Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Quel Conte di Ruvo che voleva gli uomini tutti liberi e uguali: Ettore Carafa

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Pescara, monumento ad Ettore CarafaQuando il Conte di Ruvo, Ettore Carafa (1767- 1799) fu condotto verso il palco della morte quel  4 settembre del 1799, allestito dai Borbone in Piazza Mercato, giunse al patibolo a testa alta. Ascoltò la sentenza con fierezza, si spogliò da solo e respinse l’indicazione del boia a mettersi in ginocchio sotto la mannaia. Si dispose supino e sbendato, fissando la mannaia che stava ponendo fine alla sua giovane vita.

Cosa spinse quel conte, figlio del Duca di Andria, Conte di Ruvo Riccardo Carafa e della duchessa Margherita Pignatelli Monteleone, a volersi spogliare del suo titolo nobiliare e a sacrificare la sua vita per la Repubblica Napoletana del 1799?

Semplicemente, ma decisamente la libertà, l’amore della libertà, dell’eguaglianza e della democrazia repubblicana.

Tali sentimenti erano talmente radicati in lui che, come evidenzia Antonella Orefice nel testo  La Penna e la Spada, a casa del municipalista di Pescara Ignazio Monasterio, sfasciò con un coltello il ritratto di un re, qualsiasi re.

Pur se la storia dei patrioti napoletani del 1799 è difficile da ricostruire, avendo Ferdinando IV ordinato di far sparire ogni traccia di processi e qualsiasi documento a ricordo della gloriosa Repubblica Napoletana, la ricerca storica seria è riuscita a riportare alla luce il sogno dei martiri repubblicani, compreso quello di Ettore Carafa

E’ la storica Antonella Orefice che ci ricorda come nel romanticismo dell’Ottocento, scrittori quali Alexandre Dumas, Atto Vannucci ed Ippolito Nievo abbiamo esaltato la figura di Ettore Carafa quale “guerriero antico, furente e temerario”.

Al di là della retorica egli fu un uomo “nobile e ribelle nell’animo che combattè contro i pregiudizi e le ingiustizie del suo tempo presagendo il futuro”.

Ed Ettore Carafa era nato ad Andria il 29 dicembre del 1767 in pieno oscurantismo, anche lui, spirito libero come Eleonora De Fonseca Pimentel , “vissuta come un personaggio venuto dal futuro e costretta a vivere nel passato“, come scrive Antonella Orefice a proposito della “penna“ della Repubblica.

Ed è su questo essere precursori di un tempo a venire che va collocata la storia di Ettore Carafa come degli altri martiri della Repubblica Napoletana.

“Quegli uomini ebbero il torto di nascere in anticipo sui tempi” scrive egregiamente il famoso giornalista e storico Indro Montanelli che ha dedicato un bel capitolo alla Repubblica Napoletana del 1799 nel suo testo “L’Italia carbonara e giacobina”.

Primo di nove figli, Ettore si recò con il suo precettore in Francia ove conobbe e fortemente interiorizzò i principi della Rivoluzione Francese.

Quando tornò a Napoli, proprio nel 1789, non poteva nascondere le sue idee e, come scrive la Orefice “se era riuscito a tener segreta alla famiglia l’esperienza francese , la cosa non era sfuggita alla perfida Carolina”. Tuttavia fu facile per le spie della regina additare Ettore Carafa, dato che non faceva mistero delle sue idee.

A tal riguardo qualche autore ha scritto che fu Ettore Carafa a tradurre dal francese la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo, ma Antonella Orefice cita Benedetto Croce per comunicare che in realtà il traduttore di tale Dichiarazione fu Carlo Lauberg. Quindi, in quel clima di repressione delle nuove idee, il Conte di Ruvo fu arrestato nel 1795 e rinchiuso a Sant’Elmo per ben tre anni.

Durante questo periodo morì il padre Riccardo Carafa senza poter vedere il suo figliolo libero ma, prima di morire, nominò il carissimo Ettore suo erede universale, certo che un giorno sarebbe stato un uomo libero.

Allorchè Ettore conobbe la volontà del padre, rifiutò di assumere il titolo di Duca D’Andria , come anche un matrimonio combinato con una fanciulla nobile. Commenta la Orefice: “Fu la libertà sua fedele e amata compagna fino alla fine”.

Libertà che riconquistò nel 1798, evadendo dal carcere e nel testo  La Penna e la Spada  sono riportate le varie modalità di evasione riportate da vari storici in maniera più o meno romanzesca.

Diecimila ducati fu la cifra che i Borbone misero quale taglia sul giovane Conte di Ruvo di cui fu data la seguente descrizione: “statura piuttosto bassa, corporatura delicata, capelli e ciglia castani e ricci, occhi cerulei, viso ingrugnato”. Ciò ci conduce immancabilmente al buon lavoro fatto dalla storica Antonella Orefice, la quale ha dimostrato che dei tre ritratti che sono stati attribuiti ad Ettore Carafa, quello con la divisa da generale è decisamente il  più attendibile, dimostrando che il presunto, pubblicato nel 2006, è un eclatante falso storico, trattandosi di Riccardo Carafa, padre di Ettore. Lo stesso ritratto era stato già pubblicato da Salvatore Di Giacomo nel catalogo della mostra storica per i primi cinquanta anni dell’Unità d’Italia.

Dopo le battaglie per la Repubblica Napoli, i patrioti napoletani del 1799 furono sconfitti “da quel miscuglio di spirito protestatario contro qualsiasi novità e di uzzolo di saccheggio che si chiamava sanfedismo“ come scrive Indro Montanelli, il quale aggiunge che il cardinale Fabrizio Ruffo “da vero prelato della chiesa cattolica, senza illusioni sulla natura umana, patteggiò con tutti, anche coi più infami e sanguinari briganti, pur di attrarli dalla sua parte. E quando non potè evitarli, finse di non vederne i delitti i soprusi, le ruberie”.

Quando i francesi abbandonarono la Repubblica Napoletana, i patrioti napoletani si trovarono soli. Ettore Carafa combattè fino all’ultimo, tenendo le sue posizioni a Pescara e per riuscire a sconfiggere la sua resistenza anche in quel caso si ricorse ad un inganno, di cui fu protagonista colui che Indro Montanelli definisce “uno dei più scellerati briganti abruzzesi , Giuseppe Pronio.”

Così Ettore Carafa tornò a Napoli in una gabbia di ferro  il 19 agosto e rinchiuso nel castello del Carmine ove sopportò con forza le più terribili torture prima di essere condotto il 4 settembre al patibolo e “decollato senza pompa”, ossia senza che i servitori potessero assisterlo nei suoi ultimi momenti.

Ettore Carafa, Conte di Ruvo, che volle essere un semplice cittadino della Repubblica, morì in maniera eroica, ascoltando la sentenza con fierezza, privandosi dei vestiti  da solo e respingendo con decisione l’indicazione del boia a mettersi in ginocchio sotto la mannaia. Si dispose supino e sbendato, fissò la lama assassina, e poi quel cielo di settembre,  con il pensiero rivolto ai suoi compagni già assassinati. Non avrebbe mai accettato altro privilegio. Hoc fac et vives.  (Fa’ questo e vivrai).

 

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