Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Borbonia felix. Il Regno delle Due Sicilie alla vigilia del crollo

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Lunedì 7 Ottobre 2013 dalle ore 17:30 presso la libreria Feltrinelli in via S. Tommaso D'Aquino, Napoli, sarà presentato il volume di Renata De Lorenzo  Borbonia felix. Il Regno delle Due Sicilie alla vigilia del crollo.

Ne discuteranno con l'autrice Marco Meriggi e Marta Petrusewicz. Coordina Marcella Marmo.

Il testo, è stato giustamente definito "una boccata di ossigeno in un quadro sconfortante creato da una pubblicistica rozza che sta approfittando, spesso per bieche ragioni commerciali, del rancore seminato da politici senza scrupoli". (v. articolo Corriere della Sera)

Al dibattito storiografico sul Mezzogiorno borbonico e sulle cause del suo crollo contribuisce dunque in maniera eccelsa questo recente studio della storica e docente universitaria Renata De Lorenzo, Borbonia Felix – Il Regno delle Due Sicilie alla vigilia del crollo, che analizza le complesse vicende che portarono alla fine della monarchia borbonica.

L’autrice non nasconde l’intento di respingere la vulgata di una certa storiografia quasi sempre aliena da un’accurata ricerca scientifica che persegue l’obiettivo di addebitare il crollo del Regno del Sud sia a un disegno egemonico di colonizzazione del Mezzogiorno, concepito scientemente da Cavour, sia a un ben architettato complotto internazionale ordito da Francia e Inghilterra (pur concorrenti fra loro per le rispettive logiche diplomatiche e d’interesse), al fine di impadronirsi delle risorse più appetibili della Sicilia e del Napoletano.

Come scrive Alessandro Barbero nella prefazione - “ il pubblico di riferimento di queste mistificazioni varia a seconda delle zone d’Italia: al Nord , condivide l’dea che l’unificazione del paese sia stato uno sbaglio perché il Nord senza il Sud starebbe stato meglio; nel mezzogiorno è vittima della favola consolatoria per cui il Regno delle Due Sicilie era un paese prospero e avanzato”.

Dal testo emerge come il repentino crollo del Regno delle Due Sicilie fu dovuto ad un isolamento internazionale di un regime assolutistico, che non riusciva a cogliere che, oltre ai concetti di Nazione e di Patria, si andavano imponendo le parole di libertà, uguaglianza, repubblica, democrazia contro un Ancien Regime di tirannia, schiavitù,, oppressione.  Si affermavano i tempi in cui non si poteva identificare il sovrano con il primo ministro.

Nel 1848 e nel 1860 – evidenzia Renata De Lorenzo - i Borbone devono confrontarsi con un quadro europeo in cui non vi è più una legittimazione dinastica tradizionale di diritto divino, bensì “una legittimità di tipo nazionale – rappresentativo, pur con modalità diverse da paese a paese” che i Borbone tendono a disconoscere .

L’autrice ricorda che, allorché Luigi Filippo nel 1830 aveva consigliato a Ferdinando II di concedere pur minime riforme liberali, il sovrano aveva risposto in maniera sprezzante: “ Al mio popolo non serve pensare: mi occuperò io del suo benessere e della sua dignità”.

In tal maniera Ferdinando II non riuscì a comprendere che non poteva realizzare un miglioramento di carattere economico, senza affrontare le questioni etico-politiche che pur gli suggeriva Luigi Filippo. Invece il Regno di Sardegna era l’unico Stato italiano che seppe gradualmente darsi una costituzione.

Primaria importanza assume inoltre la scelta separatistica della Sicilia che reclamava quella costituzione, termine sconosciuto ai Borbone, salvo i casi in cui si trovarono a subirla per un breve periodo.

Il crollo dello Stato borbonico - sostiene la storica De Lorenzo - è “attaccato militarmente e politicamente nel suo punto più debole:la Sicilia.

“La Sicilia ambiva all’autonomia ed era portatrice di un forte sentimento indipendentista prima del 1848; i siciliani odiavano quel Regno delle Due Sicilie, governato da tiranni quali i Borbone”.

 La prima delle tante rivoluzioni europee del 1848 avvenne proprio in Sicilia il 12 gennaio 1848 e fu la prima dei moti rivoluzionari in tutta Europa di tale anno. Gli ideali del popolo siciliano erano gli stessi degli anni precedenti: affrancarsi dal Regno Borbonico, ottenere l’indipendenza nell’ambito di un’unificazione nazionale, già interiorizzata tanti anni prima dell’Unità.

Nel prosieguo il testo Renata De Lorenzo si pregia di un’attenta e completa analisi delle famiglie di patrioti meridionali che, con il loro esempio di vita, costruirono una coscienza nazionale patriottica, conoscendo l’umiliazione dell’esilio.

In particolare alla famiglia Poerio l’autrice dedica la parte centrale del testo, trattando dei vari componenti, dal padre Giuseppe, che aveva partecipato alle vicende della Repubblica Napoletana del 1799, al letterato figlio Alessandro, per dedicarsi a Carlo Poerio, uomo simbolo del malgoverno e della repressione borbonica. Il suo ingiusto processo ebbe  risonanza europea.

Quando Garibaldi il 18 agosto varca lo Stretto, le forze di terra borboniche si arrendono quasi senza combattere, e Garibaldi farà leva proprio sull'ostilità dei Siciliani verso i Borboni.

La De Lorenzo riporta la tesi  degli storici Beales e Biagini per comunicare la differenza fra la situazione del 1860 e quella delle precedenti rivoluzioni liberali del 1820-21 e del 1848- 1849:

“Nel 1860 la Sicilia potè fungere da base per un potente esercito, mentre il re non ebbe né basi né alleati stranieri. Perciò nel 1860 fu la Sicilia che conquistò Napoli piuttosto che il contrario”.

Il 1860 è il momento del ritorno di tanti esuli meridionali arrestati o costretti a rifugiarsi al Nord e all’estero, tra cui lo stesso Carlo Poerio, Luigi Settembrini, Silvio Spaventa e Francesco De Sanctis.

Inoltre non poteva più reggere il supporto dato dalla Chiesa alla monarchia borbonica in nome di “una convinzione dell’inconciliabilità tra religione cattolica e ideologia liberale “.

Nella rilettura di mezzo secolo di storia del Sud l’autrice tocca solo marginalmente la questione di un presunto mito di primati del Regno Borbonico in merito alle infrastrutture.

Uno degli esempi più evidenziati dai filoborbonici è il primato della ferrovia Napoli- Portici nel 1839, come la linea Napoli - Caserta – Capua che portava alla Reggia di Vanvitelli. Ma qual era la situazione al momento della proclamazione dell’Unità d’Italia? Il 17 marzo 1861 la pianura padana, soprattutto il Piemonte , aveva un rete ferroviaria di 1372 km , in prevalenza sulle direttive Torino- Venezia e Milano – Bologna , mentre la rete ferroviaria del Regno borbonico si estendeva in una linea di soli 99 km.

Scrive Renata De Lorenzo “ Di qui l’equivoco del primato , che è tale solo se diventa volano per instaurare una normalità continua e produttiva.”

 

 

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