Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Padre Francesco Saverio Granata, teologo carmelitano, martire della Repubblica Napoletana del 1799

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Il 12 dicembre 1799 il carmelitano Padre Francesco Saverio Granata fu "afforcato" nella piazza del Mercato per aver predicato contro la monarchia e per i principi Repubblicani.

Era nato in Rionero in Vulture il 27 novembre1748 da Ciriaco Granata, un commerciante di origine spagnola, e da Maddalena Lauria, in una famiglia composta da sei fratelli e una sorella.

Ricevette i primi insegnamenti dallo zio Mattia, sacerdote, ed entrò, ancora adolescente, nel seminario diocesano di Melfi e Rapolla, ove apprese i rudimenti delle lettere e delle scienze.

Alla morte del padre, nel 1759, ereditò una rendita vitalizia di 200 ducati e andò a vivere a Napoli col fratello minore Tommaso. Qui continuò gli studi ed entrò nell'Ordine dei carmelitani scalzi, stabilendosi nel convento di Barile ove assunse il nome di Padre Francesco Saverio da Rionero. Divenne lettore di teologia , distinguendosi per le notevoli doti intellettuali.

La permanenza nel convento di Barile fu breve. Fu presto richiamato a Napoli nel convento del Carmine Maggiore, divenendo definitore perpetuo e provinciale. In omaggio al suo apostolato, il suo nome venne scolpito sulla campana maggiore del Carmine.

Qualche temo dopo, per ragioni di salute, fu trasferito nel convento della Trinità degli Spagnoli, situato in una zona più salubre della città.

Grazie all'intervento di Vito Caravelli, di cui era stato allievo, nel 1778 Padre Granata fu nominato professore di filosofia e matematica nell'Accademia militare della Nunziatella.

Negli anni successivi pubblicò due opere, Cenni sulla vita di Nicolò Martino ed  Elementi di algebra e di geometria, a dimostrazione delle sue vaste e varie competenze intellettuali.

Le doti intellettuali erano rese vivaci dalle idee liberali, per cui ben presto si rese inviso al governo borbonico, e quindi vittima dei primi avvertimenti che culminarono con la rimozione dall’insegnamento nel 1787 per due anni.

Nel 1793 Padre Granata divenne Rettore dei carmelitani di S. Maria della Vita, nel convento di Montesanto a Napoli.

Nel 1794 prese pubblicamente le difese del Repubblicano messinese Tommaso Amato, arrestato il 14 maggio nella chiesa del Carmine e giustiziato tre giorni dopo con l'accusa d'aver cospirato contro l’alleanza trono- altare.

L’anno dopo fu lui stesso perseguitato in seguito alla nuova ondata di processi politici della giunta di Stato, che gli costarono quattro anni di carcere nella fortezza di Gaeta insieme con l'abate Monticelli, e Monsignor Forges Davanzati.

Con la nascita della Repubblica napoletana, padre Granata prese parte alla vita politica del nuovo governo napoletano e fu uno dei maggiori esponenti della società patriottica.

Anche il fratello Tommaso e il nipote Luigi ebbero un ruolo nella Repubblica, arruolandosi nella guardia civica. Il carmelitano ebbe inoltre la mansione di commissario del cantone di Sannazzaro, uno dei sei mandamenti in cui era stata suddivisa la città, e si dedicò all'educazione politica e religiosa dei ceti popolari, insegnando la bontà dei valori democratici e Repubblicani che si coniugavano con quelli affermati nel Vangelo.

Tentò di diffondere la sua attività di proselitismo anche nella natia Basilicata, inviandovi per tale fine il giovane Tommaso De Liso.

Nel territorio lucano si stavano consolidando le idee- forze di libertà ed uguaglianza, proprie della cultura politica democratica e Repubblicana a cui Padre Granata diede il suo contributo.

Un elemento di indubbia peculiarità risulta essere stato, proprio in Basilicata, la diffusa presenza di municipalità democratiche e popolari quale risultante di un graduale, ma determinato movimento di impronta istituzionale Repubblicana, che, pur in assenza di truppe francesi, fu forte e articolato nella composizione sociale e professionale.

Era presente una significativa presenza ecclesiastica, con cui Padre Granata intesseva rapporti per delineare un nuovo concetto di cultura religiosa e valori evangelici. Ma non ne ebbe il tempo necessario per la breve vita della Repubblica Napoletana.

Nel giugno 1799, quando i sanfedisti del cardinale Fabrizio Ruffo erano ormai giunti alle porte di Napoli, Padre Granata faceva parte della commissione di diciotto membri istituita dal governo Repubblicano al fine di organizzare la coscrizione militare e la difesa della città.

Dopo la caduta della Repubblica, Padre Granata subì una vera caccia da parte dei controrivoluzionari, riuscendo a darsi alla fuga, mentre veniva saccheggiata la sua abitazione. Arrestato nel convento di Montesanto, dove aveva cercato rifugio, e portato prima al Castello del Carmine e poi a Castelnuovo, restò in carcere circa cinque mesi in attesa della sentenza.

Il tribunale speciale lo condannò a morte il 5 dicembre 1799 come reo di Stato, stabilendo inoltre la confisca dei suoi beni e la sua sconsacrazione.

Fu il vescovo di Ugento, Mons. Panzini, a procedere all'umiliante rito il 9 dicembre 1799.

Il Granata fu accusato dalla Giunta di Stato d'aver predicato in piazza Mercato a favore della democrazia e contro la monarchia e i privilegi feudali, d'aver sottoscritto una petizione insieme con i più accesi Repubblicani, d'aver fatto parte della Società popolare. Dopo 5 mesi di detenzione, il 12 dicembre fu impiccato in piazza Mercato.

 

 

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