Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Gennaro Rivelli, un mostro al servizio di Ferdinando IV di Borbone

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Gennaro Rivelli, il  “menino” di Ferdinando IV, fu ripudiato dagli stessi Borbone per eccesso di brutalità, dopo averne ampiamente richiesto i servizi in diverse occasioni, addirittura arruolandolo nel 1799 con il grado di capitano nelle truppe del cardinale Ruffo. Isolato a Campagna, in provincia di Salerno, morì assassinato  a coltellate dai suoi stessi figli.

Gennaro era il figlio della balia di Ferdinando, futuro re delle Regno delle Due Sicilie, la quale lo aveva dato alla luce nel 1748. In quanto “menino” del futuro re, come consuetudine della corte di Spagna, fu affiancato al re per sopportare i castighi in sua vece, in quanto, sin dall’infanzia, la persona dei principi era considerata sacra.

I due ragazzi crebbero insieme, dedicando ben poco tempo all’istruzione, trastullandosi  a cacciare ed a  torturare animali.

Quando Ferdinando diventò Ferdinando IV, la regina Maria Carolina d’Asburgo allontanò il Rivelli dalla corte, ritenendolo rozzo e violento, e così Gennaro tornò a vivere a Vallo, nel Cilento, insieme al fratello prete Lorenzo. Tuttavia la regina si ricordò di lui, quando si sentì preoccupata della diffusione delle idee di democrazia repubblicana nel Regno. Fu così che  il Rivelli fu riabilitato a corte con il ruolo ben definito di spia.

Ritornò in seguito nel suo Cilento, dove si verificò un avvenimento  che avrebbe segnato per sempre  il suo destino. Gennaro s’invaghì  di una donna a nome Luisa che , però, già era l’amante segreta di Lorenzo, suo fratello sacerdote.

Luisa, invece di rivelare a Gennaro la verità, pensò bene di convolare a nozze, in modo da poter essere più vicina a Lorenzo senza destare sospetti.
E così colui a cui era toccata la sorte di menino del re pensò di riscattare nell’amore per la bella Luisa la sua precedente vita di vizi, donandosi solo alla sua sposa e lavorando nei campi.

Luisa ebbe due figli, ma da Lorenzo. Così quando Gennaro scoprì la verità non esitò ad ucciderla.

La fuga di Gennaro finì in Calabria, dove trovò asilo in un convento che ospitava anche il brigante Michele Pezza, meglio conosciuto come ‘Fra Diavolo’. Insieme si arruolarono nell’esercito sanfedista del cardinale Ruffo, e il Rivelli ricevette il ruolo di capitano, entrando di conseguenza nella grande storia degli eventi della Repubblica Napoletana del 1799.

Al Rivelli interessava poco il senso di quella rivoluzione, perchè ormai era diventato un essere mostruoso e senza scrupoli,  una furia dedita solo a dare sfogo ai suoi istinti più bestiali, ad una violenza immane talmente brutale che avrebbe in seguito destato ripugnanza anche nello stesso  Ferdinando IV a cui, intanto, offriva i suoi servizi più orribili.

Fu ad Altamura, nel convento delle Orsoline, che Gennaro Rivelli compì la sua più tremenda bestialità, compiendo uno stupro collettivo con conseguente assassinio delle 40 suore.

Dopo la sconfitta della Repubblica Napoletana, il mostro ritornò a Campagna, in provincia di Salerno, dove si risposò con una donna del luogo, ma non fu accolto come un eroe dai suoi compaesani.

In effetti la strage delle Orsoline aveva destato orrore negli stessi ambienti che sostenevano la Monarchia, e le stesse potenze che avevano aiutato i Borbone a sconfiggere la Repubblica non avevano esitato a far sentire le loro rimostranze, dopo l’assassinio del fiore della cultura napoletana, fortemente disapprovato dallo stesso zar di Russia, cugino di Ferdinando IV.

Riguardo al Rivelli, oltre alla strage delle Orsoline, nella memoria collettiva si  ricordava bene l’episodio in cui aveva sgozzato una madre incinta e lo stesso feto che serbava in grembo, vantandosi di ciò che aveva commesso.

Quando tornò a corte da Ferdinando, Gennaro registrò una freddezza che gradualmente diventò aperta ostilità. Ma non comprendeva le ragioni di tanta ripugnanza da parte di  un  re che aveva servito fedelmente.

Dal dialogo tra Ferdinando ed suo ex menino, riportato dallo storico Ciro Raia,  si evince tutta la drammaticità di quei momenti in cui il Rivelli ricordò al re ogni lavoro sporco che gli era stato ordinato di fare, il pieno adempimento al suo dovere,  e la solitudine in cui piombava nel vedersi ingiustamente allontanare dalla corte.

Senza la protezione della casa reale, evitato da tutti, il mostro se ne tornò a Campagna dove vivevano i due figli, i quali, fingendo di rappacificarsi con il padre, iniziarono a frequentare la casa,  fino a quando non trovarono  il momento propizio per assassinarlo a coltellate.

 

 Bibliografia:

Ciro Raia, Napoli 1799, Editore Pironti,  Napoli,  1998.
Alexandre Dumas, Storia dei Borbone di Napoli, Napoli, 2002.

 

 

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