Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Roma senza Papa. La Repubblica Romana del 1849

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Giuseppe Monsagrati, Roma senza Papa. La Repubblica Romana del 1849, Laterza Editori, Roma-Bari, marzo 2014, pp. 243.

Il prof. Monsagrati, già docente di Storia del Risorgimento nell'Università La Sapienza di Roma, ora insegna presso la Facoltà di Scienze Politiche di Roma Tre e nella Facoltà di Lettere di Uninettuno. È autore di monografie e studi su Mazzini, su Garibaldi, di cui ha curato i volumi IX-X-XI dell'Epistolario, su Cosenz, ha collaborato ed è stato redattore del "Dizionario Biografico degli Italiani" della Treccani.

- Si rileva in primo luogo la struttura rigorosamente scientifica del lavoro, fondato su centinaia di note, razionalmente collegate e coordinate al testo, costante appoggio documentario di ogni pagina.

Il libro si fonda su uno spoglio rigoroso e sistematico di fonti edite e inedite e su tutti gli studi che si sono avuti sul tema dall'Ottocento al 2013 ( vedi le pagine 225-234).

- Si tratta di un raro esempio e modello di ricerca storica, che va segnalato, evidenziato, richiamato specialmente in ambienti provinciali, dove la ricerca storica è coltivata spesso in modo dilettantesco, localistico, deformando, anzi capovolgendo il vero profilo delle vicende storiche e del loro significato, sulla base di discutibili, spesso assurdi presupposti e pregiudizi ideologici e religiosi, che non hanno niente a che fare con la storia, che è scienza e che va praticata con metodo e rigore e con un senso costante della complessità inimmaginabile delle vicende storiche.

- Ma il libro del prof. Monsagrati è nello stesso tempo, oltre che rigoroso lavoro storico, il commosso racconto di una epopea civile e politica, quella della memorabile Repubblica Romana del 1849, che fu vicenda esaltante quale raramente si incontra nella storia d'Italia e d'Europa, per altezza e modernità profetica di concetti civili e politici (alla Costituzione della Repubblica Romana del 1849 si lega infatti, come fondamentale precedente, la nostra democratica e repubblicana Costituzione del 1948), per dedizioni fino al martirio (e basti ricordare i nomi sacri di Goffredo Mameli, di Luciano Manara, ai quali Monsagrati dedica opportunamente pagine specifiche), durante la quale Roma ha scritto una delle pagine più grandi della sua storia ed ha posto le basi granitiche anche nel suo diritto di divenire la capitale della nazione italiana unita, libera e costituzionale, dopo secoli di divisione, e di essere oggi la nobile e indiscussa capitale della Repubblica italiana, libera, democratica, fondata sul pluralismo religioso, una e indivisibile.

-È da rilevare del libro  inoltre il linguaggio chiaro, scorrevole, essenziale, quale spesso non si ritrova nei testi di storia, dominati da aridità e freddezza.

- Sono da sottolineare alcuni dei meriti e degli approdi di ricerca per me più rilevanti della monografia storica: la Repubblica Romana del 1849 non fu ispirata tanto nelle sue origini, nella sua organizzazione, nel suo svolgimento da Mazzini o da Garibaldi, benché essi ebbero un ruolo importante dal punto di vista politico e militare e per la sua eroica difesa.

La Repubblica Romana nacque storicamente per il vuoto prodotto dalla fuga del Papa, impaurito per l'assassinio del primo ministro Pellegrinò Rossi, vuoto, che doveva essere riempito, pena l'anarchia.

Il Governo era tenuto e fu tenuto allora e per tutta la durata della vicenda storica da Romani e da rappresentanti delle province dello Stato Romano,  tutti cattolici, impersonificati dal monsignor Muzzarelli, dal romano avvocato Carlo Armellini, padre e fratello di gesuiti, dal forlivese Aurelio Saffi.

Nel vuoto di potere, prodotto, si ripete dalla fuga del Papa, non da una insurrezione, essi si rivolsero al popolo, che, con elezioni democratiche, tra le più democratiche della storia dell'Ottocento, con circa 250 mila votanti su 750 mila aventi diritto, elesse un'assemblea costituente e legislativa di circa 200 membri, di cui solo 7 (si ripete solo 7) non erano originari dello Stato romano.

Furono questi eletti romani e dello stato romano, tutti cattolici, si ripete, a deliberare che, non essendovi più monarchia papale, non avendo avuto la città storicamente altro tipo di governo, monarchico, ducale, principesco con relative dinastie, il reggimento politico più storicamente legato a Roma era quello antico repubblicano, così come a Venezia i patrioti erano tornati alla Repubblica di S.Marco, pur nel richiamo risorgimentale alla Nazione italiana.

Mazzini arrivò a Roma il 5 marzo 1849, quindi tre mesi dopo la fuga di Pio IX e dopo che si erano tenute elezioni ed era stata proclamata la Repubblica.

Era una Repubblica, si ripete, fatta tutta di cattolici, che approvava le leggi "In  nome di Dio e del Popolo", che non aveva alcuna posizione anticlericale, aveva un naturale rispetto del Papato quale massima autorità spirituale, e non creò durante la sua vita storica alcun problema alla vita religiosa, nè attuò alcuna persecuzione, anzi auspicava costantemente il rientro del Papa, al quale si impegnava formalmente di assicurare il massimo di "guarentigie", di garanzie di libertà di azione.

La memorabile Costituzione della Repubblica Romana che fu approvata con solenne, indimenticabile cerimonia al Campidoglio coi deputati cinti di tricolore il 3 luglio 1849 (vedi la pagina 207) il giorno stesso della resa ai francesi, Costituzione limpida ed essenziale, che andrebbe letta oggi in ogni scuola della Repubblica, recitava nel suo ultimo, ottavo principio fondamentale (quindi costituzionalizzando solennemente il cattolicesimo e il papato) "Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l'esercizio indipendente del potere spirituale."

Il Mazzini della Repubblica Romana del 1849 non è quindi il suo artefice diretto e trovò nella esperienza della Repubblica Romana l'occasione per divenire anche un governante, come triumviro, dimostrando moderazione e realismo, pur nell'illusione che la Repubblica francese non si sarebbe prestata a reprimere militarmente la Repubblica romana, in base ai principi solenni della sua Costituzione e della sua nobile storia.

Vi fu il volontariato italiano e internazionale, ed occorre ricordare la legione polacca di 200 membri comandati prima dal grande poeta Mickiewicz e poi da Milbitz, che fu uno uno dei capi della spedizione dei Mille e protagonista della battaglia del Volturno.

E poi occorre rimarcare la partecipazione delle donne, da Cristina Trivulzio di Belgioioso alla compagna di Pisacane, Enrichetta Di Lorenzo, all'americana Margareth Fuller, come infermiere ed anche come combattenti, dando anche la vita, come Colomba Antonietti, di 23 anni, nativa di Bastia Umbra, vestita da bersagliere vicina al marito, il conte Luigi Porzi, e che prima di morire mormorò "Viva l'Italia", a segnalare lo spirito unitario e italiano della Repubblica Romana che, nella citata sua Costituzione, proclamò essenzialmente ed esemplarmente al quarto principio fondamentale "La Repubblica  riguarda tutti i popoli come fratelli; rispetta ogni nazionalità; propugna quella italiana."

E poi, sopratutto, occorre ricordare il coraggio dei romani di tutte le età e degli stessi ragazzi che, accanto all'eroismo di Garibaldi e dei suoi, dimostrarono nei fatti, nei sacrifici, nelle morti,  che i romani, gli italiani sapevano battersi, smentendo le previsioni boriose di certa opinione pubblica europea.

- In filigrana il libro è anche, secondo me, un memorabile atto di accusa contro quelli di Gaeta, dalla fuga da Roma del 25 novembre 1848 al ritorno a Roma  del 12 aprile 1850, cioè Pio IX e la cerchia reazionaria, clericale, assolutista, che lo circondò e che faceva capo al cardinale Antonelli ed alla componente gesuitica più intransigente.

- Essa si macchiò di gravi iniziative diplomatiche, chiudendosi ad ogni posizione di ragionevole realismo e compromesso, che portarono poi ad uno dei più indegni bombardamenti della storia, quello su Roma del giugno-inizi di luglio 1849 (ampiamente, analiticamente, opportunamente descritto dal prof. Monsagrati), che produsse il danneggiamento e anche la distruzione da parte dei francesi di Oudinot di chiese, di palazzi, di opere d'arte, anche di ospedali.

Essa si macchiò di assurde scomuniche (che oggi sarebbero assurde, come quelle contro il voto democratico e contro le donne che andarono ad assistere alle riunioni pubbliche in previsione di esse).

Essa si macchiò anche di infamie personali, quale quella contro la nobile figura del grande sacerdote Antonio Rosmini, uno dei più grandi filosofi italiani, anima di grande spiritualità, amico e guida di Alessandro Manzoni e di Niccolò Tommaseo, fondatore di un ordine religioso, l'Istituto della Carità, con sede, anche oggi, a Stresa, che proponeva soltanto una posizione di conciliazione tra cattolicesimo, liberalismo, costituzionalismo, riformismo e che vide, a sua insaputa, condannate proprio qui a Gaeta, con la seduta segreta del 30 maggio 1849 della Congregazione dell'Indice dei Libri proibiti, le sue opere "Delle cinque piaghe della Santa Chiesa" e "La Costituzione  secondo la giustizia sociale" edite l'anno prima.

Nella stessa seduta fu messa all'indice anche l'opera di Gioberti, Il Gesuita moderno, con dimissioni del prefetto cardinale Angelo Mai, che salvò la dignità di una chiesa più accorta. (Vedi le pagine 156-161).

- Leggendo il libro, tenendo presenti tante altre ricerche e tante vicine vicende (penso alla Repubblica Napoletana del 1799, che vide da un lato il vescovo cattolico Michele Natale repubblicano liberaldemocratico mandato al patibolo a Piazza Mercato dai Borboni (e con la responsabilità storica degli anticattolici inglesi anglicani dell'infame Nelson), simbolo di un'adesione repubblicana diffusa della componente ecclesiastica meridionale, e dall'altro il cattolico cardinale Ruffo a capo di un sanfedismo violento e assassino, monarchico assoluto, feudale, antiliberale e antidemocratico) e richiamando in modo particolare la vicenda di Rosmini a Gaeta, mi sono convinto (è una posizione personale, quindi discutibile) come nel passato e nel presente convivono sotto lo stesso tetto, con inevitabili, forti tensioni sotterranee, una accanto all'altra, due chiese cattoliche: una chiesa cattolica, che ha tentato e tenta, ha testimoniato e testimonia la conciliabilità tra cristianesimo, liberalismo, democrazia, repubblica, idealità nazionali e unitarie, e un'altra chiesa cattolica tradizionalista, assolutista, integralista, reazionaria, antinazionale e antitaliana, che nega e combatte con ogni arma possibile e immaginabile, esplicita e segreta, machiavellica e strumentale, libertà, democrazia, repubblica, pluralismo religioso, laicità, nazione ed unità d'Italia.

- Gli eredi di Antonelli e della sua cerchia (quelli di Gaeta del 1848-1850) sono ancora presenti e possenti nel Vaticano, secondo il sottoscritto, nella curia romana e a livello locale, ed hanno portato anche alla sconcertante, inaccettabile, agli occhi di una minima sensibilità moderna, beatificazione di Pio IX, un papa-re, sotto il quale sono state emesse condanne a morte e che, con il Sillabo, ha condannato e scomunicato liberalismo e democrazia repubblica e socialismo, laicità e pluralismo religioso.

- È stato come un guanto di sfida lanciato in pieno Duemila al mondo moderno, che produrrà nel profondo inevitabili reazioni, per un minimo comprensibile di difesa, e che nel lungo periodo, credo, non farà bene alla chiesa cattolica di tipo evangelico, capace di sincero e rispettoso dialogo col mondo moderno.

 

 

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