Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Wittgenstein nei diari

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Ludwig WittgensteinLa pubblicazione dei diari personali inediti di un filosofo o di uno scrittore è sempre destinata a suscitare polemiche. E così avvenne anni fa per i “Diari segreti” di Ludwig Wittgenstein, una delle figure di maggior spicco della filosofia contemporanea.

Parecchi intellettuali manifestarono perplessità temendo, in sostanza, la natura intima del loro contenuto, e non pochi si chiesero se fosse lecito dare in pasto al pubblico quaderni di appunti che, in fondo, nulla potevano aggiungere a quanto già si sapeva del filosofo austriaco.

L’operazione dell’editore Laterza si rivelò invece fruttuosa. Certo non potremo mai sapere se Wittgenstein, che è morto a Cambridge nel 1951, avrebbe dato il proprio assenso alla pubblicazione. Ma non v’è dubbio che essi forniscano un contributo importante alla comprensione della sua opera, inquadrandola in un preciso contesto storico e sociale – quello dell’impero asburgico ormai al tramonto.

Non si tratta di cosa da poco, come ben sa chi si sia accostato agli scritti del pensatore viennese. Wittgenstein è infatti un autore piuttosto criptico, odia le esposizioni sistematiche e si esprime con aforismi.

Ogni sua frase è passibile di interpretazioni, se non proprio opposte, almeno diverse, e non sono mancati, nel corso degli ultimi decenni, i casi di studiosi che hanno espresso opinioni divergenti su questo o quel punto della sua filosofia.

Sono sorte, insomma, “scuole” wittgensteiniane in contrasto tra loro e – giova rammentarlo – in contrasto soprattutto con il maestro, che a più riprese durante la sua vita aveva detto di aborrire le scuole e i sistemi filosofici chiusi.

Le notazioni contenute nei “Diari” esprimono benissimo il legame inscindibile tra cura autentica dei problemi filosofici e modificazione del modo di vivere personale, elemento costante dell’intero itinerario speculativo del filosofo austriaco.

In che senso tale legame è inscindibile? Perché a suo avviso l’elaborazione di una concezione filosofica non è in grado di cambiare la visione delle cose se non riesce al contempo a toccare l’elemento essenziale che coincide con la modificazione del modo di vivere. Soltanto attraverso un nuovo modo di vivere i problemi che ci tormentano possono dissolversi e apparire addirittura superflui.

Wittgenstein non desiderava che altri continuassero il suo lavoro. Voleva piuttosto un cambiamento nel modo di vivere degli altri, non una scuola di allievi, ma la possibilità di suscitare in chi lo ascoltava la capacità di soffrire innescando la resa dei conti di ognuno con se stesso.

Non esiste, in altri termini, un’opera intellettuale a se stante che abbia per gli altri un significato maggiore di quello che riveste per colui che l’ha prodotta in quanto – e qui è lo stesso Wittgenstein che parla – “quanto ti è costata, tanto essi la pagheranno”.

Siamo nel 1914 e Wittgenstein ha 25 anni. Quando scoppia il primo conflitto mondiale si arruola volontario nell’esercito austriaco e viene inviato sul fronte orientale dove si fronteggiano la Russia zarista da una parte e gli imperi germanico e austro-ungarico dall’altra.

Si noti che il filosofo era stato riformato dal servizio militare e che, appartenendo a una famiglia molto ricca, avrebbe comunque potuto trovare una comoda sistemazione nelle retrovie o nella stessa Vienna.

Invece parte come soldato semplice e viene inviato in prima linea, vicino a Cracovia. Non sfrutta nemmeno gli studi di ingegneria compiuti – ma non terminati – qualche anno prima in Inghilterra. Wittgenstein decide di annullarsi nella massa dei comuni fantaccini per mettere alla prova se stesso e verificare come avrebbe reagito di fronte all’incombere della morte.

Pensava che non sarebbe mai riuscito a fare filosofia se non avesse prima affrontato il problema etico e personale del proprio carattere: non voleva produrre lavoro filosofico vivendo nella menzogna su se stesso.

I “Diari” ci consentono di seguirlo per due anni, dal 1914 al 1916. La figura che ne traspare non è certo quella dell’eroe incosciente e sprezzante del pericolo.

Abbiamo, piuttosto, l’immagine nitida di un uomo che ricerca le radici più intime del suo essere e che si sforza di entrare in contatto con gli altri, anche se sono frequenti le espressioni di disgusto per la volgarità e la rozzezza dei camerati.

Già a quei tempi Wittgenstein non era uno sconosciuto. Vantava rapporti di amicizia personale con personaggi quali Bertrand Russell, George E. Moore, Alfred N. Whitehead e John M. Keynes. Era considerato dallo stesso Russell una grande promessa della filosofia del ’900, e aveva già elaborato alcune delle idee base del “Tractatus Logico-Philosophicus”, la sua opera più famosa, scritta intorno al 1918 e pubblicata in tedesco nel 1921 e in inglese nel 1922 (grazie all’aiuto di Russell).

Abbiamo, quindi, una curiosa e affascinante mistura tra episodi di vita quotidiana, momenti di smarrimento di fronte alla durezza della vita militare, pensieri filosofici e momenti di gioia quando al soldato Wittgenstein arriva una lettera di Russell.

E’ un periodo cruciLudwig Wittgensteinale della filosofia e della logica contemporanee che ci passa davanti agli occhi, ed è arduo rammentare che, proprio su quel fronte, due anni più tardi si sarebbe verificato il collasso dell’esercito zarista seguito, a breve distanza di tempo, dalla rivoluzione d’Ottobre.

Il fatto è che tutte le note dei “Diari”, pur descrivendo la realtà circostante, riportano inevitabilmente alla persona di Wittgenstein. Ciò che conta non è la guerra, ma la sua lotta incessante con i propri sentimenti e con le paure che l’assalgono quotidianamente.

Il senso più profondo dell’opera ci viene reso da una frase datata 15 settembre 1914: “Ora avrei la possibilità di essere una persona decente, perché mi trovo faccia a faccia con la morte”.

La filosofia, dunque, non può essere semplicemente un esercizio tecnico. Poiché essa, a differenza della scienza, non ha effetti immediati sulla vita quotidiana e deve proporsi di raggiungere una simmetria quanto più possibile completa tra quanto si scrive o si pensa e quanto realmente si fa.

E’ dunque implicito l’atto di accusa nei confronti di gran parte della filosofia occidentale contemporanea, che ha smarrito uno degli insegnamenti fondamentali del pensiero greco: il filosofo è tenuto a mettere in pratica quanto insegna.

 

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