Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Domenico Troisi, un martire del 1799 senza memoria

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Lo stato paradossale e tragico della memoria collettiva campana, meridionale, laziale, lontana mille miglia dalla ‘vera’ memoria civile più nobile e alta è dimostrato dal fatto che, se si chiede a tutti gli abitanti delle due Regioni (Campania e Lazio) un legame conoscitivo con il cognome Troisi, tutti penseranno all’attore Massimo Troisi, degno di tanta stima, sia chiaro, nel campo teatrale e cinematografico.

Nessuno penserà o legherà quel cognome ad una delle figure più nobili della storia civile, politica, religiosa napoletana e meridionale, nata e vissuta nei suoi primi anni in un piccolo paese laziale, Roccagorga: il professore universitario Vincenzo Domenico Troisi, Martire della Repubblica Napoletana del 1799.

Troisi fu colui che tra i primi ha incarnato, pagando di persona, con l’atroce impiccagione, quel regime di Libertà, di Dignità, che sta alle origini e a fondamento della nostra cara Repubblica Italiana.

Questa ignoranza collettiva è frutto di una colpevole opera di rimozione secolare da parte dei potenti di turno, lontani anni luce dalle idealità e dalle vite di dignità e di libertà di personalità storiche, come quella di Vincenzo Troisi.

Nacque a Rocca Gorga (oggi Roccagorga, in provincia di Latina, che lo ignora completamente, come Napoli, senza intestargli nemmeno una stradina o un vicolo) il 23 dicembre 1749 da Canio e Tommasa Ciceroni.

Il padre, di origini irpine, era agente del cardinale Domenico Orsini, che si trovava per doveri di ufficio nella cittadina laziale.

Tornata la famiglia nel Regno di Napoli, Vincenzo frequentò le scuole nel feudo degli Orsini di Gravina di Puglia.

Trasferitosi a Napoli agli inizi del 1767, entrò nella Congregazione o Signori della Missione di San Vincenzo de’ Paoli, con noviziato presso la Chiesa di Santa Maria de’ Vergini.

Fu a Roma dal 1768 al 1769.

 

Tornato a Napoli, prese i voti nel marzo 1770 e dopo due anni celebrò la prima messa, nel 1772.

Dopo una fase di apostolato in Terra di Lavoro, fu inviato in missione a Procida, Nola, Castel Morrone.

Dall’aprile 1778 all’estate 1779, tenne la cattedra di teologia dogmatica presso la Casa dei Missionari di S.Iacopo sopr’Arno a Firenze.

In questo periodo fece conoscenza con il più noto rappresentante del giansenismo italiano, Scipione de’ Ricci, allora vicario generale di Firenze. Il giansenismo, fenomeno storico complesso dal punto di vista religioso, etico, nato in Francia, ebbe dei risvolti anche politici, nella rivendicazione dei diritti dello stato e nella limitazione del potere papale.

Per le sue idee filo-gianseniste e anti-curiali fu espulso dalla sua Congregazione.

Si recò a Siena, rendendosi semplice sacerdote, ma, persistendo nel suo atteggiamento antivaticanista, fu sospeso a divinis il 25 luglio 1780.

Rimase in Toscana per altri sette anni, frequentando i circoli giansensisti, finchè non fu giudicato dal Tribunale Ecclesiastico di Firenze nel 1787 e condannato all’esilio dal Granduca Pietro Leopoldo I.

Rientrò a Napoli e prese dimora presso i padri somaschi.

Aderì, come tutti gli intellettuali più aperti di Napoli e del Mezzogiorno, alla libera massoneria napoletana, collegata con l’Inghilterra e ad altri paesi europei, aprendosi a collegamenti non provinciali, anche perché la stessa sovrana vi aderiva e quindi era come ufficiale.

Ottenne nel 1788  l’insegnamento di diritto e catechismo presso il Collegio dei Nobili e poi la cattedra di storia delle religioni presso l’Università di Napoli.

Mantenne dal 1777 al 1797 una fitta corrispondenza con il già citato Scipione de’ Ricci, divenuto nel frattempo vescovo di Pistoia e Prato, del quale fece tradurre con proprie annotazioni l’opuscolo Su li doveri dei Sudditi verso il Sovrano. Istruzione pastorale del 6 febbraio 1784 ( Napoli, 1788).

Nello stesso anno dette alle stampe, ma in forma anonima, lo scritto “Sovranità libera e indipendente de’ Re delle Due Sicilie, con l’indicazione di ‘Filadelfia’ come luogo di stampa e lo scritto, con l’aiuto di Michele Stasi, Nel conflitto fra la podestà secolare e l’Autorità Ecclesiastica. Ordinanza, dedicato a monsignorIldefonso Ortiz Cortes, uno dei maggiori anticurialisti napoletani.

Di Ortiz Cortes scrisse anche le ‘Preghiere cristiane pubblicate per uso della sua chiesa da mons. Ortiz Cortes vescovo di Motola’, nonchè la prefazione e le note del famoso scritto ‘Parere dei Teologi di Corte (Chiliano Caracciolo e Giovanni Francesco Conforti) di Sua Maestà Siciliana in risposta ad una memoria della Curia Romana concernente i diritti del Sovrano sul matrimonio dei sudditi cattolici. In questa edizione accresciuta di note (Napoli, 1789).

Fu forse anche autore del manoscritto Discorso istorico critico sul dominio temporale de’ papi e sull’origine e natura delle investiture pontificie date ai nostri principi.

Una profonda amicizia lo legò al vescovo di Potenza Giovanni Andrea Serrao, altro Martire del 1799, e all’abate Gennaro Maria Cestari.

Venne ricordato da Francesco Saverio Salfi tra coloro che rimpiansero ufficialmente la immatura scomparsa di Gaetano Filangieri.

Nel solco delle sue idee libere e laiche aderì alla Repubblica napoletana e fu nominato il 14 febbraio membro della Giunta ecclesiastica con Bernardo della Torre, Gennaro Cestari, Marcello Eusebio Scotti, Michele Passaro e Aniello De Luise, parroco di Santa Maria di Ogni Bne, ai quali fu affidato il compito di redigere un catechismo morale per il Popolo.

Il 17 febbraio inaugurò il nuovo Istituto Nazionale, dove assunse la funzione di pro-invigilatore.

Ricoprì, tra l’altro vari uffici pubblici: “limosiniere” del governo, primo direttore e moderatore della Sala d’Istruzione (27 febbraio), correttore e ordinario della Pia Casa degli Incurabili (5 maggio).

Scrisse e stampò  diversi regolamenti per i cappellani dell’esercito repubblicano, compose l’Orazione Pro Salute Reipublicae, firmò molti scritti contro i sovrani e la loro corte, elaborò la cosiddetta Messa Repubblicana o Pro Libertate  e anticipò i tempi con la proposta di celebrare la messa in italiano.

Servendosi della frase ‘Estote parati’, incitò i giovani a battersi per la Repubblica e benedì le legioni che partivano per combattere contro i borbonici.

Il 24 maggio fu nominato membro della commissione per la nomina dei cappellani militari.

Avvicinandosi i sanfedisti ed i loro capi e alleati inglesi, russi e turchi, si ritirò nel Maschio Angioino per l’ultima disperata difesa.

Dopo la capitolazione, violati i patti concordati, fu arrestato e gettato nella ‘bolgia infernale dei Granili’.

Benchè facesse parte dei ‘capitolati’, per i quali erano previsti l’impunità e l’esilio in Francia, la sanguinaria Giunta di Stato emise il 22 ottobre la sentenza di morte, riconfermata da  una risoluzione dell’l’infame Ferdinando IV.

Fu sconsacrato da monsignor Silvestro Miccù, vescovo di Scala e Ravello e padre confortatore della Reale Compagnia dei Bianchi. Rifiutò di indossare la tonaca e affrontò il 24 ottobre 1799 il patibolo, con grande dignità, tra il silenzio della piazza attonita.

Il Ricciardi così lo descriveva “Dolce nelle sue maniere, grave nei suoi costumi, e severo senza fanatismo per la purità della dottrina evangelica, era egli un’immagine perfetta degli antichi padri del Cristianesimo.”

 

 

Bibliografia

R. Di Castiglione, La massoneria nelle due Sicilie e i fratelli meridionali nel ‘700,  Roma, Gangemi, 2010.

 

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