Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Vincenzo De Muro, abate illuminista e repubblicano

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Figlio di Giuseppe e di Lucrezia Della Rossa, l’abate Vincenzo De Muro, a cui è dedicata una nota via del paese natale, Sant’Arpino, in provincia di Caserta, nacque il 17 aprile 1757.

I suoi studi furono così ampi e profondi ed i risultati così lusinghieri che, non ancora ventenne, era già professore di Lettere nel seminario di Aversa.
Espertissimo di italiano, latino, greco, ebraico e francese scriverà e tradurrà moltissimo in e da queste lingue.

Studioso di antichità e di storia, fu anche un convinto assertore del movimento filosofico illuminista. Forse per queste sue idee rivoluzionarie «non fece carriera» (per tutta la vita rimase semplice prete) e fu costretto a lasciare l’insegnamento nel seminario aversano.

Intorno agli anni ’80 si trasferì a Napoli nel 1787, ove faceva parte come «grammatico» dei professori della nuova Accademia militare.

I circa vent’anni trascorsi a Napoli dovettero essere, per Vincenzo De Muro, il periodo più esaltante e fecondo della sua vita: insegnamento sempre più gratificante, incarichi di scrivere libri di testo per la scuola, rapporti con gli uomini più rappresentativi ed illuminati della cultura del Regno.

Gli autori su cui si era formato erano stati Giordano Bruno, Bruno Telesio, Tommaso Campanella, Giovan Battista Vico, Antonio Genovesi, Pietro Giannone e Gaetano Filangieri, il meglio che la cultura meridionale italiana poteva esprimere in quell’epoca, essendo nel contempo riferimento per gli uomini del pensiero illuminato d’Europa e del Nord America.

Dal 1785 al 1789, il De Muro si dedicò agli studi della pedagogia dell’illuminismo, traducendo l’intero Corso di studi che Etienne Bonnot, abate di Condillac, aveva scritto nel periodo in cui era stato precettore dell’infante Don Ferdinando di Parma. La traduzione del Corso di Studi impegnò per quattro anni il De Muro e i diciassette tomi del Corso videro la luce dal 1785 al 1789.

Nell’ampia prefazione l’abate santarpinese esaminava gli studi di allora relegati  “ad un sapere chimerico”, poiché  “la ragione non ha potuto ancor rovesciare la barriera che si oppone ai suoi avanzamenti e che intercetta i lumi”.

“La gioventù che è chiamata agli affari della vita civile, all’amministrazione delle cose pubbliche e private […] è destinata ad illustrare la patria coi suoi lumi” - e nella mente dei giovani di allora dovevano essere ben presenti -  “quelle cognizioni che tendono a render più svelto, più ragionevole, più vasto lo spirito.”

De Muro esplicitava che la gioventù a cui erano destinati i corsi di studi non poteva privarsi dell’apporto dell’illuminismo, che necessitava per porre termine all’oscurantismo dell’antico regime.

Nel prosieguo l’abate era stato anche «maestro dell’Arte di ben scrivere» nel Collegio della Nunziatella. E in seguito fu «professore di lingue», «cattedratico di eloquenza, e direttore de’ studj nella Reale Accademia Militare», fino al 1799, allorché aderì alla Repubblica Napoletana con convinzione e, date le sue idee progressiste, diede un contributo con i suoi scritti, pur non ricoprendo alcun incarico.

Scrisse ed inviò al Governo Provvisorio un Piano di amministrazione e di distribuzione dei Beni ecclesiastici.

In tale Piano egli chiedeva la «democratizzazione del clero» non come abolizione «degli ordini religiosi e de’ gradi della chiesa» ma come realizzazione di una vera uguaglianza nel disporre dei beni ecclesiastici.

Propose, pertanto, di «togliere quell’estrema disparità per la quale de’ beni che la Nazione ha destinati al mantenimento del culto e de’ suoi Ministri, pochi debbano godere tutto e la moltitudine non debba aver nulla».

Egli sostenne che di questi beni «gli Ecclesiastici non ne possono disporre, essi ne sono usufruttuari solamente». Ed è compito della Nazione riportare questi beni comuni «al loro primitivo destino».

De Muro sosteneva che di tali beni comuni se n’erano appropriati i Vescovi e poi i Papi che «richiamarono a sé soli la collazione de’ benefici, quando all’umiltà e alla carità ne’ Capi succedette l’avarizia, l’ambizione e l’orgoglio”.

E tra Papi, Re e Vescovi «il clero, in mezzo a tante ricchezze[…]vive nella più desolante povertà. Questa è la storia dolente e veridica de’ beni che si dicono ecclesiastici».

Per rigenerare il clero bisognava ritornare, secondo l’abate santarpinese, all’uguaglianza evangelica.

Caduta la Repubblica Napoletana, l’abate fu dichiarato giacobino, dato che Carolina d’Asburgo, la moglie di Ferdinando IV, chiamava giacobini tutti: monarchici riformisti, repubblicani moderati, moderati più rivoluzionari, giansenisti.

Vincenzo De Muro dovette scappare nel paese natale di Sant’Arpino per sfuggire alla persecuzione. Si dedicò agli studi, ma era un uomo d’azione, per cui visse tanti anni di malinconia. Solo nel decennio francese fu richiamato a insegnare all’Accademia militare pontaniana, della quale fu dichiarato segretario e di cui era presidente Vincenzo Cuoco.

Da allora  si dedicò esclusivamente all’insegnamento e alle conferenze di carattere erudito che teneva presso l’Accademia. Morì il 9 gennaio 1811.

 

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