Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

1862: anno orribile

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Le regioni meridionali sono state molto spesso teatri di guerra.

Il 1862 le assegna a un ruolo tragico: da una parte non cessano le impetuose scorribande dei briganti e dall’altra il potere costituito reagisce tanto scompostamente quanto duramente.

A migliaia i giovani lasciano o si apprestano a farlo i paesi natii. Sono le forze migliori, quelle che potrebbero cambiare le sorti del futuro.

È in un clima così acceso che viene pubblicato il libro di Marc Monnier “Notizie storiche sul brigantaggio nelle provincie napoletane dai tempi di Frà Diavolo ai giorni nostri”.

Lo ha scritto a Napoli, reca la data febbraio 1862, ed è pubblicato in versione italiana dalla casa editrice fiorentina Barbèra.

Fu un grande successo editoriale. Il tema centrale del libro è la paura ed esalta anche le gesta di Garibaldi.

Non si può negare come i due fatti, la paura e il successo di Garibaldi, siano storicamente provati e legati tra loro: il popolo vide in Garibaldi il salvatore, ma subì anche le intimidazioni di chi gli preparò il terreno.

L’autore segnala anche il rapporto tra il brigantaggio con la camorra.

In realtà è più evidente e meno opinabile il rapporto tra la camorra e il reame che la utilizzò assegnandole funzioni di polizia. Stessa cosa accadde successivamente al 1860, quando si ritrova Liborio Romano a capo della guardia cittadina. Era schierata in favore di Garibaldi.

L’opera criminogena si conclude con l’eccidio dei briganti e la messa in fuga di chi era vicino ai singoli briganti attraverso la nota Legge Pica, del 15 agosto 1863, con cui sono dichiarate terre in stato di brigantaggio tutte le province del mezzogiorno, eccetto Napoli, Reggio Calabria, Teramo, Terra di Bari, Terra d’Otranto, ma queste due vi verranno incluse con un provvedimento successivo.

Il carattere politico del brigantaggio post-unitario è ammesso da molti studiosi e da molti altri è contestato. Tutto sommato anche lo stesso Leonardo Sciascia, nel distinguerlo da quello siciliano, ne riconosce la matrice ben diversa, con profili di politicità.

Al libro vi è anche l’aggiunta del diario, noto come “giornale”, di José Borjèr.

Era nato a Vernet in provincia di Lérida, occidente del principato di Catalogna. Ci sono incertezze sulla data di nascita e si oscilla tra il 1803 e il 1813.

Quel che è certo: era figlio di un ufficiale che aveva fatto la resistenza antinapoleonica, fucilato nel 1833.  Per ironia della sorte il generale Borjès andò in esilio a Parigi dove sopravvisse guadagnando di che vivere facendo il rilegatore.

Il generale spagnolo che affiancò i briganti nell’ultima marcia, era giunto sulla spiaggia di Brancaleone, in Calabria, sbarcando nella notte tra il 13 e il 14 settembre. Si spinse poi verso Prepacore, l’attuale Samo, in provincia di Reggio Calabria.

Nel mese di ottobre giunse in Basilicata, nei boschi di Castel Lagopesole, dove si incontrò con Carmine Donatelli Crocco: il brigante che sapeva leggere e scrivere.

L’accordo tra i due prevedeva che l’esercito di briganti allestito e comandato da Crocco divenisse un esercito regolare. Ma crocco non si fidava dello spagnolo e, in ogni caso, non mantenne gli impegni. Dopo molti successi, non riuscì a conquistare Potenza e si ritirò a Monticchio.

Del fatto Borjès fece rapporto a re Francesco II, informandolo a Roma. Finì i suoi giorni ammazzato con una gragnuola di proiettili. È la notte tra il sette e l’otto dicembre 1861; siamo in Abruzzo, vicino a Tagliacozzo, nei pressi della cascina Mastroddi. È una notte gelida, nella zona Sante Marie, in località La Luppa.

Dà ordine ai suoi uomini di riposare. Ciò risulterà fatale: sono braccati dai bersaglieri sabaudi comandati dal maggiore Enrico Franchini.

Gente del posto gli indica il luogo dove si sono rifugiati. Malgrado il generale e i suoi uomini si arrendano, i prigionieri vengono portati a Tagliacozzo e fucilati. Tragiche le modalità: Borjèr consegna la sua spada a Franchini e chiede di confessarsi in una cappella assieme agli altri prigionieri.

Nel suo ultimo momento di vita, recita una litania in spagnolo e, poco dopo, viene fucilato assieme ai suoi uomini.

I cadaveri dei suoi soldati vengono bruciati. Il suo, per intercessione di Folco Russo, principe di Scilla, e del visconte parigino di San Priest, viene portato per ordine del generale Alfonso La Marmora a Roma per ricevere solenni funerali.

Il poeta Victor Hugo lo cantò come un eroe, deplorando la sua fucilazione; mosse anche esplicite accuse al governo di Vittorio Emanuele II, contestando i metodi utilizzati.

 

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