Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La barbara esecuzione della bella e innocente Luisa Sanfelice

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Luisa Sanfelice in carcere.Gioacchino Toma 1874E’ la cronaca di una barbara vendetta annunciata quella che Benedetto Croce racconta nella biografia di Luisa Molina Sanfelice [Benedetto Croce- Luisa Sanfelice e la congiura dei Baccher- Palermo, 2004], una bella donna sposata e con figli, corteggiata da uomini sia  repubblicani che realisti.

All’epoca dei fatti la Sanfelice era contesa tra  il giovane Baccher, esponente filo borbonico che si accingeva con gli altri a congiurare contro la Repubblica Napoletana del 1799, ed il repubblicano Ferdinando Ferri.

Le circostanze furono fatali. Il Baccher consegnò alla donna un biglietto che le avrebbe garantito la salvezza quando sarebbero iniziati i tumulti dei controrivoluzionari, ma Luisa ne parlò al corteggiatore repubblicano e la congiura contro la Repubblica fu sventata.

Il Monitore Napoletano di Eleonora Pimentel Fonseca, nel numero del 13 aprile 1799, decantava il nobile gesto:

 “Una nostra egregia cittadina Luisa Molina Sanfelice, svelò venerdì sera [5 aprile] al governo la cospirazione di pochi …Essa, superiore alla sua gloria, ne invita premurosamente a far noto che ugualmente con lei è benemerito della Patria in questa scoperta Vincenzo Cuoco”.

In effetti il ruolo svolto da Luisa era stato amplificato, se intendiamo far fede a quanto scrive il Colletta a tal proposito: “Stava la Sanfelice timorosa di pubblico vituperio, quando si sentì chiamare salvatrice della Patria”.

Il sacerdote repubblicano Michelangelo Cicconi le dedicò dei versi in dialetto. La  Sanfelice aveva compiuto un gesto da donna che era corteggiata e contraccambiava. Ciò che aveva fatto, lo aveva fatto solo per amore, di un amore infedele, ma comunque da non meritare la brutale e barbara esecuzione che le fu riservata al ritorno dei Borbone e che la annovera tra gli ultimi martiri della Repubblica Napoletana del 1799.

Scrive Benedetto Croce: “Mentre a Napoli il suo nome era circondato da tante serti di lodi fiorite, c’er, a Palermo un altro che, in istile ben diverso, lo metteva in iscritto in sua lettera: re Ferdinando che, nell’inviare al cardinale Ruffo la lista delle persone da fare arrestare e giudicare al suo ritorno di pochi ma scelti ministri sicuri, includeva una  certa Luisa Molines Sanfelice ed un tal Vincenzo Cuoco, che scoprirono la controrivoluzione dei realisti, alla testa della quale erano i Baccher padre e figlio”.

E per Luisa Sanfelice il ritorno dei Borbone fu una condanna a morte, una decapitazione brutale, barbara, inattesa, che scosse gli stessi ambienti borbonici a Napoli e gli stessi lazzari. Una lenta agonia, in tutti i sensi.

Iniziato il processo a settembre del 1799, dopo che quasi tutti i patrioti repubblicani erano stati messi a morte, la Giunta di Stato, quella stessa che il Borbone aveva voluto formata da pochi, ma scelti ministri, comprese che si trattava di pura vendetta per la congiura fallita.

Sapevano, inoltre, di non esservi una legge che “condanni a morte chi scopra congiure a quel governo sotto di cui si trova; e che colei non era, per tal motivo, resa di lesa maestà o di ribellione verso il Re, che non poteva certamente sapere se veniva o no giovato dalla controrivoluzione ch’ella scoprì”.

Nella giunta si divisero i pareri e uno dei componenti, Antonio Della Rossa, direttore generale della Polizia, non ritenne la Sanfelice rea da patir la morte. Siccome non c’era stata unanimità nella condanna, la Giunta aveva preso quale esempio la costituzione della Sicilia, che ammetteva la condanna a maggioranza, ma  nonostante le proteste degli avvocati della difesa, Luisa Sanfelice fu condotta “ in cappella “ in attesa della decapitazione.

Quando la Giunta si appellò anche ad un dispaccio reale del re del 7 settembre che prescriveva un giudizio abbreviato “con processo sommario e de mandato”, in quell’occasione il direttore generale di Polizia Della Rossa, scrive Benedetto Croce, “non ostante l’immenso diluvio che faceva, essendo stata un’orrida giornata, corse alla Giunta e fece i più alti strepiti contro un così crudele ed irregolare modo di procedere; arrivò a dire ai compagni che invece di fare i ministri potevano fare i boia e situarsi al Mercato per apprendere e spendere la gente; chiese conto del dispaccio e volle che si rendesse noto”.

Fu in tal modo che si seppe del dispaccio reale e l’esecuzione della Sanfelice fu sospesa.

Ma Ferdinando IV non demordeva: la vendetta doveva compiersi. Inviò così un nuovo dispaccio il giorno 20 settembre da Palermo in cui “comandò che la giustizia facesse il suo corso”.

Vistasi perduta, la Sanfelice disse di essere incinta per sospendere la sentenza di morte.

I primari inviati per esaminare la sua gravidanza ne confermarono lo stato.

In fondo, tutti sapevano che era una finzione ma, scrive Croce, “ i medici, per compassione e per ribrezzo di collaborare col carnefice, avevano attestato tutto quello che s’era voluto”.

In particolare Don Antonio Villari , uno dei più autorevoli medici napoletani, attestò lo stato di gravidanza, e per questo fu motteggiato dal gudice Speciale, ma nobili furono le parole che il dottor Villari rivolse a costui: “ Sentite, consigliere, se c’è una persona che merita la forca, siete voi. Pure vedete, se voi foste condannato a morte e diceste di esser gravido, io l’attesterei!”

La povera Sanfelice ebbe un periodo di pace di alcuni mesi nel carcere della Vicaria e tutti pensavano che la sua condanna a morte fosse stata evitata. Lo stesso Francesco Lomonaco, nel Rapporto al cittadino Carnot inseriva il nome di Luisa Sanfelice tra quelli a cui era stata commutata la condanna di morte con la reclusione nella fossa della Favignana.

Invece nel luglio del 1800, il re volle che la Sanfelice fosse trasportata a Palermo per un’altra visita che accertò ciò che tutti già conoscevano: la gravidanza non esisteva. L’ultima che cercò di salvarle la vita fu la principessa ereditaria Maria Clementina che, avendo dato alla luce un maschio, l’atteso erede al trono, chiese la grazia per la Sanfelice, ma Ferdinando la respinse sdegnato.

Il destino era già scritto, e dopo tanti giorni di strazio, giunse quello di  un’esecuzione barbara, “una scena selvaggia “, come la definisce Benedetto Croce.

Condotta al patibolo l’11 settembre 1800 in piazza Mercato, “La Luisa, circondata e sorretta dai fratelli dei Bianchi, salì sul palco. E si facevano gli estremi preparativi, e le infami mani del carnefice l’acconciavano sotto il taglio della scure, quando un soldato, di quelli che assistevano all’esecuzione, lasciò sfuggire accidentalmente un colpo di fucile. Il carnefice, spaurito e già sospettoso di qualche tumulto, a questo si turbò e lasciò cadere in fretta la scure sulle spalle della vittima: sicché poi, tra le grida d’indignazione del popolo, fu costretto a troncarle la testa con un coltello. Quelle povere membra, che avevano finito di soffrire, furono sepolte nella prossima chiesa di Santa Maria del Carmelo.”

Dove giacciono tutt’oggi, nei sacelli fangosi, con quelli di tanti altri eroi del 1799, ad onta del loro sacrificio per la libertà di un popolo, vergognoso oblio della nostra sacra memoria storica.

 

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