Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Filangieri e Franklin

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Gaetano Filangieri, questo raro, grande aristocratico napoletano (San Sebastiano, Napoli, 1753 - Vico Equense, Napoli, 1788), uno degli esponenti più esemplari dell’Illuminismo riformatore meridionale e italiano, morto prematuramente, ma noto in tutto il mondo, attraverso le molteplici, costanti traduzioni, per la sua grandiosa opera di filosofo e di giurista La Scienza della Legislazione (uscita in prima edizione nel 1780, messa dalla chiesa cattolica clericale nell’Indice dei libri proibiti già nel 1784), che influenzò la rivoluzione francese, che Napoleone teneva sul tavolo, e che era stata apprezzato dai maggiori Illuministi europei e da Goethe (che lo conobbe personalmente nel 1786), ebbe una corrispondenza epistolare anche con Beniamino Franklin, il grande scienziato, inventore e politico statunitense (Boston, 1706 – Filadelfia 1790), uno dei padri dell’indipendenza delle colonie americane dall’Inghilterra e della nascita degli Stati Uniti, che nel 1776 contribuì alla stesura della dichiarazione dell’indipendenza.

L’opera maggiore, La Scienza della Legislazione, prevista in sette libri, rimase interrotta, per la prematura morte, al quarto volume. Si impernia sul tema illuministico della rigenerazione umana tramite una nuova legislazione resa razionale ed illuminata dalla filosofia, in cui devono giocare ruoli fondamentali la distinzione dei poteri, la dignità di cittadini, la laicità dello stato, e  l’importanza civile dell’istruzione.

I contatti con Filangieri si ebbero attraverso il loro comune amico, Luigi Pio, diplomatico presso l’ambasciata napoletana a Parigi, dove si trovava Franklin, ambasciatore degli Stati Uniti in Francia.   Franklin lesse l’opera di Filangieri e attendeva con ansia gli altri volumi, che dovevano trattare della legislazione criminale.   Filangieri, oltre a testimoniare la gratitudine, aprì il suo animo a Franklin, fino a chiedergli di aiutarlo ad emigrare negli Stati Uniti, repubblica libera e costituzionale, che egli considerava la sua vera patria ideale.

Nel 2004, si tenne a Vico Equense un convegno internazionale su Filangieri e Franklin e in un altro convegno, tenutosi nel 2007 sempre a Vico Equense, si è accennato a una ‘Gaetano Filangieri Philosophical Society of America’. Le lettere di Filangieri a Franklin sono conservate nella’Library of the Historical Society of Pennsylvania’.

La lettera a Franklin è del 2 dicembre 1882, nei mesi in cui egli si trovava a Caserta col suo reggimento (dove continuerà a scrivere la sua grande opera), come dice in un’altra lettera all’amico aretino, professore a Pavia, Luigi Cremani.

”Caserta, 28 novembre del 1782. Carissimo e rispettabilissimo amico…Io mi ritrovo confinato in Caserta, perché il re ha condotto seco il reggimento nel quale io servo. Questa causa mi obbliga a posporre la stampa della mia opera fino al principio di carnevale. Io son condannato a fare il guerriero mio malgrado; ma le armi mi dan più da mangiare che le leggi.

Qui ho meno distrazioni e più ozio per travagliare alla mia opera; ma la noia che mi cagiona la vicinanza di un re ed il contatto de' cortigiani toglie al mio spirito la metà della sua energia ed al mio cuore due terze parti della sua sensibilità. Voi mi conoscete, e conoscete troppo gli uomini per non dubitare di quel che vi dico.

Io mi veggo isolato, in mezzo ad un gran numero di persone, e sono immobile in mezzo ad un gran vortice che rapidamente gira intorno di me. La vostra lettera mi ha fatto ricordare per un momento della mia esistenza come mi avviene tutte le volte che ne ricevo dagli amici. Io ve ne ringrazio, dunque, di cuore.”

Così si presenta Filangieri a Franklin nella citata, fondamentale lettera, che apre spiragli profondi sulla sua sensibilità, sul suo carattere, sulla sua vita, sulle sue aspirazioni più profonde.

Io sono un cadetto della mia famiglia, il lustro della quale è molto maggiore delle sue ricchezze. Il barbaro sistema de' maggiorati e de' feudi fa che io sia anche più povero di quel che lo è la mia famiglia. 2000 lire tornesi formano il mio annuale livello. La mia situazione nella corte è molto onorevole, ma poco analoga al mio carattere.

La presenza d'un re, ed il contatto de' cortigiani m'imbarazza e mi tormenta. Io non so procurarmi i favori del primo, e disprezzo troppo gli altri per rendermeli o amici o indifferenti. Voi non dovrete stentar molto a persuadervi che io non sono sicuramente nel mio centro, e che tutti i miei voti son diretti a ritrovare una situazione più analoga al mio carattere e più tranquilla. Fin dall'infanzia, Filadelfia ha richiamati i miei sguardi.

Io mi sono così abituato a considerarla come il solo paese ove io possa esser felice che la mia immaginazione non può più disfarsi di questa idea. Una recente causa anche fortissima si unisce alle antiche, per farmela desiderare con maggiore impazienza. Una dama, che io amo fino all'eccesso, e dalla quale sono ugualmente amato; una dama, le virtù della quale la farebbero distinguere nella Pensilvania istessa, ha risoluto di sposarmi. L'unico ostacolo, che si oppone ad un'unione così desiderata, è la mia povertà.

Io non potrei vivere con lei nel mio paese senza espormi alle derisioni che l'opulenza suol fare così spesso cadere sulla miseria. Una pensione di 3600 lire tornesi che il re mi ha accordata, unita alle 2000 lire, che formano il mio livello, basteranno, io spero, per farci menare in Filadelfia una vita ugualmente lontana dal fasto che dall'indigenza. Ma come abbandonare il proprio paese, senza un motivo ragionevole d'addurre ? Come lasciare il servizio del proprio principe, senza una causa che possa giustificare questa risoluzione ? Caro e rispettabile Francklin, chi più di Voi potrebbe facilitarmi quest'impresa!

I  miei lavori sulla  legislazione  non potrebbero forse determinarvi di invitarmi per concorrere al gran Codice che si prepara nelle Provincie Unite d'America, le leggi delle quali debbono decidere della loro sorte non solo, ma della sorte anche di tutto questo nuovo emisfero? Qual motivo potrei io addurre più ragionevole di questo per giustificare la mia partenza ? Io potrei anche da principio richiedere dalla mia Corte il permesso per un dato tempo, per non inasprirla con una perpetua dimissione; ma giunto che sarei in America, chi potrebbe più ricondurmi in Europa!

Dall'asilo della virtù, dalla patria degli eroi, dalla città de' fratelli potrei io desiderare il ritorno in un paese corrotto dal vizio e degradato dalla servitù ? La mia anima abituata alle delizie d'una libertà nascente, potrebbe essa adattarsi più allo spettacolo d'un'autorità onnipotente depositata nelle mani d'un sol uomo ?

Dopo aver conosciuta ed apprezzata la società de' cittadini, potrei io desiderare il consorzio de' cortigiani e degli schiavi ? No, non sdegnare, o rispettabile uomo, di cooperarvi per la mia felicità; riuscendovi Voi darete alla vostra patria una famiglia di più, a me una sposa che adoro, e toglierete da una corte uno schiavo inutile per farne un cittadino virtuoso, che vedrà sempre in Voi il suo benefattore, il suo amico, il suo redentore.

Vi prego di non palesare ad alcuno questa mia idea, e darmi qualche risposta su quest'oggetto affinchè io possa regolare i miei passi. Vi fo anche sapere che due altri volumi della mia opera sono già sotto al torchio, e questi riguardano la legislazione criminale. Io ho cercato d'approfondire questa materia, e d'esaurirla. Non ho risparmiata fatica, né diligenza ; ma la novità delle mie idee mi lascia sempre nell'incertezza.

Voi sarete il primo a giudicarne, come spero che vogliate anche essere il primo a premiarle coll'accettare i sentimenti della più profonda stima, e venerazione, coi quali mi dichiaro.

Filangieri non sopportava quasi fisicamente la vita nella grande capitale, la vita di corte, il contatto con tanti ipocriti e ignoranti. Così infatti scrive nel 1787, un anno prima della morte, all’amico danese Friedrich Munster (1761-1830), teologo, archeologo, orientalista

Io non sono più alla Cava (oggi dei Tirreni). Il re mi ha chiamato nella capitale, e mi ha conferita la carica di Consigliere nel suo Supremo Consiglio delle Finanze. Questa carica non mi occupa che in due soli giorni della settimana; il resto del tempo posso impiegarlo, come fo, nella continuazione della mia opera. Questa situazione, caro Munter, mi allontana dalla dolce speranza di rivederti, e di teco convivere in un paese, che avrei a tutti gli altri preferito per molti riguardi. Io credo vero alla lettera tutto ciò che tu mi scrivi in questo proposito.

Subito che vedrò Donato Tommasi gli farò leggere la tua lettera, e gli darò premure per la sollecita spedizione de' libri che desideri. Le mie eccessive occupazioni non mi permettono di veder frequentemente gli amici. Quanto desidererei di andare in Copenaghen, o almeno di ritornare alla mia Cava.

Il nostro paese, o per meglio dire questa immensa città, non è fatta per me. Io vi sono e vi sarò sempre infelice. La mia vita molto ritirata non mi garantisce del contatto degli ippocriti e de' malvagi di professione. Lo spettacolo dell'impostura e dell'ignoranza costantemente trionfante è troppo vicino per poter esser con indifferenza osservato.

La colonia straniera, che ci domina e ci disprezza, e che s'ingrandisce e si consolida sempre di più, si è assolutamente resa insopportabile più pe' suoi individui che pel suo capo. Io combatto contro la passione dell'odio, che si affaccia sovente al mio cuore da qualche tempo a questa parte. Lacerate questo foglio subito che l'avrete letto.”

Aveva detto nella sua opera grande in modo indimenticabile, valido anche oggi per il caro, amaro Mezzogiorno, così immerso nella illegalità ed ad essa avvezzo “Un governo ingiusto familiarizza l'animo de' sudditi coll'ingiustizia, e fa che a poco a poco essi s'avvezzino a vederla senza orrore.

 

 

[Le lettere sono tratte dal volume’ Illuministi italiani. Tomo V. Riformatori napoletani’, a cura di Franco Venturi, Ricciardi editore, Milano-Napoli, 1962, pp.774-777, 781).   Gaetano Filangieri è sepolto nella cattedrale di Vico Equense (dove morì), cittadina di cui fu ultimo vescovo il martire repubblicano del 1799 Michele Natale di Casapulla (Caserta). La nobile cittadina sorrentina ha altre memorie importanti dell’Illuminismo e della Repubblica Napoletana del 1799, giacchè nella frazione di Massaquano (nel Settecento Massa Equana) il grande toscano Bartolomei Intieri costruì un palazzo, che ospitò Vico e soprattutto Antonio Genovesi, e vi nacque il Martire poeta del 1799 Luigi Serio.]

 

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