Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Radetzky. Occupazione militare e colonialismo

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Josef RadetzkyLa figura del feldmaresciallo austro-boemo Josef Radetzky (1766-1858) è stata oggetto ancora in vita d’una accurata ricostruzione propagandistica da parte dell’impero asburgico e dei nazionalisti germanici, i cui effetti si protraggono sino ad oggi, tanto che egli viene ricordato affettuosamente in Austria come Vater Radetzky (“papà Radetzky”) e kaisertreu (“fedele all'imperatore”).

Tuttavia persino le costruzioni ideologiche elaborate a sostegno di questo  personaggio lasciano trasparire la loro illusorietà e mistificazione.

Il letterato austriaco Franz Grillparzer, uno sciovinista di sentimenti violentemente anti italiani a lungo protetto dal Metternich, coniò il motto famosissimo riferito al Radetzky, In deinem Lager ist Österreich («Nel tuo accampamento sta Austria»).

Questa sua frase, che voleva essere d’elogio ed esaltazione nel voler quasi identificare la compagine imperiale con l’esercito, finiva con il tradire la natura d’uno stato multinazionale che poteva reggersi solo sulla forza delle armi anziché sull’identità culturale e la coesione etnica degli abitanti, così configurandosi come la proverbiale “prigione dei popoli”.

Ancora in anni recenti lo storico sloveno Janez J. Svajncer, pur membro d’una delle etnie che erano state fra le più fedeli all’aquila bicefala, ha ribadito e confermato la veridicità della definizione ottocentesca dell’Austria imperiale quale Volkskerker.

La Marcia di Radetzky, composta dal musicista di corte Johann Baptist Strauss dopo la vittoria di Custoza e su richiesta d’un funzionario imperiale, vanta ancora oggi grande popolarità fra gli austriaci e chiude tradizionalmente il cosiddetto concerto di  Capodanno che si tiene ogni anno a Vienna.

Sono interessanti al riguardo le considerazioni del grande germanista Ladislao Mittner nella sua a dir poco monumentale Storia della letteratura tedesca, il qualeha osservato che le musiche degli Strauss, padre e figlio, furono «uno dei più validi sostegni dell’alienazione godereccia del suddito austroungarico, ma anche preannuncio del suo crollo» [Storia della letteratura tedesca, volume III Dal realismo alla sperimentazione (1820-1970): Dal Biedermeier al fine secolo (1820-1890), tomo secondo, parte quarta, capitolo 263, Mito e realtà della ‘belle époque’, p. 864], poiché costituivano un «cemento fra le nazionalità dell’impero austroungarico», ma rivelavano al tempo stesso «la propria agonia e l’agonia dell’impero austriaco» [Ibidem, p. 865].

Il giudizio del Mittner evidenzia il carattere politico e cortigiano delle musiche degli Strauss (fra cui naturalmente la Radetzkymarsch ha un posto spiccato accanto al walzer poi composto da Strauss junior per l’imperatore Francesco Giuseppe), ed assieme la loro sostanziale incapacità d’esprimere un’identità coesa, specchio della crisi dell’impero.

Acutamente questo grande germanista inserisce tali sue osservazioni nel capitolo della sua opera destinato a trattare della mentalità diffusa nella cosiddetta belle époque, il vagheggiamento nostalgico per la quale egli non esita a presentare come cagionato dal rimpianto d’una piccola minoranza per la vita festaiola e dissoluta che aveva potuto tenere nel periodo suddetto [Ibidem, p. 863].

Si tratta di un giudizio che può essere applicato, mutatis mutandis, anche a quel filone letterario che è alla base del cosiddetto “mito asburgico”.

Il Mittner aggiunge infatti che la letteratura austriaca dalla metà circa del secolo XIX sino a Musil dimostra un «irrefrenabile gusto», persino nelle opere più serie, per «intrecci e sviluppi di tipo operettistico, confermando con ciò che l’ultimo grande guizzo dell’operetta viennese rivela l’amaro edonismo dell’”après nous le déluge». [Ibidem, p. 865].

È stato denominato significativamente proprio Radetzkymarsch(sebbene il protagonista non sia il feldmaresciallo) uno dei romanzi di Joseph Roth, fra i narratori alla base della mitologica ricostruzione d’una immaginaria Austria Felix ed autore carico di nostalgia per l’impero defunto, alla cui scomparsa egli non seppe reggere sul piano esistenziale, tanto da morire legato ad un letto d’ospedale in preda al delirium tremens degli alcolizzati cronici all’ultimo stadio.

La popolarità che il Radetzky ricopre ancora oggi nell’ambiente sociale austriaco e la copiosa letteratura profusa a sua gloria mascherano e distorcono la realtà storica del suo operato concreto nel Lombardo-Veneto, poiché scaturiscono da una rilettura della storia parziale e limitante.

Alan Sked, studioso anglosassone autore del fondamentale studio sul feldmaresciallo intitolato The Survival of the Habsburg Empire. Radetkzy, the Imperial Army and the Class War 1848 [ed. originale, London-New York 1979; ed. italiana Radetkzy e le armate imperiali. L’impero d’Austria e l’esercito asburgico nella rivoluzione del 1848 Bologna 1983], ha osservato che esistono molte centinaia di studi sul questo generale in lingua tedesca, ma che «qualsiasi lavoro scritto su Radetkzy è stato manifestamente agiografico» [Ibidem, p. 13].

Francesco Giuseppe I d'AustriaMarco Meriggi, storico autore d’uno studio su Il regno Lombardo-Veneto assai equilibrato e misurato, individua acutamente la natura d’autentico regime militare del governo di Francesco Giuseppe in generale e dell’amministrazione di Radetzky in particolare, quindi il suo affidarsi anzitutto all’esercito ed alla repressione, specialmente dopo il 1848:

«Un altro aspetto centrale della nuova conformazione del potere asburgico nei primi dieci anni del regno di Francesco Giuseppe fu costituito dall’ascesa del «partito militare» nelle sfere di influenza viennesi. Erano stati i generali, Radetzky in primis, a salvare l’Impero dal crollo; e Francesco  Giuseppe, dal canto suo, aveva una vocazione militaresca assai più pronunciata di quella dei suoi predecessori, e più di essi era disposto a prestare orecchio alla sollecitazioni provenienti da quegli ambienti.

La declinazione prevalentemente militare del potere che Radetzky, specie nei primi anni, esercitò nel riconquistato Lombardo-Veneto, rappresentò pertanto una variante locale, ancorché ingigantita dalla particolarità della situazione, di una più generale tendenza che aveva solide radici connettive generali a Vienna.» [M. Meriggi, ll regno Lombardo-Veneto, Torino 1987, pp. 349-350.]

La scelta di mandare questo comandante militare in Italia fu infatti provocata da una precisa valutazione della situazione nel Lombardo-Veneto. Il governo viennese riconosceva che le popolazioni italiane erano compattamente contrarie al dominio asburgico e che l’unico modo che l’impero aveva per conservarle era l’impiego della forza bruta.

Il braccio destro di Metternich, il generale Clam-Martinitz, fu incaricato di valutare la situazione in Italia nel 1830 e di fare rapporto. La relazione evidenziò la debolezza e l’impopolarità del dominio austriaco in Italia.

Il Clam-Martinitz scriveva al Metternich che la presenza asburgica  sul territorio italiano doveva affidarsi esclusivamente sulla «dislocazione di una forza militare massiccia», suggerendo anche di non procedere più arruolamenti in Italia e d’evitare di «coltivare illusioni», poiché in caso di guerra «qui tutti ci diserteranno». [Sked, Radetzky, cit., p. 159].  Osserva lo Sked al riguardo:

«Il parere di Clam Martinitz era che gli austriaci avrebbero dovuto terrorizzare un popolo che li avrebbe sempre visti solo come stranieri. La presenza dell’esercito in Italia non era delle più rassicuranti, e la sua propaganda produceva inevitabilmente risultati; gli italiani lo odiavano» [Ibidem, p. 163.]

Klemens Wenzel von MetternichFu in seguito a questo rapporto, compiuto presso il Metternich direttamente dal suo principale assistente, che Radetzky venne inviato in Italia, per dare applicazione alle idee contenute nella relazione.

Questo generale austriaco fu quindi mandato in terra italiana dal primo ministro asburgico con il preciso intento di servirsi dell’esercito imperiale quale vera e propria forza d’occupazione di popolazioni giudicate refrattarie al dominio straniero.

L’opinione di Clam Martinitz sull’ostilità degli Italiani verso il dominio asburgico era largamente condivisa dalla classe dirigente imperiale. Il feldmaresciallo Radetzky, il suo generale Von Schönhals, l’ammiraglio Zichy, l’arciduca Massimiliano d’Asburgo, fratello dell’imperatore, ammiraglio della flotta imperiale e poi vicerè del Lombardo-Veneto, erano tutti concordi nell’ammettere che la popolazione italiana era interamente ostile agli Austriaci.

Scriveva il Radetzky in modo esplicito che era del tutto inutile cercare da parte del regime asburgico di conquistarsi la fedeltà delle popolazioni italiane e che gli austriaci ormai non governavano più in Italia, ma si limitavano a dominare con la forza delle armi un popolo che, dalle Alpi sino alla Sicilia, voleva la loro cacciata.

Le regioni italiane dovevano però, secondo quanto scriveva il feldmaresciallo stesso in un suo rapporto, essere conservate sotto il  trono imperiale per ragioni d’interesse economico dell’Austria e della Boemia: il Lombardo-Veneto era quindi concepito dal Radetzky esattamente come una colonia. [Le citazioni sono riportate in Sked, Radetkzy e le armate imperiali., cit]

L’anziano feldmaresciallo si segnalò per le sue violenze già prima dell’insurrezione del 1848, che fu anzi provocata in buona misura dal  suo comportamento.

È celebre il giudizio di Carlo Cattaneo, il grande studioso testimone e partecipe degli eventi del ’48: «l’esercito di Radetzki è un corpo franco che acquistò pretesto a vivere di rapina nel più bel paese d'Europa.» [C. Cattaneo, Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra, Firenze 1949, cap. II.]

Le brutalità dei militari asburgici trovavano alimento anche dall’elevata presenza nelle loro file di criminali comuni arruolati. Ad esempio, un reggimento di fanteria, l’“Arciduca Ferdinando d’Este”, costituito da 12 compagnie, contava ben 284 «criminali in parte pericolosi».

Ciononostante il Feldmarschalleutnant Welden, comandante delle forze austriache in Tirolo (in cui si trovava di guarnigione tale reggimento), non lo riteneva di particolare pericolosità, poiché al suo interno «le punizioni di compagnia, di battaglione e di reggimento, sono quasi due terzi in meno di quelle del reggimento tirolese Jäger, che si suppone composto esclusivamente di truppe scelte e che ha facoltà di trasferire i suoi elementi peggiori ad altri reggimenti». [Sked, Radetzky, cit., p. 114].

Riguardo al modo con cui Radetzky si poneva dinanzi alla popolazione civile, basti dire che le istruzioni date alle truppe da questo comandante prevedevano la legittimità del ricorso alle armi anche qualora esse si fossero ritenute “provocate”, ossia per difendere il loro “onore”: l’elasticità e la soggettività di tali criteri consentivano pertanto ai militari d’asburgici d’esercitare violenze sui sudditi italiani anche in assenza d’ogni loro aggressione. [Sked, Radetzky, cit., p. 178.]

Già da ben prima della grande rivolta del 1848 furono numerosi gli atti di violenza compiuti dalle forze militari asburgiche ai danni delle popolazioni italiane, in assenza di violenze o minacce da parte dei sudditi.

Esempio di questo fu, fra gli altri, l’insediamento dell’arcivescovo Romilli, che vide un autentico assalto con sciabole sguainate da parte di militari asburgici ai danni della folla di fedeli che stava accogliendo il nuovo presule di Milano.

Nel settembre del 1847 si radunò una amplissima folla di fedeli per accogliere il nuovo arcivescovo di Milano, appunto monsignor Romilli. Sin da diverse ore prima della cerimonia i militari asburgici incominciarono letteralmente ad affilare le proprie sciabole, al fine di renderle più taglienti.

I reparti furono poi nascosti per qualche tempo nelle caserme, per dare modo agli abitanti di riunirsi senza timore.

Quando poi la cerimonia d’accoglienza dell’arcivescovo ebbe inizio e gli italiani erano intenti a cantare inni religiosi, i soldati s’avvicinarono tenendo le armi nascoste, per poi estrarle ed assalire a sciabolate gli italiani, disarmati ed indifesi.

L’aggressione era stata premeditata con cura, per punire i milanesi ritenuti “colpevoli” di festeggiare la nomina d’un arcivescovo italiano, al posto di quello germanico antecedente, il defunto Gaysruck.

Le violenze compiute da militari asburgici durante il pacifico sciopero del tabacco dei milanesi, che produssero molti morti ed ancora più feriti, furono un altro esempio dell’operato del feldmaresciallo.

Il tabacco nel regno Lombardo-Veneto era un monopolio di stato che fruttava all’impero 4.386.000 lire all’anno ed il suo boicottaggio apparteneva alla tradizione politica ambrosiana, poiché se ne erano avuti già due, nel 1751 e nel 1766. [Sked, Radetzky, cit.]

Lo sciopero del tabacco tenutosi poco prima dello scoppio della grande rivolta del 1848 fu del tutto privo di violenza da parte dei sudditi, mentre invece vide aggressioni armate, talora omicide e preferibilmente dirette a bambini e vecchi, da parte dei militari imperiali.

Scriveva il Cattaneo: «Al primo di gennaio, i giovani di tutto il regno si erano invitati fra loro a non fumar più tabacco, per togliere alla finanza austriaca una delle sue principali entrate.

Lo stato-maggiore distribuì tosto trentamila cigari ai soldati, e dando loro quanto denaro bastasse ad ubriacarli, li mandò ad accattar briga in città. I medici delle prigioni riconobbero nella via bande di condannati, alcuni in alto di fumare per irritare il popolo, altri in atto d'urlare dietro ai soldati che fumavano.

Alla sera del 3 gennaio, granatieri ungaresi e dragoni tedeschi si  avventavano colle sciabole sulla gente che moveva pacifica per la città; evitando i giovani, ferivano e uccidevano vecchi e fanciulli. Si seppe che arrestali molti cittadini si trovarono senz'armi; onde fatta manifesta la vile insidia dei militari, molti dicevano apertamente: un'altra volta noi pure saremo armati; e si vedrà!». [Cattaneo, Dell'insurrezione di Milano, cit., cap. III].

Radetzky aveva chiesto al governo la possibilità di condurre ad una “azione decisa”, nonostante sino ad allora gli abitanti del Lombardo-Veneto non si fossero resi responsabili d’alcuna sollevazione. [Sked, Radetzky, cit.]

Alle violenze vere e proprie, Radetzky aggiunse anche le minacce e le esibizioni di forza, con il fine di terrorizzare gli Italiani.

Il Clam-Martinitz aveva infatti suggerito di dare alle popolazioni italiane, insofferente del dominio asburgico, un’impressione di paurosa potenza da parte del potere centrale. Perciò Radetzky si mise a far compiere imponenti manovre militari in Italia settentrionale per intimidire con la propria minaccia gli abitanti. [Sked, Radetzky, cit., p. 161.]

Il feldmaresciallo si servì anche di sotterfugi per meglio dividere i militari e la popolazione ed istigare all’odio reciproco, servendosi d’agenti provocatori e determinando così condanne a morte.[Ibidem, p. 147].

L’operato di questo generale già prima della guerra d’indipendenza del ’48-‘49 fu comunque coerente alla tradizione politica imposta da Vienna nel Lombardo-Veneto, il quale si trovò a partire dal 1815 soggetto a condizioni di regime di polizia, per precisa volontà dei sovrani imperiali.

Scrive il Meriggi, citando anche il parere dello Czoernig, egli stesso funzionario di polizia: «Il fatto che il ricordo del governo austriaco nel Lombardo-Veneto sia legato soprattutto all'immagine del potere poliziesco non è moti­vato soltanto dal peso della retorica risorgimentale, ma affonda invece le proprie radici nella strutturazione stessa del sistema dei poteri che facevano capo a Vienna […]

La polizia fungeva infatti, all'interno della concezione amministrativa austriaca, da strumento principe della pa­terna vigilanza dell'imperatore». [Meriggi, ll regno Lombardo-Veneto, cit., pp. 89-90] Fu questa una prassi di governo seguita sin dai tempi di Francesco I, venendo poi trasmessa a Ferdinando ed a Francesco Giuseppe.

Inoltre durante la prima guerra d’indipendenza le truppe del Radetzky ebbero modo di segnalarsi per la loro ferocia verso i civili.

Episodio delle cinque giornateI massacri compiuti su inermi durante le Cinque Giornate di Milano, gli ordini del generale Haynau durante le Dieci Giornate di Brescia d’incendiare ogni casa da cui si fossero compiuti atti ostili e di fucilare indistintamente tutti i suoi abitanti (vecchi, donne e bambini inclusi), il durissimo assedio d’una Venezia stremata da bombardamenti a tappeto, dalla fame e dalla pestilenza sono soltanto i più noti nel lunghissimo elenco di carneficine di civili compiute dai reparti militari asburgici nel periodo 1820-1866.

Per capire in quale modo Radetkzy conducesse la guerra contro gli insorti si può portare un esempio, quello di Castelnuovo del Garda, un piccolo paese lombardo i cui abitanti furono tutti uccisi dalle truppe austriache per rappresaglia, ricordando che esso è soltanto uno dei molti episodi analoghi che ebbero luogo da parte dei reparti asburgici nella lunga fase delle guerre risorgimentali.

L’11 aprile 1848 un gruppo di circa 400 volontari lombardi insorti s’attestò nel villaggio di Castelnuovo del Garda, in attesa delle avanguardie dell’esercito del regno di Sardegna. Radetzky, approfittando del fatto che queste ultime erano ancora piuttosto lontane, inviò una forte colonna di molte migliaia di uomini, al comando del generale principe Thurn und Taxis, membro della più alta aristocrazia imperiale.

Questi dapprima sottopose il paese, in cui si erano barricati i volontari, ad un massiccio bombardamento con l’artiglieria, poi ordinò un attacco che, vista la sproporzione delle forze, costrinse alla ritirata i volontari.

Dopo che questi furono costretti ad abbandonare il campo, le truppe asburgiche sterminarono tutti gli abitanti di Castelnuovo: si ebbero così 113 vittime. Soltanto  chi riuscì a fuggire poté scampare al massacro.

Scrive Piero Pieri nel suo capolavoro Storia militare del Risorgimento: «Il villaggio è dato alle fiamme: le truppe austriache vogliono dare un esempio che distolga le popolazioni dal favorire piemontesi e insorti; e ben 113 persone, tra cui vecchi, donne, bambini in gran numero, sono massacrati o muoiono fra le fiamme!» [Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino 1962, p. 319].

Durante l’eccidio la stessa chiesa venne profanata e le donne piacenti furono violentate prima d’essere uccise. Fatto ciò, il paese fu incendiato e distrutto dalle fiamme.

Dopo questa rappresaglia, le truppe asburgiche il 12 aprile furono fatte rientrare a Verona, sede del grosso delle forze austriache, venendo fatte sfilare con grande evidenza per tutta la città assieme al bottino che aveva raccolto, per intimidire i cittadini.

Il 13 aprile il feldmaresciallo Radetzky, noto per la sua verbosità retorica, indirizzò un proclama ai sudditi, in cui spiegava che quanto era accaduto a Castelnuovo del Garda era conseguenza della “ribellione” e che egli non poteva impedire che simili “conseguenze” (ovvero la rappresaglia) si verificassero.

Questo proclama era chiaramente una minaccia destinata agli Italiani: chi fosse insorto od anche solo avesse appoggiato gli insorti avrebbe subito la stessa sorte. [Tommaso Netti, Castelnuovo e gli Austriaci nel 1848, a cura di Antonio Pighi, Verona 1888; Francesco Vecchiato, Castelnuovo del Garda e il 1848 veronese nella cronaca inedita di Gaetano Spandri, Castelnuovo del Garda 2009].

La repressione continuò anche in tempo di pace.

Al suo ritorno, Radetzky decretò lo stato d’assedio e promulgò la “legge stataria”, che prevedeva la pena di morte anche per lievi violazioni delle leggi e consentiva d’arrestare, processare e giustiziare entro sole due ore.Queste norme rimasero in vigore per alcuni anni. [Meriggi, Il Regno, cit., pp. 351-352.]

In soli dodici mesi, dall'agosto del 1848 all'agosto del 1849, furono eseguite 961 impiccagioni e fucilazioni e si ebbero 4.000 condanne al carcere per cause politiche. Le categorie più colpite furono l’aristocrazia, i professionisti, gli intellettuali, ma furono numerosi anche i sacerdoti.

Numerosissimi altri sudditi italiani dell’imperatore d’Austria furono condannati alla pena dolorosa ed umiliante della pubblica bastonatura.

“Dall’agosto al dicembre 1848 furono infatti arrestati e fucilati parecchi cittadini milanesi trovati in possesso di armi mentre diversi altri, cui non toccò una sorta così aspra, vennero comunque sottoposti dall’autorità militare, l’unica autentica padrona della situazione in assenza di una chiara riorganizzazione amministrativa del territorio, all’odiosa cerimonia della «pubblica bastonatura»” [Meriggi, Il Regno, cit., p. 352].

Posteriormente a questi fatti, il solo Tribunale Militare in Este (un tribunale militare itinerante, che non aveva una sede stanziale ma vagava si spostava per il territorio per processare in forma straordinaria e con poche o nulle garanzie per gli imputati) emise nel giro di alcuni anni (i primi anni ’50 del secolo XIX) circa un migliaio di condanne a morte. [Piero Brunello, Ribelli, questuanti e banditi. Proteste contadine in Veneto e Friuli 1814-1866, Venezia 1981]

Contemporaneamente al Tribunale Militare in Este, operavano i tribunali per così dire regolari. Il loro modus operandi si palesa nel processo che condusse alle esecuzioni capitali dei “martiri di Belfiore”.

Un comitato mazziniano, presente in diverse città del Lombardo-Veneto, fu scoperto dalla polizia asburgica, che si servì con abbondanza nelle sue indagini della tortura degli arrestati.

Alcuni fra questi morirono a causa delle sevizie, uno fra loro preferì suicidarsi piuttosto che tradire i compagni perché costretto dalle torture. In totale vennero arrestati 110 patrioti, oltre a trentatré contumaci (fra i quali Benedetto Cairoli).

Nella maggior parte dei casi vennero condannati a morte e poi uccisi nella valletta di Belfiore, a Mantova.

Don Enrico TazzoliNel 1852, dopo il processo ai “martiri di Belfiore”, le madri e le mogli dei patrioti condannati a morte scrissero una lettera collettiva all’imperatore Francesco Giuseppe, chiedendo grazia per uomini che erano colpevoli soltanto d’essere membri dell’organizzazione mazziniana.

Non solo la richiesta fu respinta, ma ai suppliziati, fra i quali vi era anche un sacerdote, don Tazzoli, fu negata la sepoltura in terra consacrata. [Timoleone Vedovi, Cenni biografici dei martiri di Belfiore e di S. Giorgio, Mantova 1872; Alessandro Luzio, I martiri di Belfiore, Milano 1905].

Il feldmaresciallo accompagnò all’impiego della violenza pura e semplice anche l’oppressione economica e finanziaria, per meglio vessare e sfinire le popolazioni.

Al suo ritorno, Radetzy colpì con tasse  pesantissime, beninteso tasse straordinarie e talora persino individualizzate (ad personam) la proprietà fondiaria. [Sked, Radetzky e le armate imperiali, cit., cap. IV].

A queste esose misure, che accrescevano una tassazione già elevatissima per l’epoca, si aggiunsero poi altre imposte straordinarie (189 persone, comprendenti la migliore aristocrazia milanese, pagarono un totale di 20 milioni di lire austriache, quasi 7 milioni di fiorini), una serie d’enormi prestiti forzosi, il sequestro in blocco dei beni degli esuli e dei rifugiati. [Meriggi, Il regno, cit., pp. 352 sgg.].

Durante «gli anni dal 1848 al 1854 […] pur senza ufficialmente proclamarlo, Vienna pretese in sostanza dalle sue province italiane il rimborso delle spese causate dalle insurrezioni» [Meriggi, Il Regno, p. 353].

L’esito complessivo di questo insieme di misure fu, com’era facile immaginare, del tutto controproducente ed accrebbe l’ostilità d’ogni classe sociale nei confronti del dominio straniero austriaco:

«Il regime militare diffondendo ovunque il terrore aggravò l’odio contro i dominatori stranieri. Le numerose esecuzioni capitali di persone trovate in possesso di armi, le bastonature, le multe e le contribuzioni di guerra inasprirono le popolazioni delle città e delle campagne e tolsero ogni efficacia al demagogismo di Radetzky» [Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. III, 1846-1849, La rivoluzione nazionale, Milano 1971, p. 413].

Radetzky giunse ad avanzare progetti di vera e propria pulizia etnica contro gli Italiani.

Egli s’espresse recisamente riguardo al destino della Dalmazia, sostenendo che bisognasse slavizzarla per cancellare l’eredità culturale italiana trasmessagli da Venezia. Ricorda il Dudan in proposito:

«Non bisogna scordare, che Radetzky fu uno dei consiglieri della slavizzazione della sponda orientale dell'Adriatico.» [Alessandro Dudan, “La Monarchia degli Absburgo, origini, grandezza e decadenza; con documenti inediti”, Roma 1915, p. 268].

Il progetto di Radetzky  fu poi realizzato anni più tardi su ordine di Francesco Giuseppe, che impose e portò a compimento la slavizzazione della Dalmazia. [Su questo punto specifico il riferimento è anzitutto all’eccellente studio del professor Luciano Monzali, Italiani di Dalmazia: dal Risorgimento alla grande guerra, Firenze 2004].

Il feldmaresciallo giunse a minacciare gli abitanti del Lombardo-Veneto di compiere una pulizia etnica d’ampie proporzioni, che sarebbe dovuta consistere nelle sue intenzioni nella cacciata od uccisione della classe dirigente locale, sul modello delle “Stragi di Galizia”.

In questa regione asburgica una gravissima crisi agraria provocò nel 1846 un’estesa insurrezione contadina, che condusse al massacro di molte centinaia di proprietari terrieri.

Questa sanguinosa rivolta non incontrò nessuna efficace resistenza dalle autorità militari e di polizia asburgiche e sorse anzi il sospetto che gli amministratori asburgici l’avessero fomentata e favorita, per poter meglio controllare la regione galiziana dividendo fra di loro le etnie che la componevano.

Infatti, l’insurrezione vide i contadini locali, d’etnia rutena, trucidare i proprietari terrieri, d’etnia polacca.

Le minacce di Radetzky di far ripetere in Italia le “Stragi di Galizia”, per quanto contraddittorie rispetto al suo ruolo teorico di garante dell’ordine pubblico (mentre invece in questo modo se ne faceva eversore), non erano vane, poiché anche nel Lombardo-Veneto vi furono nel 1846-1847 diversi tumulti provocati dalla crisi agraria, che furono attribuiti da buona parte dell’opinione pubblica proprio all’azione sobillatrice del governo.

Sono numerose le memorie che riportano le minacce di Radetzky di ripetere in Lombardia e Veneto gli eccidi compiuti in Galizia ed il feldmaresciallo le riferì personalmente nei suoi numerosi proclami posteriori al 1848. [C. A. Macartney, L’Impero degli Asburgo, 1790-1918, Milano 1976, pp. 356-359; Meriggi, Il regno, cit., p. 327.

Cattaneo, Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra, cit., cap. III, “Il generalissimo Radetzki, attorniato da uno stato maggiore di teutomani, agognava al momento di far sangue e roba, millantandosi di voler rifare in Italia le stragi di Galizia. Come dubitarne, quando si vedeva comparire nello stesso tempo in Brescia con autorità militare il carnefice Benedek, e con autorità civile il fratello del carnefice Breindl?”]

Questo nobile austro-boemo infatti odiava e disprezzava le classi cittadine d’Italia, i cui costumi e mentalità gli apparivano scarsamente comprensibili e comunque “diversi” da quelli del mondo feudale da cui egli proveniva.

Tale atteggiamento era condiviso da molti altri aristocratici della regione mitteleuropea, che guardavano con stupore e disprezzo alla nobiltà italiana: la sua esistenza principalmente urbana, la grande attenzione alla cultura ed alla sua promozione, l’impegno economico imprenditoriale, stonavano recisamente con i modelli feudali, rurali e militareschi delle aristocrazie dell’area austriaca e centroeuropea. [Meriggi, Il regno, cit., pp. 107-110, 122-145, p. 322].

Il totale fallimento della politica di Radetzky, fondata unicamente sull’operato delle forze militari e poliziesche, fu evidenziato dall’insuccesso delle due visite dell’imperatore Francesco Giuseppe nel 1851 (marzo-aprile a Venezia, settembre-ottobre a Milano, Como e Monza), che avevano dimostrato inequivocabilmente che le popolazioni italiane erano ostili al governo viennese.

Ancora peggiore, se possibile, fu l’esito del viaggio in Italia della coppia imperiale costituita dal kaiser accompagnato dalla consorte nel 1856-1857.

Il noto biografo di Francesco Giuseppe, Franz Herre, ha fornito una dettagliata descrizione dell’isolamento e dell’ostilità di cui imperatore ed imperatrice si trovarono circondati in Italia [F. Herre, Francesco Giuseppe, Milano 1990, pp. 148-149].

Dapprima la coppia imperiale si recò a Venezia, accolta con freddezza da «un muro di gente silenziosa». Poi, all’interno del palazzo loro riservato scoprì che era stato collocato «un addobbo realizzato nei tre colori della bandiera italiana: sul pavimento della sala da pranzo, in bianco e rosso, era stato steso un tappeto verde.»

La società veneziana disertò il ricevimento ufficiale, tanto che su 130 invitati ne arrivarono soltanto 30, che entrando nel palazzo vennero insultati dalla folla.

Lo Herre informa che Francesco Giuseppe e sua moglie passarono il Natale «in un’atmosfera opprimente: per avere l’albero, dovettero farlo prendere nel Giardino Botanico, un chiaro segno che a Venezia non si trovavano a casa loro».

L’imperatore poi visitò Brescia, su cui «spirava ancora l’aria lugubre che il generale Haynau si era lasciato alle spalle», essendo stata questa città semidistrutta dalle truppe imperiali nel 1849. Infine Francesco Giuseppe si recò a Milano, in cui sia l’ingresso solenne in città, sia lo spettacolo di gala alla Scala videro la quasi totale assenza della popolazione.

Coloro che accolsero il sovrano, entrato nella metropoli ambrosiana il 15 gennaio 1857, erano principalmente contadini dei dintorni che erano stati pagati per tale mansione e che, seppur presenti, rimasero in silenzio.

Nello stesso giorno, una delegazione di membri della società milanese si trovava a Torino per consegnare alle autorità sabaude una somma raccolta per l’acquisto di cannoni, naturalmente destinati ad essere adoperati contro l’esercito asburgico.

Anche i più ricercati incontri mondani organizzati per dare lustro all’imperatore finirono in realtà col palesare la generale ostilità nei confronti del dominio straniero: «Alla Scala, allo spettacolo di gala in onore della coppia imperiale, i palchi erano sì tutti occupati, ma non dai nobili abbonati, bensì dai loro servitori.

Al ricevimento ufficiale, gli austriaci rimasero fra loro: c’erano solo due parvenus della società milanese, che erano dovuti passare correndo fra gli sguardi malevoli di coloro che facevano buona guardia davanti al palazzo».

Le conseguenze negative della politica del feldmaresciallo divennero palesi anche a corte, nonostante l’appoggio che il sovrano aveva sempre dato alle misure dell’anziano ufficiale.

Questo sostegno consentì al Radetzky di governare il Lombardo-Veneto per ben otto anni dopo la rivolta del 1848, prima di essere sostituito nel gennaio 1857 dall’arciduca Massimiliano. La ragione basilare della sostituzione non fu però tanto l’operato verso la popolazione italiana, quanto la critica che il feldmaresciallo si permise della politica estera del sovrano.

Beninteso, l’impiego della violenza per reprimere il dissenso continuò anche dopo la scomparsa dalla scena politica del feldmaresciallo Radetzky, poiché il dominio straniero austriaco era assolutamente impopolare presso i sudditi italiani e poteva reggersi solo ed unicamente con la coercizione e mediante l’imposizione d’un regime d’occupazione militare.

 

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