Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La Siria e il paradigma dell’intervento umanitario

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In venti mesi di conflitto nella Siria di Bashar al-Assad si contano oltre 40.000 vittime, secondo i dati diffusi giovedì dall’Osservatorio siriano per i diritti umani.

Rami Abdelrahman, responsabile dell'Osservatorio, ha dichiarato che circa la metà delle vittime sono civili, mentre l'altra metà comprende quasi nella stessa misura ribelli e militari.

La feroce repressione attuata dal regime siriano verso il movimento di contestazione popolare ha innestato ormai da mesi una vera e propria guerra civile, con un bilancio di decine e decine di morti che si registrano ogni giorno nei combattimenti fra i ribelli e i chabihas di Assad (i miliziani favorevoli al regime), nei bombardamenti aerei e negli scontri d’artiglieria delle truppe lealiste.

Anche la tregua promossa alla fine d’ottobre dal mediatore internazionale per la Siria Lakhdar Brahimi in occasione della festa musulmana di Al-Adha è stata violata solo poche ore dopo il suo ingresso in vigore.

Dal marzo 2011, quando le forze di sicurezza siriane hanno aperto per la prima volta il fuoco sui manifestanti, la comunità internazionale è divisa e non riesce a trovare una soluzione al conflitto, con il regime di Damasco che trova in Mosca e Pechino i suoi alleati in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite pronti a bloccare ogni risoluzione di condanna.

Da mesi quindi la crisi siriana si protrae in una estenuante battaglia mediatica, fra le accuse di ingerenze esterne da parte del governo e del partito Baath che sostiene Assad e le condanne occidentali verso la brutalità del regime.

Certamente sull’attuale sistema di potere ricade la responsabilità maggiore del bagno di sangue e della spirale di violenza degli ultimi venti mesi.

 

Ma sarebbe un errore ricondurre la crisi siriana unicamente agli effetti di un potere dittatoriale che alimenta e motiva disordini sociali e proteste di massa.

Ciò che avviene sulla scena siriana può essere compreso solo nella sua dimensione geopolitica, in un quadro d’azione di diversi autori con diversi interessi e motivazioni.

Guerre parallele si combattono sulla scena siriana.

 

All’inizio, come avvenuto in altri paesi del mondo arabo, si è espressa una aspirazione alla libertà e alla caduta del regime dittatoriale, sull’onda della volontà collettiva uscita da oltre un anno dalle piazze arabe.

Ma la militarizzazione dell’opposizione è stata sicuramente favorita da ingerenze esterne, sostenute dai servizi segreti occidentali e israeliani.

A più riprese si è parlato dei finanziamenti alle forze ribelli siriane da parte di paesi arabi come l’Arabia Saudita e il Qatar, fortemente interessati a una caduta di Bashar al-Assad e a una svolta democratica in Siria.

Fonti militari confermano ormai da mesi che agenti statunitensi, britannici e turchi stanno operando sullo scacchiere mediorientale, soprattutto attraverso la fornitura di armi ai ribelli.

In queste ultime settimane, con un’insistenza crescente rispetto ai mesi precedenti, si parla ormai apertamente di un intervento militare umanitario della NATO modellato sulla Libia.

Il ruolo della operazioni segrete di intelligence di CIA e MI6 a sostegno dei gruppi armati ha aperto larghe fratture anche nel popolo siriano.

Il regime di Bashar al-Assad ha potuto rinsaldare il sostegno di una parte della borghesia sunnita, che lo sostiene ormai da decenni, e guadagnare consensi fra le minoranze che possono sentirsi minacciate da una svolta repentina, come gli alauiti e i cristiani di Aleppo e di Damasco, che hanno segnalato a diversi osservatori occidentali la sensazione di essere presi in ostaggio dalle forze ribelli.

Se l’obiettivo prioritario di alcuni protagonisti che agiscono sulla scena siriana, come i paesi occidentali, Israele e le monarchie del Golfo, è la caduta del regime di Bashar al-Assad in chiave anti-iraniana, questo disegno geopolitico si scontra con le posizioni di Russia e Cina, favorevoli a una maggiore pressione internazionale su Teheran, ma contrarie a una nuova avventura militare simile a quella messa in piedi in Libia nel marzo 2011.

Ormai da mesi, il filosofo francese Bernard-Henri Lévy incalza il Presidente François Hollande sulla necessità di un intervento umanitario internazionale in Siria, incentrato in una prima fase su un’azione militare aerea da lui denominata su
Le Monde "Des avions pour Alep".

Ma come ha notato Jean-Baptiste Jeangène Vilmer, autore di un testo fondamentale come La Guerre au nom de l'humanité, un intervento armato non è mai puramente umanitario e dietro le ragioni umanitarie (protezione della popolazione civile, aiuti sanitari, ristabilimento dei diritti civili) si nascondono spesso altre motivazioni, più propriamente politiche o strategiche.

Il conflitto in Libia, nel 2011, è emblematico di questo paradigma umanitario.

La responsabilità a proteggere la popolazione civile è stata invocata da diverse potenze europee, la Francia in primis, seguita poi da Gran Bretagna, Spagna, Italia e gli altri Stati della coalizione.

Le risoluzioni adottate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, grazie all’astensione di Russia e Cina, sono poi state interpretate in una maniera talmente estensiva che il ricorso alla forza ha chiaramente avuto come scopo finale la caduta del regime di Mu'ammar Gheddafi, con una prassi ritenuta da molti osservatori al di fuori del diritto internazionale.

E’ quindi comprensibile lo scetticismo suscitato in campo internazionale da questo intervento.

Nel caso della Siria poi il rischio di trasformare l’intera area mediorientale in una polveriera geopolitica di dimensioni incalcolabili ha finora fatto prevalere l’opzione prudenziale rispetto all’intervento aperto.

L’ipotesi di una regionalizzazione del conflitto, dovuta non solo all’assenza di una legittimazione da parte del diritto internazionale (cioè di una risoluzione del Consiglio di sicurezza) ma anche alla prossimità di Israele, Libano, Iran, Turchia, ha per il momento frenato l’opzione militare con motivazioni umanitarie, il diritto d’ingerenza (sia essa etica o tattica) delle potenze occidentali a fianco delle forze che intendono rovesciare il regime di Bashar al-Assad.

Numerosi analisti segnalano il rischio che un eventuale attacco alla Siria porterebbe all’integrazione di diversi teatri di guerra (l’Afghanistan-Pakistan, l’Iraq, la Palestina), infiammando così l’intero Medio Oriente, con un’estensione che dal Nord Africa e dal Mediterraneo orientale giunge fino alla regione dell’Asia centrale al confine fra Afghanistan e Pakistan.

La strategia occidentale (o sarebbe più appropriato parlare di “strategie occidentali”) si dipana quindi in questo contesto in una vasta gamma di opzioni che rientrano nella forbice compresa fra l’inazione e la guerra aperta, in un bivio pericoloso che potrebbe condurre verso un conflitto di vastissime dimensioni in Medio Oriente e in Asia Centrale.

Nell’attesa, in Siria, combattimenti e massacri proseguono ininterrotti ormai da venti mesi.

Anche l’ultimo tentativo del presidente egiziano Mohammed Morsi di creare un gruppo di mediazione interarabo, sostenuto da quattro paesi (Egitto, Iran, Arabia Saudita e Turchia) con l’intento di tenere per il momento fuori dall’area di conflitto le potenze straniere, si è scontrato contro la rigidità delle posizioni del potere e dell’opposizione siriana, in un gioco al massacro fatto di veti contrapposti.

Il prezzo da pagare per una transizione pacifica della crisi siriana, che escluda un diretto intervento più o meno umanitario delle potenze occidentale, appare quindi ancora alto, così come lunga e incerta risulta l’unica strada al momento percorribile, quella di una via d’uscita negoziale alle violenze.

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Bibliografia essenziale:

Philippe Leymarie, Derrière la raison humanitaire, in «Le Monde Diplomatique», novembre 2012.
Jean-Baptiste Jeangène Vilmer, La Guerre au nom de l’humanité, tuer ou laisser mourir, Presses universitaires de France (PUF), Paris, 2012.
Nils Andersson et Daniel Lagot (a cura di), Responsabilité de protéger et guerres «humanitaires» : le cas de la Libye, L’Harmattan, Paris, 2012.
Jocelyn Coulon, Dictionnaire mondial des opérations de paix. 1948-2011, Athéna, Montréal, 2012.


 

Luciano Trincia - Linkiesta

 

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