Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Michelangelo Ciccone, il frate repubblicano

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Michelangelo Ciccone, a cui è intitolata una nota strada a Napoli, è considerato l’uomo più conosciuto per aver divulgato, durante la Repubblica Napoletana del 1799, i concetti di libertà e uguaglianza.

Dalle pagine del Monitore Napoletano diversi uomini avevano raccolto l’invito di Eleonora De Fonseca Pimentel, affinchè si trovassero modelli ideali per diffondere opportunamente gli ideali della neonata Repubblica, anche usando la lingua napoletana, quale strumento di comunicazione più vicino al popolo.

Così a Napoli, durante la Repubblica, si sviluppò una variegata produzione in lingua popolare costituito da “parlate”, “discurze” , “dialoghi”, per spiegare con una terminologia semplice soprattutto il concetto di uguaglianza, allo scopo di ostacolare le idee consolidate degli scrittori monarchici e reazionari che scrivevano che la disuguaglianza politica e sociale era legata ad un ordine immutabile del mondo.

“L’Aguaglianza, figlie mieje, vole agnefecà cà nuje nò nascimmo tutte suocce pe bentura, ma ce potimme fare suoccie, e aguale si volimmo”. (L’uguaglianza figli miei vuol dire che noi non nasciamo tutti pari nell’esistenza, ma ci possiamo fare pari e uguali se vogliamo). Così Nicola Pacifico arringava al popolo.

Il cittadino Giacomo Antonio Gualzetti scrisse due opuscoli in napoletano e fu impiccato a 27 anni con la seguente motivazione “Aver dato alla stampa in lingua napoletana un’opera contenente il veleno repubblicano”.

Memorabile rimane la sua “ spiega” contro la guerra, considerando che stiamo parlando della fine del Settecento:

“La guerra chi la fa? La fa lo rre? Gnernò: perché isso non se va a scannà, e, si nce va, sta treciento migliaia de rasso: nzomma la guerra la fanno li sordate: e sti sordate chi songo? So sti pajesane nuoste…lo rre non ave l’autoretà de fa la guerra, pecché la guerra la faccimmo nuje co lo sango, e co tornise… (La guerra chi la fa? La fa il re? No: perché egli non va a scannarsi, e, se ci va, sta trecento miglia lontano dal pericolo: insomma la guerra la fanno i soldati: e questi soldati chi sono? Sono i nostri compaesani… il re non ha l’autorità di fare la guerra perché la guerra la facciamo noi col sangue, con il nostro denaro).”

Un giudizio, quello del Gualzetti, che si rivelò  profetico nei confronti della dinastia borbonica che, come è noto, si affidò sempre agli alleati stranieri per reprimere, affossare le Costituzioni e, durante le guerre si trovò sempre “trecento miglia dal pericolo”.

Michelangelo Ciccone nacque a Morro presso Notaresco (Teramo) il 17 gennaio del 1751 da Domenico Francesco e da Romilda Ferrigni di Pescara, docente di filosofia e matematica, vestì l’abito dei chierici regolari nel convento di Pietrasanta, passando poi al “clero secolare” dei Teatini.

Durante la Repubblica Ciccone diede alle stampe un giornale in dialetto napoletano dal titolo La Repubbreca spiegata co lo Santo Evangelio a lengua nosta liscia e striscia che se ‘ntenne da tutti, che raccoglieva i discorsi che lui faceva direttamente al popolo in chiesa.

Le “spieghe” contenute nel giornale repubblicano in dialetto napoletano avevano l’intento di educare il popolo ai princìpi repubblicani, ed anche dimostrare che la repubblica napoletana attualizzava il vero messaggio cristiano.

Il Ciccone insisteva sui concetti di giustizia e di libertà. A proposito del primo scriveva, in relazione alla monarchia di Ferdinando IV:

“Hai fatte justizie o contrajustuzie? Uh! Mamma addolorata! E vuje non le sapite? Justizia, ca non potive avé justizia né pe mare né pe terra, se non sedugnivi lo carro: justiuzia ca non potive manco trasì pe cercà justizia, sinn’abbeccavi Cammariere, e Portieri, Caicchi e ba scorrenno…Justizia, ca te mannava da Caifasso a Pilato, e da Pilato a Caifasso, e buona notte…” (Hai fatto giustizia o ingiustizia? Oh! Mamma addolorata! E voi non lo sapete. Giustizia che non potevi avere giustizia né per mare né per terra, anche se non ungevi tutto il carro; giustizia che non potevi nemmeno entrare per cercare giustizia se non avevi pagato prima camerieri, portieri, ruffiani e via discorrendo…Giustizia nel senso che ti mandava da Caifa a Pilato, e da Pilato a Caifa e buona notte).

La “ spiega” più bella di Michelangelo Ciccone fu quella dedicata al concetto di libertà, basato sul concetto di virtù, nella Repubblica Napoletana del 1799:

“Nessuno abbia paura del nuovo perché la bontà della libertà apre le porte al trionfo del messaggio evangelico, rendendo tutti fratelli, tutti eguali e amici senza distinzione sempre, e felici, da non confondere con la sfrenatezza e la licenza, ma nell’ambito dei diritti costituzionali in cui assume l’essenza della virtù.”

In tale contesto poteva rendersi possibile anche una complessiva rigenerazione della società in rapporto al cristianesimo.

Infatti, mentre prima “vescovadi, abbazie,  prepositure, simoniacamente provveddute, servirono al lusso e alle mense impure di parassiti e di bagasce astute sicché non fu religion che ipocrisia, materialismo e superstizione, e politica infame e idolatria per avvolger le semplici persone, pretesto d’ingiustizie e di rapine”, adesso, con la Repubblica - continuava Ciccone - si sarebbe addivenuti a una nuova epoca in cui il cristianesimo sarebbe stato specchio del Vangelo”.

Dire tali cose in dialetto napoletano nelle chiese fu la premessa per una condanna scontata. Con il ritorno del Borbone, Michelangelo ascese al patibolo il 18 gennaio del 1800.

 

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