Emanuele De Deo, l’ultima lettera

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Io la mia sorte l’invidierei negli altri [...] La morte reca orrore a chi non ha saputo ben vivere.  Chi ha la coscienza senza rimorsi, gioisce in quel punto che i malfattori chiamerebbero terribile. (17 ottobre 1794)

Esempio di "virtuoso silenzio" e di "lealtà verso i suoi compagni", Emanuele De Deo fu il primo martire della libertà. Pugliese di Minervino, aveva solo ventidue anni quando fu condannato alla forca con l’accusa di aver congiurato contro la corona borbonica.

L’esecuzione avvenne il 18 ottobre del 1794 nel largo del Castel Nuovo.  Con lui ascesero al patibolo Vincenzo Galiani e Vincenzo Vitaliani.

Assieme al “folle” Tommaso Amato che li aveva preceduti il 16 maggio, nella storia dell’ecatombe repubblicana, essi  furono i primi ed indimenticabili martiri della libertà, vittime di un sommario processo e delle promesse di vendetta della regina Maria Carolina.

A nulla valse la difesa del gurista Mario Pagano: pochi anni dopo la gloriosa Repubblica Napoletana del 1799 sarebbe finita nel sangue della migliore intellighenzia del sud Italia. Da allora l'oscurantismo della retrograda monarchia borbonica segnò la decadenza di un popolo che tra patiboli e carceri piegò la testa al carnefice.

L’ultima lettera di Emanuele De Deo per il fratello Giuseppe fu scritta nella cappella della Vicaria il giorno prima dell’esecuzione.

Impiegabile ad ogni tentativo di pentimento e tradimento verso i compagni repubblicani coinvolti nella congiura del 1794, Emanuele fino all’ultimo tenne fede alla causa rivoluzionaria ed al suo amore per la libertà.

La lettera è giunta fino a noi grazie ad un padre della Compagnia dei Bianchi della Giustizia, il teatino Capecelatro, che la ricopiò prima di consegnarla al destinatario.

Essa fu resa nota in forma riassunta per la prima volta nel 1876 da Carlo Padiglione, nel catalogo della biblioteca e dei manoscritti del Museo di S. Martino . Nel 1885 Francesco Saverio Nitti la pubblicò integralmente sul quotidiano "Roma". Attualmente è conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli.

 

Venerdì 17 ottobre 1794

 Dalla Cappella della Vicaria

 Mio caro Fratello,

perché dirmi disgraziato? Perché attribuirmi questo nome? Se considerate la perdita d’un fratello, convengo con voi; ma se tale mi chiamate per il destino che seguo, caro fratello, v’ingannate. Io la mia sorte l’invidierei negli altri: ciò vi basta per farvi comprendere la tranquillità dell’animo mio nell’abbracciare il decreto della suprema giunta, e del mio e vostro Sovrano. La morte reca orrore a chi non ha saputo ben vivere. 

Chi ha la coscienza senza rimorsi, gioisce in quel punto che i malfattori chiamerebbero terribile; e poi noi non siamo eterni, presto o tardi si muore; né la durata della vita dovete determinarla da replicati giri del Sole, un anno di vita di un uomo onesto e socievole eguaglia cento d’un Misantropo, d’un egoista; e pure il paragone mi sembra incompatibile: grazie al Reggitore del tutto.

Non v’è persona che potesse credersi da me oltraggiata o lesa. Ho adempito alle mie obbligazioni verso chiunque aveva dritto di esigerle. e non mi sono giamai dimenticato di essere Cittadino ed uomo.

Se altri hanno offeso me, o almeno mi hanno defraudato di quella grata corrispondenza, che mi dovevano, io li perdono, e voi, caro fratello, perdonateli con me: un fratello nell'ultimo momento di sua vita ve lo chiede, né dal vostro sperimentato bel cuore attende il contrario.

Non giova più parlarmi di grazia, il mio destino è certo, ed io l'attendo con intrepidezza e maschio coraggio, per farvi comprendere che non ha potuto indebolire il mio cuore per umiliarlo così.

Vorrei avere il piacere in queste strettezze di tempo di parlarvi, a solo oggetto di non farvi più affliggere, per comunicarvi il mio ragionevole coraggio.

Consultate la ragione; calmate l'imaginazione, ed il mio fato non vi sembrerà tanto funesto.

Ho a caro che partite per Minervino. Consolate l'afflitta mia Madre: nascondeteli in tutti i conti la mia sorte.

Se poi col tempo verrà a scoprirla, come avverrà, assicuratela che l'unico oggetto delle mie afflizioni in queste circostanze era il suo amore e quello delle mie amate Sorelle, che a voi raccomando di amare con duplicato affetto; unite ambi li amori e le cure verso di esse, giacché la mia disgrazia sopra di esse più tosto piomberà.

Baciate da mia parte pur anche le mani alla dolce ed amorosa mia Madre, e domandatele scusa di qualche mia involontaria mancanza. 

Fate felicissimo viaggio, e ricordatevi sempre del vostro fratello, ma non del di lui destino.

Spetta a voi di ricompensare il comune afflitto Padre di tutto le amarezze che io l'ho cagionate. Non trascurate d'ubbidirlo, compiacetelo in tutti i suoi voleri; son sicuro che non sarete per mancare a questo vostro dovere, e per mia memoria. 

Caro Fratello, è inutile maggiormente diffondermi, sarebbe per più eccitare la vostra sensibilità. 

Vi accludo un biglietto alla cara Madre, che servirà per deluderla: vi abbraccio, vi bacio e sono col cuore.

Al comun Padre ho scritto, ed ivi ho acclusa un'altra lettera per la Sig. Madre; me la ritirerei, ma per altro mezzo so che è andata al suo destino, quantunque non ancora vi sarà pervenuta.

Vi taccio degli amici; essi, che mi amano, comprenderanno bene quel che su questo punto vorrei dirgli. Domani, prima che partirete, fatemi pervenire l'ultimo vostro biglietto e l'estremo Addio. Vi stringo di nuovo al cuore.

 

Vostro Fratello, Emmanuele

 

 

Sentenza di morte per Vincenzo Galiani, Vincenzo Vitaliano, Emmanuele De Deo.

 

Archivio Storico Diocesano di Napoli. Registri della Congregazione dei Bianchi della Giustizia.

Anno 1794, Vol.371, p. 27v.

 

 

 

 

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