Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Una e Indivisibile

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“Il Risorgimento fu un lungo percorso di liberazione dallo straniero e dai tiranni”.

In tale maniera si può compendiare il testo di Giorgio Napolitano - Una e Indivisibile - che raccoglie i tanti interventi tenuti in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, in cui il presidente della Repubblica, uomo del Sud,  ha colto ogni occasione per esaltare il glorioso Risorgimento, respingendo decisamente le tendenze di coloro, “ le cui tesi non vale nemmeno la pena di commentare”, e che si dedicano ad un “nostalgico idoleggiamento del Regno Borbonico”, come respinge decisamente il pensiero di coloro che, "grossolanamente" denigrano la straordinaria figura di Garibaldi.

Gli appassionati interventi  raccolti nel testo fanno riferimento a quella storiografia seria che ha analizzato con competenza e rigorosa documentazione i vari momenti del percorso che portò all’Unità.

Non vi fu per niente alcuna “conquista” del Mezzogiorno, mentre è più che pacifico che il Mezzogiorno fu “soggetto attivo e determinante del processo che condusse all’Unità d’Italia”.

E il Mezzogiorno- scrive Giorgio Napolitano - “si era aperto la strada verso la conquista della libertà con il suo Quarantotto e con il sostegno all’impresa di Garibaldi”.

Anzi il Mezzogiorno conquista sul campo attivamente la sua liberazione dal Regno borbonico già dopo i moti del 1820 e da allora, da quell’anno,in maniera graduale ma decisa, attua la sua “ liberazione”.

Anche nei due anni decisivi del 1859 e del 1860 “la componente risorgimentale ebbe un ruolo cruciale nella liberazione dell’Italia meridionale”, anche se, dopo l’Unità, vi fu il brigantaggio meridionale “su cui fece leva il tentativo borbonico di suscitare una guerriglia politica ai fini della restaurazione”.

E’ anche improprio parlare di piemontesi in quanto, "con l’annessione della Lombardia, dell’Emilia e della Toscana, il Regno sabaudo superò gli 11 milioni di abitanti, diventando un non più trascurabile Regno centro-settentrionale".

Nel capitolo “ Il ruolo cruciale della Sicilia”, Napolitano sottolinea altresì come la rivoluzione Siciliana contro la tirannia borbonica fu la prima rivolta dei moti rivoluzionari in tutta Europa di tale anno, e gli ideali del popolo siciliano erano gli stessi di tanti anni precedenti: affrancarsi dal Regno Borbonico, ottenere l’indipendenza nell’ambito di un’unificazione nazionale, già interiorizzata tanti anni prima dell’Unità.

I siciliani odiavano quel regno delle Due Sicilie governato da tiranni quali furono i Borbone.

Quindi l’autore ripercorre i vari moti insurrezionali siciliani affermando che “senza la Sicilia e il Mezzogiorno non si sarebbe certo potuto considerare compiuto quel processo”.

L’autore dedica un capitolo a Cavour, respingendo parimenti la tesi di coloro che non riescono a comprendere che Cavour aveva uno slancio ideale che lo avrebbe condotto a desiderare ardentemente l’Unità, e cita la sua decisa volontà espressa più volte di volere che Roma fosse la capitale.

L’obiettivo di Cavour di "Libera Chiesa in Libero Stato" è la testimonianza che Cavour non aveva dubbi che Roma dovesse essere il luogo del Parlamento Nazionale.

Giorgio Napolitano riporta le parole chiare, limpide dei suoi discorsi in Parlamento a Torino, ove ebbe a dire in maniera decisa: "Perché noi abbiamo il diritto, anzi il dovere di chiedere, d’insistere perché Roma sia riunità al’Italia? Perché senza Roma Capitale d’Italia, l’Italia non si può costituire".

Molto toccante è il capitolo dal titolo “La memoria del Tricolore” in cui l’autore ricorda che “a Reggio Emilia, il 7 gennaio 1797, fu stabilito che la bandiera della neonata Repubblica Cispadana sarebbe stato un vessillo bianco, rosso e verde”.

L’autore ricorda ancora come i “ tanti tricolori” delle Repubbliche sorelle  del 1799 avrebbero portato, dopo più di sessant’anni, a riconoscere in quei colori della Repubblica Cispadana i colori della bandiera nazionale.

 

 

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