Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Alessandro Poerio. Il poeta patriota dell'indipendenza italiana

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Alessandro Poerio (Napoli 1802 – Venezia 1848) fu poeta ed ardente patriota, come il padre Giuseppe ed il fratello Carlo. Giovanissimo fu condannato all'esilio per le sue idee antiborboniche. Riparò a Rieti, dove nel 1821 combatté contro gli Austriaci. Due anni dopo raggiunse la  Germania, poi Parigi dove vi rimase dal 1830 al '35.

Nel giugno del 1848 al comando del generale napoletano Guglielmo Pepe, combattè in difesa della Repubblica Veneta di San Marco, guadagnandosi, a costo della vita, il grado di  comandante in capo di tutte le truppe di terra del Governo provvisorio presieduto da Daniele Manin.

Nonostante fosse di salute gracile, miope e quasi sordo, Alessandro Poerio, aveva sentito il bisogno di accorrere in difesa di Venezia, partecipando valorosamente all’attacco di Cavanella d’Adige. Pur combattendo per l'indipendenza di quella terra, nei rari momenti di tregua, tra una battaglia e l'altra, Poerio trovò tempo per ritrovare la sua passione verso l'arte e la letteratura. Ed a Venezia “città d’incanto” non lasciò solo le sue spoglie, ma anche un inno, vibrante di gratitudine e d’immenso amore:

 

O Venezia, mai più l’ultimo canto
Sgorgommi, come in te, di vivo affetto!
Mai più sentii la voluttà del pianto
Come al tuo dolce aspetto.
Benché nato colà dove più ride
Sotto limpido cielo l’onda tirrena
E inghirlandata Napoli s’asside
Città della Sirena;
Ebbi di te, che di Natura sei
D’arte e gloria e Sventura eletta cosa
Desìo supremo, e altrove non potrei
Trovar ricetto o posa.

 

Il 27 ottobre 1848, durante una vittoriosa sortita contro Mestre, che fu presto abbandonata dagli Austriaci,  Poerio fu tra i primi ad avanzare, cantando, insieme con gli altri soldati un inno da lui composto. Ma una scheggia di mitraglia lo colse all'improvviso, frantumandogli un ginocchio. Dopo un tempestivo soccorso si rese necessaria l'amputazione della gamba.

Da lì a pochi giorni sopraggiunse un tenano mortale che gli stroncò la vita. Morì discorrendo della sua cara Italia - ricordò di lui Guglielmo Pepe -  con le stesse sentenze che gli eroi di Plutarco avrebbero usato nel parlare di Atene e di Sparta”. Sentendosi prossimo alla morte, chiese di confessarsi, ed al sacerdote che lo esortava al perdono, lasciò le sue ultime parole: “Io amo tutti; odio soltanto i nemici d’Italia”.

Il 13 novembre 1848, alle ore 11 del mattino, il grande poeta e patriota napoletano si spense serenamente. I funerali furono celebrati nella basilica di San Marco con grande partecipazione di soldati e di popolo.

 

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