Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Gli Stati Uniti dalla rivoluzione alla guerra civile

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La storia degli Stati Uniti sembra cominciare dal momento in cui le colonie della costa atlantica americana dichiarano la loro indipendenza dalla madrepatria britannica nella seconda metà del 1700.

In effetti, dal punto di vista della costruzione territoriale della Repubblica nord- americana, le cose stanno così, ma dal punto di vista delle radici economico-sociali la storia degli Stati Uniti è più antica.

Con questo non si vuole minimizzare affatto l’apporto della Rivoluzione americana che rimane determinante per gli U.S.A.

Ma procediamo con ordine. Dal 1600 al 1700 il continente nord-americano accoglie ondate periodiche e permanenti di un flusso migratorio proveniente soprattutto dall’Europa anglo-irlandese e tedesca.

Questa emigrazione europea segue le tracce degli indiani e dei cacciatori (trapper).

Subito dopo avviene lo stanziamento più sedentario dei contadini , coltivatori dei campi di grano ricavati dal taglio della foresta vergine.

In questo modo i contadini diventano piccoli e medi proprietari indipendenti sempre più isolati e individualisti quanto più penetrano nell’immenso entroterra nord-americano e quanto più si allontanano dalla costa atlantica urbana, civile e soprattutto dominata dalla presenza politica inglese.

 

Nel frattempo nelle colonie atlantiche si sviluppa sempre di più il ceto borghese e commerciale delle città portuali: New York, Boston, ecc.

Nella seconda metà del 1700 il peso delle strutture coloniali inglesi diviene intollerabile per la borghesia commerciale della costa atlantica.

Al ceto borghese e commerciale americano sembra eccessiva la limitazione dell’autonomia politica imposta dalla corona britannica, eccessivo appare il pur modesto carico fiscale imposto alle colonie: ma ancora più insopportabile appare il privilegio accordato dalla corona britannica alla classe dirigente e possidente anglicana.

 

La guerra d’indipendenza americana diventa Rivoluzione sociale proprio nel momento in cui raggiunge l’obbiettivo della ripartizione fondiaria del latifondo gestito dalla classe possidente anglicana , legata non solo politicamente a filo doppio con Londra, ma anche religiosamente.

La Rivoluzione, addirittura, costringe gran parte di questa classe dirigente e possidente  anglicana ad emigrare in Canada. La nuova ripartizione fondiaria accresce il numero dei piccoli e medi contadini indipendenti.

La Chiesa Anglicana non gode più di alcun privilegio. La costituzione degli Stati Uniti d’America avviene su basi federali, evitando il pericolo dell’accentramento politico e burocratico.

L’espansione verso l’Ovest, verso la costa del Pacifico è inarrestabile. La frontiera americana non cessa mai di avanzare: è un confine mobile. Storici come Jameson, Turner, Barrington Jr. scorgono proprio nella frontiera americana l’ “essenza” del particolare carattere dell’americano.

L’isolamento, la lotta per la sopravvivenza, in un mondo profondamente ostile, forgiano il carattere dell’americano, duro, spigoloso, pragmatico e, per molti aspetti, insofferente di ogni controllo governativo.

Questi i lati politici e psicologici del “tipo” americano. Marx e Lenin ci forniscono il lato economico del tipo americano.

Da non sottovalutare è il valore socio-economico della Rivoluzione americana, rivoluzione borghese, radicale, e democratica, ma la Repubblica americana deve molto anche alla sua immensa frontiera agricola, libera da ogni vincolo feudale o precapitalistico.

La ripartizione fondiaria dell’immenso entroterra agricolo nord-americano è equa ed equilibrata. La piccola e media proprietà contadina ha una relativa libertà di espansione: certamente la sua affermazione e il suo consolidamento non sono ostacolati dal governo federale.

Lo sviluppo del capitalismo negli Stati Uniti è orizzontale, parte dal basso: l’accumulazione capitalistica originaria avviene senza grossi traumi sociali come in Italia o in Germania.

La seconda metà del 1800 trova gli Stati Uniti divisi economicamente in tre aree geografiche ben distinte: nord-est atlantico urbano, commerciale e industriale, l’ovest agricolo della piccola e media proprietà, il Sud latifondistico e schiavistico.

Ovest agricolo e Nord industriale si integrano sempre di più dal punto di vista economico.

La guerra civile americana divampa contrapponendo due blocchi: i piccoli e medi contadini dell’Ovest temono il dilagare dell’economia schiavista dal Sud all’Ovest e la conseguente concorrenzialità della mano d’opera negra asservita.

Il Nord industriale ha bisogno di tariffe protettive per sviluppare liberamente il proprio sistema industriale nascente.

Il Sud è contrario alle tariffe protettive perché può acquistare a più basso prezzo i prodotti industriali dell’Inghilterra alla quale fornisce ingenti quantità di cotone prodotto nelle sue piantagioni.

La secessione del Sud non è tollerata dal Nord: i nordisti non vogliono perdere un mercato di espansione così promettente come il Sud latifondistico e schiavistico.

Certo, gli ideali politici ed etici non mancano, gli operai dell’industria della costa atlantica si schierano con i contadini e gli industriali in una guerra civile che sconfiggerà il Sud, ma non eliminerà il problema schiavistico.

Anche il tentativo di ripartizione fondiaria del latifondo schiavistico fallisce: i negri non riescono a divenire piccoli proprietari fondiari.

La classe dirigente americana si ricompatta in senso conservatore: gli industriali del Nord scelgono di accordarsi con il latifondismo del Sud, perché ritengono lesiva degli interessi della proprietà privata la formazione di un ceto di piccoli e medi proprietari contadini negri indipendenti.

Anche negli Stati Uniti si consolida il patto “nazionale” tra Junker e borghesia industriale.

 

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