Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Il tennis ai tempi del Führer e una partita epica per la vita

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Lo sport a volte racconta la tragicità della storia. È il caso della partita che si tenne il 20 luglio 1937 a Wimbledon, in quel meraviglioso campo che Giorgio Bassani definiva “il Vaticano del tennis”.

Anche quel giorno d’estate di settantasei anni fa, ci racconta il libro “Terribile splendore” di Marshall Jon Fisher (editore 66tha2nd, pp. 376), la tribuna di Wimbledon era gremita di folla e di autorità e il campo centrale «verde e teso come un panno da biliardo».

La svastica sventolava sui pennoni dello stadio insieme alla  bandiera inglese e a quella americana, mentre nel Royal Box gli ufficiali nazisti sorseggiavano del tè in compagnia di esponenti della casa reale.

È il giorno della finale interzone di Coppa Davis, Germania contro Usa, e di fronte a quattordicimila spettatori va in scena la più bella partita di tennis di tutti i tempi, quando ancora si giocava con i pantaloni di flanella lunghi e racchette di legno che sembravano mazze.

L’imberbe proletario yankee Don Budge, ex fattorino di Oakland, detto “Il Terrore Rosso” per il colore dei capelli, che ama il jazz e Bing Crosby (“datemi un suo disco e io smetto con il tennis), e impugna una pesante Wilson dal manico extralarge, affronta l’idolo del pubblico, l’elegante barone tedesco Gottfried von Cramm, di sei anni più grande, che invece utilizza una Dunlop dal manico sottile.

Alle soglie della Seconda guerra mondiale, il significato dell’incontro tra l’americano numero uno al mondo e l’aristocratico tedesco travalica i confini dello sport: Budge si batte per la gloria della sua patria, simbolo della libertà, von Cramm rappresenta la Germania hitleriana ma in realtà gareggia per la sua stessa vita.

Il barone tedesco è biondo, atletico, “gioca come giocherebbe Dio” ed è sposato con la seducente Lisa von Dobenek, ma è tutt’altro che l’archetipo dell’ariano vagheggiato da  Hitler.

Non si è iscritto al partito nazista ed è sorvegliato dalla Gestapo, a causa della sua omosessualità (“sintomo di degenerazione razziale”, ha tuonato il Führer ) e delle sue amicizie con gli odiati ebrei. Il suo stesso amante è un ebreo galiziano, “Manny” Herbst, diciottenne.

La strategia di sopravvivenza del barone funziona sulla base dei successi collezionati sul campo.  Come ha confidato al suo allenatore americano Bill Tildne (anche lui omosessuale): “Io qui mi gioco la vita.

Loro sanno cosa penso e sanno di me”. Poco prima del match, arriva una telefonata imprevista: «Era Hitler, voleva augurarmi buona fortuna».

La partita per la vita dura cinque set. Il tennista yankee, passato in svantaggio di due set, recupera e raggiunge l’avversario tedesco. Il quinto set è epico: von Cramm torna avanti 4-1 ma Budge rimonta e sul 7-6, al suo quinto match-point, con un rovescio in tuffo manda la pallina miracolosamente nell’angolo. È la vittoria per l’americano.

Un anno dopo von Cramm finisce in prigione per reati di natura sessuale. In quello stesso periodo in Italia, a Ferrara, Giorgio Bassani, ottimo giocatore di tennis, come il protagonista de Il giardino dei Finzi-Contini, viene espulso dal circolo del tennis in seguito alle leggi razziali.

Nel 1939 il barone tedesco prova a tornare a Wimbledon ma non viene ammesso: “Moralmente non adatto”. Intanto la moglie Lisa ha chiesto il divorzio, i suoi locali preferiti sono stati chiusi e i suoi amici ebrei sono perseguitati dai nazisti. Il mondo scivola verso la catastrofe.


Mario Avagliano

 

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