Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Sam Pivnik e le storie infinite di Auschwitz

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Auschwitz ha smesso di parlare all'oggi? No, e forse non lo farà mai. E fin quando ci saranno sopravvissuti o parenti prossimi di coloro che sono finiti dentro quell'inferno, continueranno ad emergere storie dalla "notte e nebbia" del passato, infrangendo la direttiva nazista che voleva cancellare dalla faccia della terra ogni traccia del passaggio nei lager di milioni di esseri umani.

Una di queste vicende, mai prima di ora raccontate, è quella di Sam Pivnik, figlio di un sarto ebreo, nato a Bedzin in Polonia, che il 1° settembre 1939, giorno del suo tredicesimo compleanno, quando i nazisti invadono il suo Paese, vede spazzata ogni possibilità di futuro.

Da quel momento, si legge in «L’ultimo sopravvissuto» (Newton Compton Editori, 326 pagine), il suo libro di memorie appena uscito in Italia, cessa la sua vita normale: conosce il ghetto, i divieti imposti dai tedeschi, il coprifuoco, gli stenti, il terrore per le strade. A seguito di un rastrellamento, tutta la sua famiglia viene deportata ad Auschwitz-Birkenau. Lui è l’unico, insieme al fratello Nathan, a sfuggire alle camere a gas.

Quando Mengele passa in infermeria a selezionare gli ebrei destinati alla morte, il suo dito punta verso il ragazzo polacco, ma Sam si butta ai suoi piedi, inonda di lacrime i suoi stivali, piange, pregandolo di risparmiarlo o di ucciderlo con un colpo di pistola, invece di mandarlo nelle camere a gas. E incredibilmente Mengele lo lascia in vita.

Sopravvissuto alle crudeltà delle SS e dei Kapo, ai lavori forzati nella miniera Fürstengrube e alla “marcia della morte” nel rigido inverno polacco, Sam è infine il 3 maggio 1945 tra i prigionieri sulla nave Cap Arcona, bombardata dalla Royal Air Force, convinta che fosse carica di soldati nazisti che tentavano di fuggire in Norvegia. Ma ancora una volta, miracolosamente, riesce a salvarsi.

Nel dopoguerra Sam si trasferirà a Londra dagli zii e parteciperà alla guerra d’indipendenza del 1948, come membro del Machal, i Volontari per Israele.

Resta da chiedersi perché ha raccontato la sua storia soltanto ora. “E’ una domanda semplice, ma la risposta non lo è – scrive lui stesso -. Quando sono arrivato a Londra dopo la guerra nessuno voleva più sentire di quello che era successo (…)

La coscienza mi chiese di dimenticare, di costruirmi una nuova vita, Quello che voi leggerete una o magari due volte in questo libro è ciò che io rivivo ogni giorno e ogni notte della mia vita. Come ogni altro sopravvissuto all’Olocausto.

Non è una lamentela. Non lo faccio per essere compatito. È un fatto. E un altro fatto è che un giorno ho capito che dovevo raccontare questa storia. Ufficialmente e poi stamparla. Perché ogni storia dell’Olocausto dovrebbe essere raccontata”.

 

Mario Avagliano

 

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