Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Il narciso Curzio Malaparte, camaleonte dalle mille vite

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Aveva fatto costruire una villa a Capri su un irto promontorio roccioso a picco sul mare e l’aveva battezzata «Casa come me».

Qui nel 1944 Curzio Malaparte spesso incontrava Palmiro Togliatti oppure venivano a trovarlo alcuni giovani comunisti di Napoli, come Giorgio Napolitano, Eugenio Reale, Velio Spano. Ma a giugno, liberata Roma, Mario Alicata impose l’alt alla frequentazione, a causa dei trascorsi fascisti dello scrittore.

È uno degli episodi inediti della vita del grande autore di Kaputt, di Tecnica del colpo di stato e de La pelle raccontati nella monumentale biografia di Maurizio Serra, Malaparte. Vite e leggende, edita l’anno scorso in Francia e pubblicata ora anche in Italia per i tipi della Marsilio (592 pagine, euro 25).

Un aneddoto rivelato proprio da Giorgio Napolitano, nel colloquio con Serra che chiude il volume.

Forte di testimonianze di prima mano e di una vasta documentazione d’archivio, tra cui i rapporti della polizia francese e alcune lettere di Henry Miller e di Céline, Maurizio Serra, ambasciatore italiano all'Unesco, ma anche storico della cultura, ne traccia un profilo esaustivo, in cui lo scrittore toscano, originario di Prato, appare da un lato un intellettuale «di respiro autenticamente internazionale», d’altro canto un «Narciso intriso della tragicità del mondo», un dandy gelido, anzi quasi «minerale», per il quale l’Io è il solo faro nella notte, e conta più di ogni cosa. Più delle donne e più della politica.

 Nazionalista e cosmopolita, pacifista e bellicista, élitario e populista, scrittore politico dalla nitida scrittura e romanziere dall’immaginazione barocca, arcitaliano e antitaliano, talvolta un po’ ciarlatano (scrisse e riscrisse più volte la sua autobiografia, farcendola di menzogne), Kurt Erich Suckert, divenuto dopo il 1925 Curzio Malaparte, non finisce di sconcertarci per la sua modernità e per le sue continue sfide a ogni convenzione.

Ma Malaparte è anche un camaleonte dalle mille vite.

E come altrimenti definire un intellettuale che fu interventista combattente nella Grande Guerra, sostenne con entusiasmo il fascismo rivoluzionario totalitario, ma al tempo stesso era amico di Piero Gobetti.

Uno che diresse a soli 30 anni La Stampa, dalla quale fu cacciato perché ebbe una relazione con Virginia Agnelli, testimoniò in favore degli assassini di Matteotti, lodò Mussolini e i suoi gerarchi finché furono al potere, per poi denigrarli e presentarsi come un perseguitato dal regime dopo la caduta del fascismo, dichiarando a Togliatti nel 1944 che il comunismo era stato «motivo dominante di tutta la mia attività intellettuale».

Né le giravolte politiche di Malaparte cessarono allora.

Dopo il 1946 divenne anticomunista, denunciò il «fascismo degli antifascisti» e fu accanito supporter di Alcide De Gasperi alle elezioni del 1948.

Concludendo la sua esistenza terrena nel 1957, esaltando Mao e il comunismo cinese, accettando la tessera del Pci, e in punto di morte forse convertendosi (come sostenne padre Lombardi) alla Chiesa cattolica. Malaparte disse, e la frase fa da sottotitolo al saggio di Serra, «Perderò a Austerlitz e vincerò a Waterloo».

E in effetti, dopo la sua riscoperta in Francia, dove l’anno scorso gli sono stati dedicati appassionati convegni e il saggio di Serra ha vinto il Prix Casanova e il Prix Goncourt de la Biographie, ora lo scrittore toscano vive il suo momento di rinnovata gloria anche in Italia.

Perché, come afferma Serra, esistono «molte ragioni, tutte legittime, per non amare Malaparte, uomo, scrittore e personaggio.

Ma nessuna per negargli un posto di primo piano tra gli interpreti più singolari di un ventesimo secolo le cui inquietudini si prolungano nel nostro», profetizzando in anticipo la decadenza dell’Europa.

 

Mario Avagliano

 

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