollecitano e lo influenzano quotidianamente attraverso gli impulsi elettronici, le tv satellitari e le invasive e pervasive immagini televisive, rendendolo coprotagonista del dramma umano mondiale.

La geografia dei luoghi virtuali pone e  impone la necessità di una riterritorializzazione a partire dal locale.

E a noi il termine  riterritorializzazione sembra il termine più adatto per riconfigurare un nuovo approccio alla geografia.

Come la cittadinanza  e l’economia, nel processo di globalizzazione sempre più strette nell’abbraccio globale con la geografia e non solo con essa, non possono essere più concepite, praticate e apprese se non in termini di cittadinanza globale ed economia globale a partire dal locale, così a maggior ragione non può ormai esistere una geografia se non contemporaneamente globale e locale, concetto e pratica che il termine territorio planetario può forse rendere meglio.

Problemi come la deforestazione, l’inquinamento, la proliferazione e contaminazione atomica, chimica e biologica, impongono all’ordine del giorno un approccio geografico ed ecologico globale e globalizzato dove lo stesso monolitismo della geografia auto-organizzata e auto-sufficiente si dissolve  a favore di un “discorso”, di una “narrazione” interdisciplinare e transazionale  tra l’uomo e il suo ambiente . Il territorio dell’uomo diviene l’ambiente “locale” inquinato ,  globalizzato dalla drammaticità dell’interconnessione problematica e planetaria che, per le sue ricadute immediate su tutti  e “mediate” dai mass-media, investe contemporaneamente sia l’allievo indonesiano  che quello italiano.

La Guerra del golfo e la Guerra del Vietnam hanno “vietnamizzato” il mondo.

Probabilmente le guerre indocinesi sono state le prime riprese televisive in diretta che ci hanno consentito di conoscere tutta la geografia e l’antropologia del contadino vietnamita e tutto l’orrore di una guerra localizzata che, attraverso la diretta televisiva invasiva e pervasiva, per la prima volta nella storia dell’umanità globalizzava immediatamente un conflitto solo apparentemente lontano ed esotico.

L’epopea vietnamita ha globalizzato non solo la geografia locale, ma anche il sussulto dei sentimenti più profondi, la rabbia e la protesta di sterminate generazioni di giovani ed adolescenti.

La geografia dell’orrore indocinese è stata uno dei più potenti  stimoli per la nascita di una contestazione globale totale che ha condotto a  una condanna morale e politica senza appello della guerra e  alla sua rapida conclusione.

Personalmente all’epoca del conflitto vietnamita ero studente e garantisco che grazie all’impatto televisivo non solo  fui spinto ad informarmi su tutti gli aspetti geografici e territoriali dell’Indocina, ma anche sulla sua storia e, più in generale, su tutti quei processi di interdipendenza e dipendenza  economica e politica che vanno sotto il nome di colonialismo, neocolonialismo e imperialismo.

Non poco direi per un adolescente e per un’intera generazione adolescenziale e giovanile che per la prima volta interagiva e agiva sullo scenario del mondo, grazie alla transazione geo-politica e mediatica  indocinese, manifestando pubblicamente e avvertendo direttamente e in prima persona che la geografia localizzata e globalizzata li portava a cimentarsi con problematiche totalizzanti che, in qualche modo, la rendevano protagonista attiva di una possibile

trasformazione politica .

La riterritorializzazione planetaria dell’ambiente locale-globale  disgrega e disarticola alla radice la geografia degli Stati nazionali. I problemi dell’umanità globalizzata sono trasversali e interdipendenti  e i confini geografici sono divenuti non solo obsoleti, ma addirittura un ostacolo non facilmente sormontabile  al fine del completo e totale dispiegamento della riterritorializzazione planetaria .

La stessa nuova geografia della nascente Unione Europea  ha difficoltà notevoli a riterritorializzarsi e a collegarsi alla planetarizzazione geografica superando la logica degli angusti territori e confini nazionali .

Il processo di decolonizzazione , iniziato subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale,  ha portato alla formazione e alla ribalta nuovi Stati e nuovi confini.

Non pochi hanno creduto che la morfologia istituzionale adottata dai Paesi Emergenti sarebbe stata quello dello Stato nazionale territorializzato all’interno di ben precisi confini geografici. Ma la storia e la globalizzazione  hanno scardinato dall’interno e dall’esterno tale teorizzata tendenza, frutto della tradizione  eurocentrica.

La geografia imperiale e imperialistica delle geometrie variabili e delle linee rette e parallele nella immaginazione e riconfigurazione dei pieni e dei vuoti spaziali progettate e praticate a tavolino  dai colonialisti e neocolonialisti europei si è scontrata,  dapprima, con una storia  dell’”altro” irriducibile alle categorie ermeneutiche e geografiche dell’Occidente e con una antropologia dell’ “altro”, poi, non sostenibile di fronte al processo incalzante e sfuggente della globalizzazione che ha evidenziato l’origine occidentale dei confini territorializzati dalla Nazione  e  il loro angusto e ristretto orizzonte.

Il pensiero complesso ed ecologico ha poi sempre più affermato e dimostrato l’ “iscrizione” dell’uomo all’interno del suo ambiente planetario, denunciando le sue pretese di superiorità e di manipolazione esasperata dell’ecumene.

La geografia dell’uomo non può essere e non è la geografia del dominio sulla natura, tanto meno sulla natura globalizzata.

La geografia è diventata o è ridiventata la geografia dell’uomo nella natura che con la natura, con l’ambiente oggi globalizzato dialoga e convive.

La riterritorializzazione planetaria , causata dalla globalizzazione, ha mutato le attitudini  geoantropologiche dell’uomo: egli non è più il signore e il padrone del pianeta.

Ogni sua azione, anche la più insignificante, si riflette tanto sul territorio locale che su quello planetario, anzi non c’è più distinzione: ogni trasformazione del territorio è sempre trasformazione del territorio planetario.

L’uomo contemporaneo e globalizzato comincia a capire e ad apprezzare sempre più la scienza dei così detti popoli primitivi: l’anima della Terra  è la sua anima .

Lo stile e la pratica della lezione frontale nelle nostre  scuole e, a maggior ragione, della didattica della Storia  siano entrate in una fase di Revival e di Revanche sia dal punto di vista disciplinare che metodologico.

E il problema credo che si ponga non solo per il Bel Paese, ma anche per l’intera Europa e particolarmente per l’Unione Europea.

Non è solo una questione di globalizzazione e quindi di “oggettive” stimolazioni  ad agganciarsi al carro e al rullo compressore del pensiero unico e  della standardizzazione conseguente ed inevitabile, nei confronti della quale, comunque, con un po’ di senso critico e di buona volontà, pure si potrebbe e dovrebbe reagire se si volesse.

E’ molto di più  e di più rischioso e pericoloso di una “semplice” questione di globalizzazione.

Il nostro Continente arranca di fronte all’emergere di nuove potenze come la Cina, l’India, il Brasile  ed è in evidente difficoltà anche rispetto alla sfida  del mondo islamico.

Ed allora la prima linea del Confronto, dopo quella militare, diviene la trincea calda della Propaganda, che in prima battuta, assolda ai suoi interessi i mass-media e le istituzioni culturali.

Ma una Propaganda che si rispetti non può fare a meno né della Scuola né dell’Università , serbatoi di futuri cittadini pensanti e agenti.

Di fronte al dilagare delle merci cinesi e indiane e delle ideologie fondamentalistiche il nostro Continente e la nostra  Scuola continentale insieme all’Università, invece di elaborare una nuova riflessione e un nuovo immaginario, si chiudono a riccio nella ricerca esasperante di radici ed identità monolitiche e granitiche mai possedute e mai esistite.

Come il fondamentalismo islamico eternamente sulle tracce e sulle orme di un Corano dogmatico e di una società  islamica pura e incontaminata,  anche un certo fondamentalismo cristiano  si è incamminato su un impervio e stretto sentiero ,  quello di una rilettura e reinterpretazione

neo-puritana ed esclusivista  della Bibbia che non lascia presagire orizzonti di gloria dialogica .

Il ritorno al passato della nostra Scuola e della nostra Università non è e non può essere , anche volendo , una semplice ed identica riproposizione di modelli già visti e praticati nel passato . Infatti la rinazionalizzazione e la rioccidentalizzazione delle istituzioni formative  si profila, si elabora e si organizza  come una reazione prima politica e poi educativa a un processo di globalizzazione tendenzialmente cosmopolitizzante e unificante.

In Occidente si è costretti , malgrado le dichiarazioni contrarie delle nostre elites dirigenti e conservatrici, a rispondere alla sfida asiatica a partire dalle specificità del mondo contemporaneo e non certo da quelle del nostro passato.

La vernice e la superficie della reazione politica ed educativa  sembra avvolta in un passato più mitologico e simbologico che reale, mentre la sostanza di tale reazione rimane ben piantata e radicata nel presente contemporaneo di una globalizzazione prevalentemente strutturata e  governata  dai mercati asiatici.

Dall’”Altro Mondo”, quello asiatico, in modo inconsapevole o consapevole, si prendono e si metabolizzano solo gli elementi probabilmente più negativi, ma certamente più utili al riassestamento e alla riconfigurazione dello spazio economico, politico ed educativo dell’Occidente: un dirigismo che, sulla spinta dello slogan della Cittadella assediata dalle orde asiatiche e della Cina è vicina, legittima e  incentiva le nostre elites intellettuali a percorrere o ripercorrere la via di un frontalismo o oplitismo contemporaneamente economico, politico, culturale ed educativo.

La logica del rapido  ritorno al profitto capitalistico occidentale, messo in crisi dalle Ombre cinesi, senza ingombranti e velleitarie mediazioni politiche o anche sociali, reclama la rinascita di una ideologia neoindustrialistica e neoaziendalistica al cui servizio si ponga, anzi si imponga una didattica e una metodologia della lezione frontale, potenziata necessariamente da una tecnologia dedita esclusivamente al suo consolidamento sia  tecnotardocapitalistico che “spiritualistico”, costruttivistico e “culturalistico” (“fondamentalmente” ideologico).

La rigida linearità neofordista del ritrovato e riconsolidato  processo di produzione capitalistica, riproposto e imposto nella arretrata e decadente, in tutti i sensi, Fabbrica Italia, si sposa brillantemente, efficientemente ed efficacemente al dirigismo unilineare della didattica frontale, assolutamente impermeabile al dialogo con l’Altro, in questo “caso”, non solo migrante o extracomunitario, ma anche e soprattutto lavoratore “nazionale” o figlio-allievo del lavoratore “nazionale”.

La didattica della lezione frontale, come la “didattica” totalmente materialistica  del processo di produzione capitalistico, non consente e non può consentire la partecipazione  paritetica dell’Altro alla produzione del sapere e alla produzione industriale: la socializzazione del sapere e del processo di produzione materialistico minerebbero alla base, radicalmente e definitivamente l’intera architettura di potere monopolistico di entrambi.

Bibliografia

Clifford Geertz , Mondo Globale , Mondi Locali , Il Mulino , Bologna , 2007

Ulrich Beck , La società cosmopolita , Il Mulino , Bologna , 2003

Eric Hobsbawm , Il secolo breve , Rizzoli , Milano , 2007

Gianluca Bocchi , Mauro Ceruti , Educazione e Globalizzazione ,  Cortina , Milano , 2006

Edgar Morin , Terra-Patria , Cortina , Milano , 1994

 

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