Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Le persecuzioni a Praga in un documento inedito del 1745

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Le leggi razziali e la Shoah hanno purtroppo precedenti sanguinari nell’Europa cristiana. Anche prima del secolo buio, il Novecento, la storia degli ebrei nel vecchio continente è stata caratterizzata, com’è noto, da massacri, espulsioni di massa, discriminazioni, umiliazioni, violenze. A testimoniarlo è tra l’altro un eccezionale documento del 1745, inedito, inviato dalla comunità ebraica di Praga ai correligionari della comunità ebraica di Venezia, che è stato ritrovato di recente dal collezionista Gianfranco Moscati (frutto della donazione della signora Nidia Varadi e delle sue figlie) e che sarà versato al futuro Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara. (Pagine Ebraiche, n. 12, dicembre 2011, p. 36)

Il documento, scritto in ebraico, è una drammatica denuncia da parte della comunità di Praga (“Voce di tempesta da una città”) del massacro che avevano compiuto le truppe ungheresi a danno delle inermi popolazioni del ghetto, su ordine della regina Maria Teresa d’Austria. Un appello col quale gli ebrei praghesi chiedevano ai “fratelli” italiani aiuto e “compassione” e di far conoscere al mondo gli avvenimenti di quel terribile inverno del 1745. “Il giorno 21 kislev u.s. (a metà dicembre del 1744, ndR) vennero schiere ungheresi – si legge nel documento-denuncia – e con loro migliaia di praghesi a cercare in ogni buco delle case ebraiche e persino nel mercato ci assalirono depredando i frutti delle nostre fatiche, rendendo deserti i nostri palazzi.

Perirono molte persone tra cui Zaddikim famosi, migliaia furono torturati e percossi per costringerli ad indicare tesori nascosti; depredarono le cose sacre, profanarono la Santa Torah strappando i rotoli nell’Arca Santa, molti templi furono invasi e saccheggiati per cui molti degli esponenti della nostra comunità andarono nudi e pieni di vergogna. Poi venne il peggio. La regina ordinò di scacciare tutti gli Ebrei entro 6 mesi da tutto il territorio sotto la sua sovranità e ai membri della nostra città Praga fu intimato di abbandonare la città entro la fine di febbraio p.v.”.

“Da quel giorno – continua il documento degli ebrei di Praga - noi andiamo raminghi e non sappiamo quale sia il nostro asilo. E che faremo delle donne, dei bambini, dei vecchi ammalati e di tutta la gioia della nostra vita: i libri della Torah, i templi, le scuole, i cimiteri? Non abbiamo  scampo! Già sono state uccise 30 persone tra cui un grande insigne Rabbino e capo di Comunità; molti sono fuggiti abbandonando tutto! Inoltre non ci permettono di portare via con noi nemmeno i pochi mobili e ci hanno imposto di pagare 180.000 monete d’oro oltre che le altre varie imposte. Non ci hanno ascoltato quando abbiamo detto: intanto vi lasciamo tutto, perché ci volete privare di quel poco necessario per il nostro esilio?”. L’appello finale è commovente: “Esiste un male maggiore al nostro, un dolore più grande? Ci siamo rivolti a destra e a sinistra: non c’è chi ci soccorre. Andiamo con le mani vuote, abbandonati e perseguitati da tutti perché le calunnie ci hanno attorniato di un odio insuperabile. Perciò, fratelli, abbiate voi compassione di noi per la gloria del Grande Nome Benedetto, e chiunque possa far qualcosa per la salvezza del popolo d’Iddio, lo faccia e Dio vi protegga e innalzi in cielo il vostro nome”.

All’epoca la comunità ebraica di Praga era composta da circa 13 mila persone (quasi il 30% dell'intera popolazione praghese), risultando la più grande comunità di ebrei Aschenaziti nel mondo e la seconda comunità ebraica in Europa dopo Salonicco. Negli anni dal 1597 al 1609 il rabbino capo di Praga era stato Judah Loew ben Bezalel, detto Maharal, grande studioso della Torah e figura eminente della storia ebraica, che secondo la leggenda, per proteggere gli ebrei del ghetto di Praga da attacchi antisemiti, aveva creato un essere vivente fatto di argilla, il Golem, utilizzando le sue conoscenze esoteriche riguardo alla creazione di Adamo. L'espulsione degli ebrei da Praga venne decretata da Maria Teresa d'Austria con la pretestuosa motivazione dalla loro collaborazione con l'esercito prussiano di Federico II, che qualche anno prima aveva invaso la città, poi riconquistata dagli Asburgo.

In realtà la persecuzione degli ebrei s’inquadrava nell’ambito dello spirito antisemita che aleggiava in Europa in quel periodo, alimentato anche dalla Chiesa cattolica, che aveva emanato vari editti che limitavano i diritti degli ebrei. Il documento della collezione Moscati è interessante anche perché costituisce una prova ulteriore del sentimento di solidarietà che fin da allora legava gli ebrei in ogni parte del mondo. Esso infatti venne stampato a cura della comunità ebraica di Venezia con ogni probabilità per essere inviato a tutte le altre comunità italiane, come sembra attestare il terzo lato della lettera, riservato all’indirizzo della comunità ebraica di Correggio, dove la missiva giunse a mezzo posta.

Il documento era accompagnato da una lettera (stampata sul retro) firmata da cinque autorevoli rabbini della comunità ebraica di Venezia (Iaakòv Levi, Ishale Foa, Iaakòv Caro, Ishak Uzziel e Moshè Merari), che inizia con questa frase: “E chi udendo tali sciagure i suoi occhi non lacrimino, il suo cuore non si strazi e la sua anima non agonizzi?”. I cinque ebrei veneziani chiesero ai colleghi rabbini delle altre comunità una precisa “mizvà”: “di scuotere gli animi e svegliare i cuori rendendo noti tutti gli avvenimenti. Che ognuno estenda la mano generoso in aiuto di poveri sfortunati poiché il momento lo impone e il premio delle buone azioni sarà maggiore dal cielo.

Ciò possa difenderli da ogni sciagura fino a che il Signore non li guidi verso sorgenti d’acqua e sia avverato lo scritto: ‘ E il mio popolo dimorerà in pace in luoghi sicuri e riposo florido’ e così sia”. In aiuto degli ebrei praghesi si mobilitarono con una offensiva diplomatica anche  le comunità ebraiche di Olanda, Inghilterra, Danimarca, con interventi pubblici e appelli scritti all’imperatrice d’Austria, ma Maria Teresa non si fece impietosire. Tra febbraio e marzo del 1745 circa 13 mila ebrei furono costretti a lasciare Praga, trasferendosi in Germania o in Olanda e, chi sperava di tornare, in altre località della Cechia. Tra le mura del ghetto ebraico rimasero solo poche dozzine di ebrei anziani o ammalati e qualche donna incinta. (Pagine Ebraiche, n. 12, dicembre 2011, p. 36)

 

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