Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Il Risorgimento veneziano e il contributo volontario napoletano del 1848-1849 rimossi dalla memoria collettiva

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Attilio ed Emilio BandieraIl cattolicesimo vaticano e i suoi servi storici del passato e del presente, hanno combattuto il Risorgimento liberale, costituzionale, nazionale, laico.

Uno degli esempi riscontrati recentemente di questa opera volpina è quello dei monumenti del Risorgimento veneziano, i cui simboli sono resi ignoti o generici per i milioni (circa venti) di visitatori, che affollano ogni anno quella mirabile città universale, la prima metà turistica d'Italia.

Tra i primi martiri del Risorgimento italiano vi sono i memorabili veneziani i Fratelli Bandiera, Emilio e Attilio, e Domenico Moro, promotori nel 1844 di un moto mazziniano unitario nel Mezzogiorno e fucilati dai Borbone coi compagni, tra i quali l'amico e concittadino Moro, presso Cosenza.

I loro feretri furono traslati a Venezia nel 1867, un anno dopo il ritorno del solo Veneto (non del Trentino, dell'Istria, della Dalmazia) all'Italia con la III guerra di indipendenza, e collocati nella chiesa di S.Giovanni e Paolo, che è un pò il Pantheon della storica Repubblica di Venezia coi suoi splendidi sepolcri dei Dogi.

Ebbene, non v'è nè fuori della Chiesa, nè nelle guide che dell'edificio si vendono, nè nelle registrazioni audio descrittive del tempio un minimo cenno a questa presenza risorgimentale e lo stesso percorso nell'edificio è soggetto ad un biglietto, come non accade nemmeno alla Basilica di S,Marco,  che limita la visita ai già pochi turisti che si avventurano in quell'area, già un pò periferica nei confronti dei classici percorsi veneziani.

 

Daniele ManinLa figura più luminosa del Risorgimento veneziano, della storia politica, intellettuale della città, uno dei protagonisti del Risorgimento italiano, è quella di Daniele Manin (Venezia, 1804- Parigi,1857), interprete della storica dignità politica e intellettuale veneziana contro il dominio austriaco e per l'unità d'Italia, incarcerato, ma poi liberato dal popolo insorto il 17 marzo 1848, presidente e simbolo della straordinaria e memorabile Repubblica di S.Marco, durata dal 22 marzo al 22 agosto1849, caduta dopo eroico assedio, che produsse poi l'esilio amaro e doloroso di Manin con la famiglia a Parigi, dove morì.

Dopo il ritorno di Venezia all'Italia, le sue spoglie tornarono con onore pubblico nella cara città natale con quelle della moglie e della figlia nel 1868 e collocate inizialmente e doverosamente nella Basilica di S.Marco, ma ebbero subito l'ostracismo clericale cattolico e dei loro servi, per cui furono rimosse e collocate in un angolo periferico all'esterno della Basilica, pur con dignitosa tomba marmorea e cancellata.

Ma essa è priva di qualsiasi lapide o indicazione marmorea analitica, per cui resta solitaria, sostanzialmente emarginata e non visitata, senza un vessillo o un tricolore, mentre sulla contigua facciata dell'Arcivescovato sventola la bandiera vaticana e due lapidi ricordano analiticamente gli arcivescovi veneziani Roncalli e Luciani, divenuti papi.

Nessuno sa poi che in quello spazio è sepolto anche il figlio di Daniele Manin, Giorgio, che fu uno dei Mille di Garibaldi, combattè a Calatafimi e fu ferito. Partecipò da valoroso anche alla III guerra di indipendenza del 1866, con la quale si ebbe il ritorno di Venezia nel seno dell'Italia unita.

La bella e grande statua di Manin, opera dello scultore Luigi Borro, del 1875, è collocata presso la sua casa natale, al Campo che prende il nome da lui, ma è periferica nei confronti dei vasti flussi di visitatori.

Era abbandonata, ma, anche dopo il restauro per il 150mo, non ha visto un richiamo marmoreo analitico su di lui, che resta un carneade per il livello culturale dei pochi turisti di oggi, che vi passano.

Un commovente luogo foscoliano risorgimentale di Venezia è lo spazio ovest dietro la mirabile Piazza S.Marco, Largo dell'Ascension: vi sono bassorilievi e lapidi dei protagonisti della storia politica e civile veneziana, compresi Emilio, Attilio Bandiera, Domenico Moro.

La lapide con i bassorilievi dei busti dei tre Martiri veneziani dice" Attilio Emilio Bandiera Domenico Moro/Figli di Venezia/nell'alba dell'epica  lotta/per la indipendenza della Patria/ne affermarono l'indomito amore/con gli eroici ardimenti/e nel vallone di Rovito/con il sacrificio della giovine vita/ai Fratelli d'ogni parte d'Italia/auspicio di sicuro trionfo".

Due lapidi e bassorilievi ricordano il memorabile, spesso ignorato, contributo dei circa duemila volontari napoletani, che andarono a combattere tra il 1848 e il 1849 a difesa della Repubblica di San Marco, al comando del generale Guglielmo Pepe, dopo aver combattuto con valore durante la I guerra di indipendenza in Lombardia, specialmente nello scontro di Curtatone e Montanara del 29 maggio 1848.

Errico CosenzTra gli ufficiali che guidavano i volontari c'era Errico Cosenz, futuro protagonista dell'impresa dei Mille, già amico di Pisacane, tra i responsabili della presa di Roma dell'epocale 20 settembre 1870, primo capo di Stato Maggiore dell'Esercito italiano.

Cosenz nella difesa di Venezia fu ferito ben quattro volte, meritando riconoscenza e riconoscimento tanto che uno dei forti della terraferma intorno a Mestre è a lui intestato, come ad altri protagonisti napoletani, alcuni dei quali diedero la vita, come Cesare Rosaroll e Alessandro Poerio.

Tra i volontari napoletani di Venezia c'era anche il giudice caporale Errico Amante, che aveva combattuto già con valore a Curtatone ed era stato ferito, nativo di Fondi, grande studioso del diritto romano e di Giambattista Vico, amico fraterno per tutta la vita di Francesco De Sanctis, che conobbe poi la persecuzione borbonica, fu presidente con l'Unità d'Italia di Corte di Appello, senatore, promotore nel culto di Roma e della romanità, specialmente dopo la presa della Città eterna e la sua proclamazione a capitale d'Italia, di una Confederazione Latina tra i popoli più direttamente eredi delle virtù romane, Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, e in particolare la Romania, per il cui Risorgimento, per la cui unificazione egli si spese per quasi tutta la vita, esaltando quella millenaria fedeltà alla indelebile appartenenza alla romanità iniziata con la conquista di Traiano del II secolo dopo Cristo e immortalata dalla colonna che da lui prende nome e dalla lingua neolatina ancora oggi parlata.

La Confederazione Latina con sede del Senato federale al Campidoglio, che non doveva essere ridotto ad anacronistica sede municipale, aveva il compito principale di difendere il mondo latino dal minaccioso espansionismo del mondo tedesco e del mondo russo. Diceva "In foedere et praesidium et pax "(nell'alleanza stretta soltanto vi sono la difesa e la pace).

Errico AmanteErrico Amante è stato profeta inascoltato delle tragedie del Novecento, legate a tedeschi e russi.

Per amore di Roma e della romanità Errico pose i nomi di Romolo e di Bruto a due suoi figli, mentre al terzo diede il nome di Manin, in omaggio al grande protagonista della ripresa della Repubblica di Venezia, che Amante considerava diretta e grande erede civilizzatrice di Roma, essendo stata costruita dagli abitanti romani di Aquileia e di Padova, rifugiatisi nelle isole della laguna per difesa dei barbari goti ed unni, che invaserò, devastarono, il resto della penisola, riducendo tragicamente per i destini futuri d'Italia, insieme all'egemonia antropologica cristiana, il peso e l'eredità romani.

La lapide di Poerio con il bassorilievo in bronzo del busto, scoperta nel 1916, dice"Alessandro Poerio/di Napoli/soldato e poeta della libertà/morto di gloriose ferite/nella difesa di Venezia del 1848-1849/mostrò per esempio sublime/come carità di Patria/ne raccolga in un solo ideale/ispiri ad un concorde sacrificio/i figli magnanimi".

La lapide con i bassorilievi in bronzo dei busti di Gabriele Pepe in alto e di Errico Cosenz, Girolamo Ulloa, Carlo Mezzacapo, Cesare Rosaroll dice, dopo aver citato i quattro nomi"Ufficiali napoletani/offersero vita e sangue a Venezia/per convincere il mondo/esservi tutta una Italia/insofferente di giogo straniero/1848-1849"

Ma quest'ultima è occlusa per gran parte da un chiosco posto quasi intenzionalmente a vietarne la visione precisa e la lettura e al centro del Largo c'è una struttura pare di lavori temporanei, che sembra volpinamente permanente, onde distorcere, attenuare la vivida emozione foscoliana che un angolo così suggestivo potrebbe destare, se il tutto fosse curato con sacralità e rispetto, come merita."

 

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