Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Giambattista Vico: corsi e ricorsi storici

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Fu Benedetto Croce lo ‘scopritore’ del pensiero di Giambattista Vico, il pensatore solitario che si pone tra la grande filosofia europea e la tradizione umanistica del Seicento.

Il punto di partenza della sua teoria è la questione della verità. Non la verità, ma solo il verosimile, ritiene il filosofo, è accessibile alla conoscenza umana.

"Verum et factum reciprocantur seu convertuntur", cioè il vero e il fatto si convertono l'uno nell'altro e coincidono.

È questo il principio della filosofia vichiana che stabilisce il nesso fra verità e produzione, secondo il quale l'unica verità che può essere conosciuta consiste nei risultati dell'azione creatrice, della produzione. Per questo solo Dio conosce il mondo in quanto lo crea continuamente, mentre all'uomo è riservato il posto di Demiurgo della storia e artefice del proprio destino, e la storia e la sua vita sono gli unici oggetti della sua conoscenza in quanto da lui prodotti.

Lo studio della storia è una ‘Scienza nuova’, la quale, mediante l'unione di filosofia e filologia, deve occuparsi di individuare e documentare gli eventi della storia, i fatti, ma soprattutto deve interpretarli ricercandone quelle ragioni ideali ed eterne, che sono destinate a presentarsi costantemente, in modo ripetitivo anche se in gradi diversi, all'interno di tutti i momenti della storia: i corsi ed i ricorsi storici.

Ciò non significa, come comunemente si interpreta, che la storia si ripeta. Significa, piuttosto, che l'uomo è sempre uguale a se stesso, pur nel cambiamento delle situazioni e dei comportamenti storici. Ciò che si presenta di nuovo nella storia è solo paragonabile per analogia a ciò che si è già manifestato.

Vico concepisce i ricorsi non come una successione e un ripetersi delle forme politiche delle nazioni, bensì come una successione e un ripetersi di tutte le forme della cultura umana e sociale.

Questo approccio metodologico volto ad abbracciare l'interezza delle culture dei popoli e delle nazioni nella storia non è soltanto ciò che rende Vico un anticipatore dell'idea filosofica di storia del XIX secolo, ma anche ciò che lo colloca come uno dei precursori dell'antropologia.

Il merito di Vico è stato quello di aver concepito la storia come una vicenda caratterizzata da una sua intrinseca razionalità : si tratta di cogliere le norme e le leggi di quel grandioso e non rettilineo cammino che è il cammino storico delle nazioni.

E’ come se, per trovare il senso degli eventi particolari, Vico invitasse a guardare al di là di tali fatti, per cogliere dentro la storia un’altra storia invisibile: quella delle ragioni e dei fini più profondi. E’ quella che Vico chiama la storia ideale eterna, e che è il segreto delle vicende storiche dell’umanità.

Gli uomini infatti, pur essendo dei "bestioni", sono diventati successivamente sempre più umani. Come spiegare questo fatto se non con un intervento della Provvidenza, la quale agisce negli uomini attraverso un progetto ideale che non è opera degli uomini né frutto della storia.

Gli ideali di giustizia, bontà, verità si realizzano o no nella storia, vengono proposti o traditi, ma non sono né in balia degli uomini né della storia. E’ questo il veicolo di comunicazione degli uomini con Dio, il ponte fra il trascendente e lo storico.

Il senso della storia è, per Vico, nella storia e, nello stesso tempo, fuori di essa: gli effetti delle azioni vanno sempre oltre l’intenzionalità specifica degli uomini; l’uomo fa più di quanto sa e spesso non sa quello che fa. 

 

 

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