Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Un obelisco a Milano per le cinque giornate di gloria

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La presentazione al pubblico di un obelisco a Milano è stato per lungo tempo un avvenimento in grado di coinvolgere un’intera città, e pertanto migliaia di milanesi affollarono piazza Cinque Giornate il 6 dicembre 1894 per assistere alla caduta dei teli che nascondevano l’obelisco, circondato da bronzee figure, che lo scultore Giuseppe Grandi aveva creato, dedicando buona parte della sua vita al nobile scopo di celebrare al meglio gli eroici giorni dell’insurrezione milanese del 1848.

Fu tanta la meraviglia dei presenti di fronte alla maestosità e alla complessità di un’opera ancora non completata dall’autore. Infatti l’inaugurazione dovette essere anticipata per il decesso dello scultore, avvenuto pochi giorni primi, il 30 novembre.

Giuseppe Grandi aveva fatto parte del variegato gruppo del movimento degli Scapigliati, conquistandosi la ribalta per l’innovazione apportata nella scultura ottocentesca. Nato il 17 ottobre 1843 nel piccolo paese di Ganna, terzo di sei figli, ereditò dal padre falegname l’amore per l’artigianato e la capacità di lavorare con cura la materia ( che per lui divenne la pietra dopo un apprendistato presso uno scalpellino-decoratore di Viggiù).

Un piccolo grande uomo Giuseppe Grandi, che, data la statura, gli amici affettuosamente chiamavano “El Nan”, e di cui si raccontano aneddoti curiosi, come quando fu inaugurata la sua opera dedicata a Cesare Beccaria. Si presentò con un enorme cappello a cilindro che lo faceva apparire più alto, al posto del cappelluccio a cencio che era solito portare. Di tale evento ne fu testimone un suo amico, Tranquillo Cremona, che intese eternare quel momento in una splendida caricatura.

Come è noto, gli artisti della scapigliatura si permettevano un atteggiamento spregiudicato, contestatario, indipendente, rivoluzionario e appartenevano a quella che fu considerata l’arte maledetta.

I premi conquistati in tante Esposizioni di Brera, le committenze private funebri e la frequentazione degli ambienti dei maestri della Scapigliatura, tra cui lo stesso Cremona, posero El Nan al centro della vita culturale milanese.

Fu unanime il voto del Consiglio comunale di Milano del 7 luglio 1881 di affidare a Grandi la creazione di un monumento che ricordasse degnamente l’insurrezione delle Cinque Giornate, con un investimento di 500 mila lire, cifra notevole.

Fu la svolta decisiva per El Nan sia in termini positivi che negativi in quanto vi si dedicò con tale impegno e dedizione che avrebbe progressivamente minato la sua salute. D’altronde la considerava la sua grande occasione e per tredici anni i suoi pensieri si concentrarono solo su quel monumento che doveva essere degno di comunicare appieno la valenza dell’insurrezione milanese contro lo straniero.

Per prima cosa decise di lasciare lo studio in via Conservatorio e si trasferì all’estrema periferia della città, ove fece costruire un vasto edificio che potesse essere adatto a contenere tutto quanto gli serviva per le proporzioni colossali dell’opera, utilizzando il cospicuo denaro stanziato dal Consiglio comunale di Milano.

Scrive Franco Fontana nel suo ampio studio dedicato a Giuseppe Grandi: "Vedevamo la mattina passare il Grandi strascicando le gambe in un grosso paio di stivali con l’incedere di un pellegrino che, sentendosi affranto, teme di morir senza toccar la meta e si sforza di perseguirla disperatamente".

Parte del denaro fu utilizzato per procurarsi i modelli viventi delle figure allegoriche che aveva progettato.

Si recò fino ad Anversa per trovare il leone che riteneva adatto e fu collocato in una gabbia del suo studio, in quanto l’animale si mostrava mansueto e fu da Grandi battezzato Borleo.

Al riguardo Franco Fontana scrive che voleva che rappresentasse al meglio "la forza impetuosa del popolo milanese in lotta per liberarsi dall’oppressione straniera, lo stuzzicava spesso cercando di fargli assumere espressioni fiere e combattive. Una volta ne ebbe in cambio una zampata che lo ferì al braccio. Alla fine il leone del monumento assunse un tono pacato e maestoso: una geniale trovata contro i convenzionalismi della retorica ufficiale".

El Nan si mostrò particolarmente esigente nella scelta delle prosperose fanciulle che fecero da modelle. Fu scelta Maria Torrani a rappresentare la prima giornata: una dea delle barricate che con un sasso percuote la campana per incitare il popolo alla rivolta.

Fu Giovannina Porro a posare per la seconda giornata: una donna piangente per i caduti con una benda in fronte per una ferita riportata.

Di proporzioni ben più rilevanti la figura della terza giornata. Con le braccia tese, gli occhi furibondi, i capelli scarmigliati, uscenti di sotto una benda che le copre la fronte ferita, questa donna chiama alla lotta, interpretando istintivamente la parola d’ordine di Cattaneo: "Meglio morire di ferro che di forca". Fu scelta quale modella Luigia Pratti.

A fare da modella per rappresentare la figura della speranza della vittoria fu Innocentina Rossi.

Per la quinta figura, “quasi librata in aria”- come scrive Franco Fontana - che soffia in una lunga tromba per annunciare a tutti che la liberazione è avvenuta, fece da modella Tacita Chiodini.

Nuovi investimenti furono fatti da Grandi per arricchire il progetto originario di materiali non previsti in un primo momento: volle che l’obelisco, dove sono incisi i nomi dei caduti, fosse fuso in bronzo invece che scolpito nella pietra; che per la gradinata, invece del granito di Baveno, fosse utilizzato il granito di Svevia, che l’artista aveva ammirato a Berlino durante le peregrinazioni per trovare i materiali che meglio si adattassero al suo progetto.

Un colpo decisivo alla malferma salute dell’artista lo diedero la fusione dei bronzi.

Lo scultore decise di fare da solo, per quanto esistessero a Milano bravissimi fonditori, e di essere in tal modo l’unico artefice dell’opera. Egli voleva infatti riuscire a fondere in un solo pezzo quelle statue che anche i più abili artigiani realizzavano in due o tre pezzi.

Il monumento, alto ventitré metri, pensato con la mente di architetto, oltre che di scultore, decoratore e pittore, risulta ricco di una molteplicità di riferimenti culturali: l’obelisco egizio, la fascia ornamentale medievale, il movimento barocco delle figure.

Fu pertanto un monumento che, non solo dovesse rappresentare il simbolo materiale dell’eroica lotta popolare milanese per la libertà e l’indipendenza, ma parlare al cuore della gente affinché conservassero la valenza di tali grandi idealità per cui ci si era sacrificati nel percorso del glorioso Risorgimento.

 

 

Bibliografia:
F. Fontana, Giuseppe Grandi- La vita – Le opere, Milano -1895

 

 

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