Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Libri e librerie, bene comune in via d’estinzione?

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Gli anni orribili della crisi non risparmiano i libri di Napoli. Secondo il rapporto dell’AIE (Associazione Italiana Editori) il settore dell’editoria italiana sta soffrendo almeno dal 2008, anche se, secondo i più recenti dati disponibili, il 2010 a livello nazionale torna a chiudersi in termini di fatturato con un segno più (+0,3%, dati tratti da L’editoria italiana in cifre, www.aie.it ).

Mancano stime precise, ma sono decine le librerie che a Napoli hanno chiuso in questi anni: i casi più recenti riguardano attività storiche come Guida-Merliani al Vomero, Guida a Piazza San Domenico, Liguori, ma anche progetti più articolati ( Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ) o la storica libreria Casella. Imminente pare essere la chiusura della Fnac al Vomero e di altre attività librarie nello stesso quartiere, segno evidente che non è il singolo negozio ad avere problemi, ma l’intero sistema. Tipologie molto differenti di attività hanno abbassato le saracinesche; il caro fitti che ha decretato la chiusura di taluni esercizi, è certo una voce importante di cui tener conto.

Certo è che a fronte della chiusura di tanti piccoli esercizi, sono cresciute le grandi catene in città: Feltrinelli (stazione centrale), Mondadori (via Roma), Ubik (via B.Croce).

Se si tiene conto dei dati pubblicati dall’Aie, il 58% del mercato nazionale editoriale è in mano alle aziende medio grandi, in testa Feltrinelli e Mondadori (quest’ultima da sola: 27,4%), ma ben il 36%, è in mano alla librerie familiari: Napoli sta rimodellando l’intero suo comparto in questa direzione e anche oltre, schiacciando evidentemente tutte quelle piccole attività che non riescono a reggere il passo.

In Italia, abbiamo ormai da diversi anni un trend negativo costante nella quantità dei libri pubblicati  (-21% ovvero “solo” 57.558 titoli immessi; 160 quasi al giorno); il settore del digitale con e-books cresce nell’offerta da 1619 titoli (2010), a 17.951 negli ultimi mesi del 2011 e sono anche gli anni del boom delle librerie on-line (24.5% in più).

 

 

Il mercato digitale è dunque a livello nazionale in forte espansione, anche se gli operatori sono concordi in massima parte a non individuare questo come nodo principale; tra l’altro, l’entrata in vigore del Legge Levi sull’editoria (settembre 2011), ha fissato rigidi paletti per gli sconti dei libri on-line: in nessun caso sono permessi sconti fino al 15%, né campagne promozionali ripetute con sconti fino al 25%. Il decreto interviene certamente a favore del commercio tradizionale, ma non affronta che uno degli aspetti della questione, non mutando ad esempio, il peso dell’Iva applicata (21%).

Il Presidente dell’Associazione Librai Napoli (e tesoriere dell’Ali Nazionale) Gianfranco Lieto, in un recente articolo ha riassunto brevemente la situazione napoletana: La scarsità di lettori è un altro grande problema di difficile soluzione. I dati sono sconfortanti. Il mercato librario di Napoli e provincia vale il 4,5% di quello nazionale, il resto della Regione solo l’1%. Eppure in Campania vive quasi il 10% delle popolazione italiana” (Proposte concrete per aiutare i Librai non solo di Napoli, www.libraitaliani,it).

Per quanto riguarda settori specifici, come l’editoria universitaria, che a Napoli vantava una discreta diffusione, anche le fotocopie illegali hanno contribuito al collasso degli esercizi soprattutto nella zona del centro storico, a cui deve aggiungersi il rimborso ritardato delle cedole librarie per le scuole dell’obbligo.

Tenuto conto che i dati generali a nostra disposizione indicano  che “Circa l’80% dei negozianti di Napoli e provincia ha messo in vendita la licenza di attività” (Pietro Russo, pres. Confcommercio Napoli, dicembre 2011) secondo i dati rilevati, i settori dell’abbigliamento e delle calzature sono in caduta libera registrando un -40% e si stima inoltre, che circa il 30% delle imprese campane non arriverà alla primavera (Confcommercio 2011). In questo panorama sconfortante sono immerse anche le librerie e i libri.

Certamente le librerie risentono in maniera particolare di più punti congiunturali oltre che della crisi economica; o meglio, la crisi economica si configura sempre più come crisi sistemica.

In un panorama locale e nazionale così fosco, il comparto italiano dell’editoria è infatti in rimodellazione; con l’avvento dell’editoria digitale che riesce comunque a vendere gli stessi libri a prezzi inferiori direttamente a casa -anche se per adesso questo dato non incide in maniera pesante secondo l’Aie- è certamente impossibile fermare l’avanzata delle spese di esercizio e il rincaro degli affitti a livello locale che gravano direttamente sui bilanci delle piccole attività familiari. Ad essi deve essere aggiunta l’oggettiva impossibilità di una concorrenza diretta con la Grande Distribuzione Organizzata.

Strategie di uscita in un panorama cittadino così precario, non possono non prevedere l’intervento delle Istituzioni, rientrando il comparto del libro, nei cosiddetti “beni comuni”: l’impoverimento del mercato dei libri comunque lo si voglia leggere, resta un impoverimento generalizzato del livello culturale e sociale dell’intera città.

La saturazione che le grandi librerie possono aver calamitato in pochi punti della città, risponde anche alla scarsità di lettori, che viene attratta anche dalla politica degli eventi e delle presentazioni delle novità editoriali. Il punto da stabilire è che tipo di intervento stimolare o segnalare alle Istituzioni.

A livello locale, mancano occasioni di confronto e promozione condivise tra la piccola e media editoria, salvo encomiabili iniziative come la Fiera dell’Altro Libro (ormai alla sua 8a edizione), che dimostra la necessità di allargare confronti tra gli editori, i punti vendita, i lettori, converrebbe a tutti stimolare gli incontri e i dibattiti, o riflettere sulle debolezze di vecchi progetti, come l’ormai naufragata Galassia Gutenberg, non ereditata né nel bene, né nel male da altri.

La creazione di poli della cultura nelle strutture del Comune (ex Asilo Filangieri, Real Albergo dei Poveri, Pan) o altri luoghi che l’Istituzione potrebbe individuare e mettere a disposizione, potrebbero diventare sedi permanenti di incontri a tema, tavole rotonde, presentazioni, fiere permanenti o quant’altro di innovativo, dove il libro tradizionale e le novità editoriali, anche digitali, convivono sullo stesso piano sostenendosi reciprocamente.

Allo stato attuale delle cose, è impossibile che senza strategie largamente condivise da più esercizi, più associazioni, più librerie, più operatori, si riesca a superare una crisi sistemica di queste proporzioni; né è valida la pretesa che l’Istituzione si faccia carico della sostenibilità delle imprese.  Essa può e deve invece stimolare il comparto verso una unità strategica, fornire strutture pubbliche di sostegno a iniziative collegiali, può formare/aggiornare/spingere al confronto al filiera, istituire osservatori, può assurgere a partner o sostenitore morale/economico e pubblicitario le iniziative.

Difficilmente si eviterà che il settore resista se non aggiorna le proprie competenze e le proprie formule: la libreria tradizionale è destinata a sopravvivere come luogo di nicchia solo in rarissimi casi, in cui specialisti e piccoli numeri di appassionati lettori o studiosi si recano, a patto che la specializzazione trovi rispondenza nella domanda del mercato.

La libreria generalista di stampo tradizionale, e persino il mercato dei libri usati che ha perduto gran parte dei suoi esercizi specialmente nelle strade tra Portalba, via Costantinopoli, via Foria, è destinata a cedere il passo alle grandi catene, meglio attrezzate, più grandi, con maggiore distribuzione e in grado con piccoli e grandi eventi di attirare l’attenzione dei già pochi lettori napoletani, venendo incontro al gusto dei consumatori, ma anche e soprattutto, a quello dell’editoria e delle sue lobbies. Anche il paesaggio urbano subisce una pesante rimodellazione, e talvolta perdita di identità se non prestiamo attenzione al confine tra impresa privata e bene comune.

Strategie d’uscita si possono concordare solo mettendo insieme le idee e le (poche) risorse, cercando azioni concordate e condivise, studiando operazioni culturali di ampio respiro e limitato egoismo, nella città della frammentazione per antonomasia. Soluzioni collettive, condivise e sostenute anche dalla pubblica amministrazione, restano le uniche alternative ad una crisi che coinvolge per primi proprio gli individui, e le attività, che restano isolati.

 

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