Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Gli anni repubblicani di Giuseppe Verdi

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E’ noto che le opere Giuseppe Verdi, scritte tra il 1842 e il 1849, avevano tutte una forte componente patriottica e vennero accolte dall’entusiasmo del pubblico. Le arie e i cori che parlavano ai cuori e alle coscienze, venivano bissati in teatro e cantati nelle piazze, andando in un certo senso a costituire la “colonna sonora” del Risorgimento.

 Il 1842 segnò il successo del Nabucco alla Scala di Milano, e gradualmente Giuseppe Verdi fece suo l’appello di Giuseppe Mazzini, che, nel 1835,  aveva scritto: “Oggi urge l’emancipazione da Rossini e dall’epoca musicale ch’ei rappresenta” con una musica fatta “ sociale” e immedesimata “ col moto progressivo dell’universo”.

L’impegno politico vero e proprio della musica verdiana risale all’agosto del 1846, quando le speranze conseguenti all’elezione di Pio IX al soglio pontificio fecero sì che a Bologna si tenesse una ripresa dell’Ernani dove, al momento in cui si celebrava la magnanimità di Carlo V, il nome di quest’ultimo veniva sostituito con quello del nuovo papa. Quindi, nella seconda metà degli anni quaranta, Giuseppe Verdi s’interessò sempre più di politica, abbracciando l’ideale repubblicano, in seguito ai suoi viaggi in tutta Italia e anche all’estero.

Agli inizi del 1847 Verdi si era recato a Firenze, dove aveva preparato scrupolosamente la prima del Macbeth alla Pergola ed ebbe modo di conoscere alcuni esponenti del liberalismo toscano: Gino Capponi, il poeta Giuseppe Giusti, il barone Ricasoli. Fu il Giusti, in particolare, a manifestare al musicista apertamente le speranze che il movimento patriottico nazionale aveva riposto in lui. In una successiva lettera, gli raccomandò di toccare le corde “d’una gente che si sente bisognosa di destini migliori”, disapprovando, in tal modo, di aver scelto un soggetto shakespeariano.

Nel giugno dello stesso anno Verdi raggiunse Londra attraverso Parigi per curare l’allestimento dei Masnadieri, prima fra le sue opere ad esordire all’estero; qui il compositore ebbe modo di conoscere personalmente l’esule Giuseppe Mazzini. L’incontro fu la premessa a ciò che sarebbe avvenuto nel 1848, allorché, dopo il fallimento delle “cinque giornate di Milano”, il  Mazzini commissionò a Goffredo Mameli il testo di un inno italiano, da cui sperava che Verdi avrebbe tratto una melodia memorabile. Il compositore accettò l’invito, e musicò con i versi di Mameli, Suona la tromba, che però non ebbe molto successo.

 

Al ritorno da Londra, Verdi si era stabilito a Parigi, dove seguì con attenzione le vicende della nascita della seconda Repubblica francese del 1848, come anche i moti in varie parti della penisola. Fu proprio dopo le Cinque giornate di Milano che Verdi si recò, pieno di speranze nel capoluogo lombardo, da dove, il 21 aprile 1848, inviò una lettera al suo librettista, Francesco Maria Piave, impegnato nei moti rivoluzionari di Venezia, dichiarando che la sola musica importante in quel momento storico sarebbe stata quella dei cannoni.

“L’ora della liberazione è arrivata, capacitatene. E’ il popolo che la desidera; e quando il popolo la vuole, non vi è nessun potere assoluto che può opporre resistenza! Potranno impedire con tutto quello che possono, coloro che credono che sia necessaria la forza, però non riusciranno più a privare il popolo dei propri diritti. Sì, in pochi anni, forse mesi, l’Italia sarà libera, sarà una Repubblica”.

Deluso profondamente dalla sconfitta dei moti rivoluzionari milanesi del 1848, Giuseppe Verdi ritornò a Parigi e, dopo Custoza, sottoscrisse un inutile appello al governo repubblicano francese in favore degli sconfitti, ma, ormai, anche l’amica Clarina Maffei era costretta all’esilio. Da allora il suo nome rimase vincolato al risorgimento, ma con una graduale svolta in senso monarchico.

La grande occasione di scrivere un’opera patriottica si presentò poco più tardi con la composizione musicale di La battaglia di Lepanto, su libretto di Salvatore Cammarano, già collaboratore di Donizetti e futuro librettista del Trovatore. All’inizio l’opera fu pensata per Napoli, ma la censura del regime borbonico fece sì che gli autori dovessero scegliere Roma. Quando Verdi vi arrivò, il 20 dicembre del 1848, la situazione si mostrò favorevole con il papa esule a Gaeta. La “prima” della Battaglia di Lepanto si tenne il 27 gennaio del 1849, con un trionfo memorabile.

Dopo la caduta della Repubblica Romana, stanco e provato, il maestro abbandonò gradualmente l’idea repubblicana, allontanandosi da Mazzini per accettare con argomentato realismo la soluzione monarchica per l’unità della Patria.

Indro Montanelli, concluse, la sua opera L’Italia del Risorgimento, sottolineando il ruolo del maestro la cui musica  “scaldando gli animi degli spettatori, trasformava gli spettacoli della Scala e della Fenice in manifestazioni di patriottismo. Ed era cantando Verdi che i volontari si avviavano ai campi di battaglia. A tal punto il Risorgimento s’identifica in lui da sembrare un suo melodramma, urlante di trombe e rullante di tamburi. Ma questo non sminuisce la grandezza dell’artista. La caratterizza soltanto”.

 

 

 

Bibliografia:

AAVV- Come è nata l’Italia- Il Risorgimento- Editoriale “ La Repubblica”- fascicolo 6- 1975
Indro Montanelli- L’Italia del Risorgimento- 1831-1861- Rizzoli Grandi Opere- 1994

 

 

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