Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Domenico Cirillo. Il medico rivoluzionario

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"Fu uno dei più valenti uomini che nascessero sulla terra di Napoli, feconda sempre di ingegni eccellenti e singolarissimi. Fu grande uomo di scienza e gran cittadino; il cuore suo era ardentissimo dell’amore degli uomini. E tanta sapienza e tanta virtù furono spente sulle forche del tiranno di Napoli.

Era un uomo degno dei tempi antichi di Roma. Il paese ed i tempi in cui nacque - scrisse il contemporaneo esule Francesco Lomonaco - non eran per lui. Era un Catone in mezzo alla feccia di Romolo. Le qualità somme che lo adornavano  erano molte, e ciascuna di esse sarebbe stata bastevole  a formar un grand’uomo".

Morale santissima, pietà ad ogni sventura, desiderio vivissimo di rendere gli uomini meno infelici, e fatti concordi ai desideri e alle parole. Domenico Cirillo nacque a Grumo Nevano, piccolo luogo della Terra di Lavoro, il 10 aprile dell’anno 1739, di famiglia che aveva dato più uomini reputati come medici come naturalisti , come magistrati, come cultori di belle arti e di lettere. Lui fin dalla giovane età mostrò età grande passione per lo studio dell’arte salutare, e voltosi ad essa con tutta l’animo, ne coltivò felicemente tutte le parti, e fu il ventesimo medico della sua casata.

Giovanissimo ancora concorse alla cattedra di botanica, e l’ottenne.

Creò erbarii per i privati e per il pubblico, fece attentissime escursioni botaniche nella provincia di Napoli, in Sicilia, nelle Calabrie, nelle Puglie, negli Abbruzzi, sul Matese ( Montagna tra Volturno e Biserno ) con naturalisti italiani e stranieri, raccogliendo nuove piante e nuovo fiori per usarne le virtù a salute degli uomini.

Fu in corrispondenza con i primi dotto d’Europa, tra i quali basta ricordare Carlo Linneo ( Olandese. Il più celebre fra i botanici 1707-78), fra gli stranieri, e Lazzaro Spallanzani fra i nostri: e presto ebbe riputazione così chiara che a più piante fu dato il suo nome. Offertaglisi una favorevole occasione, viaggiò, l’Inghilterra e la Francia, ove attese a fare acquisto di nuove dottrine.

A Londra fu scritto fra i membri della Società reale. In Francia vide gli uomini famosi che con gli scritti facevano guerra mortale alla barbarie e preparavano all’umanità più felici destini. Amò soprattutto e stimò il Nollet, il Buffon, il D’Alembert, il Diderot, il Franklin, tutti questi uomini di cultura lo stimarono e per questo egli ebbe degli incontri particolari che dettero l’imput a nuove scoperte.

Il Cirillo era solito dire che avrebbe preso stanza a Parigi o a Londra, se l’amore per la madre non lo costringeva ad abitare in una patria oppressa da feroci tiranni.

Ritornato più ricco di scienza e col cuore più acceso del desiderio di giovare all’umanità sofferente, si dette con ogni cura ad esercitare la sua arte medica, essendo divenuto famoso divenne medico di corte ma dovette rifiutare la cattedra di professore a Pavia. Ebbe in patria la cattedra di fisiologia e poi quella clinica, e fu restauratore della scienza.

Parlava eloquente, rapiva i giovani, e mentre nutriva loro l’ingegno di scienza profonda, ne riscaldava i cuori dei grandi

Ma egli correva più rapido ai tuguri dei poveri che ai palazzi dei ricchi, reputando che l’arte salutare dovesse esercitarsi a sollievo della miseria umanità, non come strumento per procacciarsi ricchezze.

Il suo disinteresse era cosa singolare che rara. Chiamato da un ricco e da un povero, andava prima dal povero, e oltre a soccorrerlo amorosamente dell’arte sua, lo aiutava con propri denari a liberarsi dalla miseria.

Dal rapporto dello storico Lomonaco il quale evidenzia il suo amore per l’arte medica:

“Quanto era più ammirabile nell’esercizio della scienza della salute! Le sue cure estendendosi ugualmente sul ricco che sul povero, egli versava sull’ultimo il balsamo della pietà, sovente a discapito della sua borsa. Per i suoi rari talenti venne eletto medico della corte: ma l’austerità sublimità delle sue virtù non si volle abbassare alla viltà di un cortigiano. Egli trovava nell’oscurità della vita privata un incanto ed una gioia, che non si gusta a traverso il vano splendore della grandezza, e massime vicino al trono. Egli, non sapendo né elevarsi, né abbassarsi dal suo livello verifica la massima: che i grandi cessano si esserlo quando non si sta ginocchione innanzi a loro”. Tutta lasciava da parte quando si trattava di salvare un malato: vigilantissimo sempre a studiare i temperamenti, le malattie, e le loro fasi, studiò con amore in ospedali e in carceri nell’intento di migliorare le stanze dei malati di corpo e spirito.

Senza curare le molestie o di coloro che erano invidiosi dei suoi progressi scientifici, egli introdusse a Napoli l’uso dell’olio di ricino e del tartaro ematico; promosse l’innesto del vaiolo combattuto dalla Curia romana, e con essa salvò la vita di Filippo Marini marchese di Genzano, spento sul patibolo nel 1799 il quale morì baciando il carnefice e fu ricordato da Luigi Settembrini nelle” Ricordanze della mia vita”, che poi gli fu compagno al patibolo. Il Cirillo compose nove opere di botanica, dieci di materia medica, e vari discorsi accademici, che furono scritti in latino e in volgare.

La sua casa a Pontenuovo, dove lo visitarono tutti i dotti che capitavano a Napoli, “Era, scrive Mariano D’Ayala, il convegno gentile delle scienze, delle muse e dell’amicizia, poiché il Cirillo non fu solamente medico e botanico, ma letterato ed amico de’ letterati, massime del celebre Antonio Jerocades (Sacerdote e poeta calabrese, patì lunga prigionia, la Repubblica lo liberò, ma la restaurazione lo fece nuovamente arrestare) nato un anno prima di Luigi Serio e di Saverio Mattei (letterato di buona fama a’suoi tempi, morì a Napoli nel 1795), più giovane di appena tre anni della Fonseca, del Pagano, del Conforti, del Falconieri (Professore di lettere greche, nato a Lecce nel 1755, soldato della Repubblica e morto sul patibolo)”.

Dotto e amabile per suoi modi gentili, era carissimo a tutti i buoni e sapienti, e quando lo colse una grava malattia, la città ne fu addolorata, come un pubblico danno. A malgrado delle sue virtù, anzi per queste stesse virtù, fu spiato e malvisto dalla corte e dal governo nel 1791, quando le paure delle cose di Francia eccitarono il re contro i dotti e i sapienti, e li involsero nelle trame sbirresche.

Avvenuta la rivoluzione del 1799, andarono da tutte le parti a ricercare Cirillo nella sua solitudine, con voti unanimi lo chiamarono a governare i nuovi repubblicani: sulle prime, e per modestia e per amore all’arte sua, ricusò; ma chiamato una seconda volta dal voto pubblico, quando la patria era in pericolo, accettò l’onore di essere rappresentante del popolo, e fu presidente del corpo legislativo.

Il Cirillo disse: “E’ grande il pericolo, egli disse, e più grande l’onore; io dedico alla Repubblica i miei scarsi talenti, la mia scarsa fortuna, tutta la vita”. Come il suo cuore gli dettava, fece tutti gli sforzi per impedire le estreme sciagure, e per salvare la patria, ogni sua opera fu generosa e grande.

La città era in mi serissimi termini, scarso il vivere , vuoto l’erario, cessati per la guerra i guadagni, e quindi cresciuto a dismisura nella immensa città il numero dei poveri. Primo pensiero dell’uomo virtuoso di soccorrere la pubblica miseria, contro la quale tutti i mezzi indicati dall’ingegno erano manchevoli.

Cirillo, pubblicato il suo Progetto di carità cittadina, stabilì una cassa di soccorso, e cominciò col mettervi tutte le ricchezze che aveva guadagnate coll’esercizio della sua professione.

L’atto generoso eccitò ad imitazione tutte le persone più virtuose, le quali, oltre a offrire quanto era, in loro facoltà, si recavano per le case a chiedere soccorsi.

In ogni contrada furono eletti un cittadino ed una donna che godessero la pubblica stima: fu dato il nome onorevole di padri e madri dei poveri, coll’incarico di visitare ogni giorno le case dei più miserabili, e di portavi il pane e i soccorsi che mandava la patria.

Soccorrevano gli ammalati con medici e medicine; procuravano anche lavoro a chi ne era privo; e così restituivano alla vita una turba grande di sventurati morenti di fame. La cassa di soccorso, sostenuta dalla carità cittadina, fece tutto quello che era possibile in questi momenti difficilissimi.

Domenico Cirillo fece anche di più propose che i legislatori e tutti impiegati rilasciassero una parte del loro stipendio a vantaggio degli infelici, e si rinunziasse al lusso delle vesti insultante la miseria del popolo.

Tutti riposero generosamente all’appello, e in tal modo fu posto riparo ai più urgenti bisogni, e se questi atti poterono salvare l’infelice Repubblica, mostrarono almeno che i reggitori di essa e gli amanti degli ordini nuovi uomini virtuosi e degnissimi di viver liberi.

Nei momenti estremi della patria, quando il cardinal Ruffo era entrato nella città e la riempiva di sangue, Domenico Cirillo, sebbene debole per gli anni, si mostrò arditissimo e preparato a incontrare tutti i pericoli, battendosi personalmente con il nemico.

Poi, arrestato in onta ai trattati, sopportò con eroico coraggio i tormenti del carcere e le villanie degli sgherri. La mattina del ventotto giugno era sul vascello inglese dove si leggevano le sentenze, e vi rimase col Presidente della Commissione esecutiva Ercole d’Agnese, con i generali Manthonè, Massa e Bassetti, e con i cittadini Borgia e Piatti.

Di là fu portato al Castelnuovo, nella fossa del Coccodrillo, dove c’erano altri diciotto sventurati, fra cui Pagano, Albanese, Logoteta, Baffi e Rotondo (Giuseppe Albanese, fautore della Repubblica fu giustiziato il ventotto novembre del 1799.

Allora il giudice Speciale, che emise la condanna aveva dei modi plebei e parole da trivio, con l’idea di avvilire i prigionieri, gli domandò: “È in faccia a me, chi sei tu?” E Cirillo: “E in faccia a te, codardo, sono un eroe”.

Interrogato sopra altri capi di accusa, rispose: “Ho capitolato colle prime potenze d’Europa: se il diritto delle genti è rispetto, nulla vi è da rispondere, e voi non dovete fare altro che eseguire il trattato;  ma se si vuole violare i primi doveri della società, i miei carnefici possono condurmi al supplizio, che non ho nulla da rispondere” e dopo queste parole si mantenne sempre in silenzio e il tribunale scrisse la sua sentenza di morte. Tutti rimasero ammirati di questa eroica fermezza, egli domandò solamente la grazia di morire con i suoi amici più cari e la domanda gli fu concessa.

 

 

 

 

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